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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Storia della graphic tee: una tela bianca per condividere messaggi politici, sociali e personali

Graphic tee
Graphic tee  (getty images)

Dall’underwear al casualwear: il potere eccezionale della t-shirt di farsi mezzo di comunicazione di massa

di Arianna Chirico

La t-shirt è oggi l’item immancabile e effortlessly cool di ogni guardaroba, maschile o femminile che sia. Nata come indumento della biancheria intima maschile, diventa poi genderless e infine capo da indossare e da sfoggiare nella sua semplicità, ma anche un vero e proprio fashion statement per veicolare messaggi politico-sociali. Così si trasforma in riflesso dei propri tempi quando James Dean e Marlon Brando la adottano come sinonimo di ribellione contro gli standard della società; quando Vivienne Westwood la sfrutta a mo’ di manifesto per moniti spiccatamente punk, sovversivi e, più tardi, ambientalisti; quando Jonathan Anderson per Loewe rende virale la slogan tee I Told Ya, grazie al film di Guadagnino, Challengers, e dei suoi interpreti, Zendaya e Josh O’Connor, ispirandosi ad uno stile dalla nonchalance disinvolta, tipico dell’Old Money Aesthetic.

Che cosa ci fa Harry Styles tra le bancarelle dell'usato di Porta Portese a Roma?

Il rapporto tra tessuto e linguaggio

La graphic tee racchiude un fascino inesauribile, perché nella sua estrema semplicità si presta a farsi vezzo di messaggi irriverenti, sarcasticamente riflessivi, simpaticamente forti: si insinua nel dibattito politico, sociale, sessuale e diventa strumento di tacite e urlate riflessioni sui topoi più svariati. La t-shirt stampata è in grado di trasformare chi la indossa in un billboard ambulante, in grado di combattere quotidianamente e pacificamente le proprie battaglie, di condividere col mondo spruzzi della propria personalità, dei propri interessi, del proprio stile e delle proprie idee.

Secondo Roland Barthes, il legame tra testo e tessuto è sempre stato strettamente concatenato: ““È un’illusione credere che la moda sia ossessionata dal corpo. La moda è ossessionata da un’altra cosa che Erté ha scoperto con la lucidità estrema dell’artista: la lettera, l’iscrizione del corpo nel linguaggio semantico dei segni”. Ieri come oggi, questo connubio tra moda e testo è vitale per chiunque.

Vivienne Westwood
Vivienne Westwood  (getty images)

Swinging London e graphic tee

Le origini della graphic tee risalgono agli anni Sessanta, quando nel cuore di Chelsea, a Londra, aprì Mr. Freedom, una boutique fondata dal designer Tommy Roberts e dal suo partner Trevor Myles, presto frequentata da star come Freddie Mercury, Elton John, Twiggy e Mick Jagger. Qui si potevano trovare capi bizzarri e assolutamente glamour che spaziavano da vivaci bomber in satin, a licenziosi bumster disegnati dalla stilista Diane Cranshaw, alle t-shirt stampate. La svolta arrivò quando Roberts ottenne una licenza per creare graphic tee con i personaggi Disney: il successo fu esorbitante e tutti iniziarono a desiderarle dopo aver visto Mick Jagger indossare una t-shirt Zodiac e Twiggy la Mickey Mouse tee.

Nelle estreme vicinanze, agli inizi degli anni Settanta, Vivienne Westwood e Malcolm McLaren concepirono una boutique dal nome Let it rock, che fece da preludio al mito. La designer infatti, nella sua lunga storia stilistica, adottò la t-shirt come tela su cui proiettare le sue convinzioni, le sue ideologie, la sua libertà di pensiero. Nella sua autobiografia pubblicata nel 2014, infatti dichiarò: “La forma di una t-shirt è così semplice e bella. Sei consapevole della stoffa, del corpo, ma anche di un’immagine: è come una tela bianca”.

J'adore Dior
J'adore Dior  (getty images)

La t-shirt come strumento di contestazione

Negli anni Ottanta, la designer Katherine Hamnett fece della t-shirt il suo strumento per slogan, provocazioni e rivendicazioni. Tra le sue leggendarie graphic tee, quella indossata da George Michael nel video della super hit degli Wham! Wake me up before you go-go, danzereccio in t-shirt “Choose Life”; quella che recitava “58% Don’t want Pershing”, che la stessa designer indossò durante un incontro nel 1984 con la Lady di ferro Margaret Thatcher, prendendo chiaramente posizione in merito allo spostamento dei missili nucleari americani sul suolo britannico; quella con invito “Use a condom”, poi trasformato in top trasparente per la Primavera Estate 2004, a sensibilizzare sul tema dell’Aids.

In Italia, Franco Moschino si fece portavoce di una moda dissacratoria e beffarda, facendo luce su un sistema tanto affascinante quanto respingente: fu il primo a parlare di sostenibilità e problemi ecologici; demistificò le passerelle con vere e proprie performance e fece sfilare ironia, critica sociale e una sequela di slogan pungenti ma mai crudeli; mitologiche parodie a reali o personaggi pop, aspri ma divertenti rimproveri alla moda; l’abito con il mantra “ideal dress = no stress & no dress”; irriverenti fraseggi su camicie e t-shirt come “For fashion victim only”, “Chi sfila avvelena anche te, digli di smettere”.

Nel 1994, Martin Margiela si esposa per sostenere i malati di Aids con una t-shirt in cotone che scarabocchiò ad altezza clavicola con uno speranzoso “C’è più azione da fare per combattere l’Aids di questa t-shirt, ma è un buon inizio”. 

 Katherine Hamnett
Katherine Hamnett  (getty images)

Irriverente, pacifica, politica: la graphic tee 2.0

Se tra fine ed inizio secolo, le graphic tee diventavano più impertinenti con Britney Spears, che ci teneva a far sapere “I’m a virgin (this is an old t-shirt)” e Paris Hilton che chiedeva invece “Got blow?”, nei Duemila gli slogan sulle t-shirt si fecero più leggeri, con, ad esempio, John Galliano da Dior che nel 2001 realizzò la canotta “J’adore Dior”, che poi fu declinata su T-shirt, borse e cappellini. Oggi, da Dior, Maria Grazia Chiuri, ha riportato la graphic tee alla condivisione di messaggi più profondi con lo slogan ormai cult “We should all be feminists”dall’incredibile riuscita commerciale. 

Nel 2019, per la collezione Spring Summer couture, Viktor&Rolf aprirono un’indagine sul potere espressivo dell’abbigliamento: lo streetwear entrava in contatto con l’alta moda, il linguaggio dei social media con il tulle e l’alta sartoria. Così abiti realizzati con metri e metri di tessuto venivano dissacrati da messaggi ricamati sul davanti e slogan-lettering irriverenti come “Sorry I’m late I didn’t want to come”, “I am my own muse” , “I’m not shy I just don’t like you”, “Trust me, I am a liar” “NO”.

Dior
Dior  (getty images)

Oggi le graphic tee sono sempre più diffuse e continuano a farsi portavoce di messaggi e ad aprire discussioni sulle tematiche più diverse, come quella indossata da Sydney Sweeney, soggetto involontario di un’ampia discussione sul proprio aspetto, che ha messo a tacere i commenti salaci dei tabloid con la t-shirt “Sorry for having great tits”; o Emily Ratajkowski si è insinuata nel dibattito politico statunitense dando appoggio alla donna al centro della battaglia legale con Donald Trump, stampando l’effige di Stormy Daniels sulla maglietta prontamente paparazzata. O ancora Rihanna che risponde alle richieste dei fan di un nuovo album con una t-shirt che recita “I’m retired”.