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moda Aggiornato il: 2 minuti di lettura

Il Fashion System e la Body Positivity, il delicato rapporto nella rappresentazione dei corpi

Ashley Graham, modella plus size
Ashley Graham, modella plus size  (getty images)

Dopo alcuni anni durante i quali l’inclusività sembrava essere al centro dell’attenzione di molti brand di moda, gli ultimi fashion show hanno rivelato un’inversione di tendenza: meno dell’ 1% di modelle curvy hanno sfilato in passerella, un dato in discesa rispetto agli scorsi anni, che parla da solo e che ci fa riflettere su come la moda non abbia ancora trovato un modo per rappresentare adeguatamente le diverse tipologie fisiche in passerella.

di Chiara Trimigliozzi

Nonostante le numerose campagne e l’interesse di molti brand negli ultimi anni verso l’inclusività, sembra che quello che solo ieri era un valore imprescindibile per un marchio contemporaneo, oggi sia stato completamente accantonato. Era il 2010 quando affiorava per la prima volta la parola Body Positivity, un fenomeno che i brand di moda non hanno potuto trascurare dopo gli standard di eccessiva magrezza degli anni precedenti e che ci è parso una svolta decisiva e definitiva nel mondo della moda.

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Paloma Elsesser per Marni
Paloma Elsesser per Marni   (getty images)

Breve storia del fenomeno della Body Positivity

Il fenomeno della “Body Positivity” nasce per combattere il body shaming, ovvero la discriminazione nei confronti dei corpi che differiscono dallo standard magro e  longilineo, per lungo tempo eletto a canone unico di bellezza. É dal dopoguerra che l’ideale di bellezza del corpo femminile si definisce come un fisico magro e slanciato, è il mondo della moda che inizia a produrre i capi delle sfilate sulla base di taglie piccole e a proporre in passerella modelle che rispecchiano l’immaginario condiviso: alte, dal giro vita sottile e dai lineamenti delicati. É negli anni ’90 che il fenomeno raggiunge un picco con l’estetica heroin-chic e i disturbi alimentari ad esso connessi. Dopo anni alla ricerca di ideali di bellezza irraggiungibili e poco sani e di un crescente body shaming nei confronti di chiunque differisse dalla “regola” era necessario un cambiamento. Nel 2010 si inizia a parlare di Body Positivity, un movimento che parte dall’accettazione dei corpi plus size e si estende anche alle disabilità, alle cicatrici e alle malattie della pelle, un bisogno condiviso di rappresentazione e inclusione che dal reale raggiunge i brand di moda. Molti marchi percepiscono la necessità e cambiano il loro modo di comunicare, altri seguono soltanto la tendenza, ma un cambiamento avviene: da brand come Gucci con Alessandro Michele che propone nelle campagne e nelle sfilate bellezze non convenzionali, all’aumento in passerella di modelle plus size come Ashley Graham e Paloma Elsesser. Tuttavia, il fenomeno della Body Positivity negli ultimi tempi sembra abbia perso l’attenzione da parte dei brand di moda.

Ashley Graham per Feben
Ashley Graham per Feben  (getty images)

Le ultime fashion Week: il numero di modelle curvy in passerella in drastica diminuzione

Nella Fall Winter 2024/25 la diversità dei corpi in passerella sembra già un lontano ricordo, i dati rispetto alle scorse stagioni sono scesi, con solo l’1% dei look indossati da modelle plus size, Milano si attesta ultima in classifica rispetto alle altre capitali della moda e le modelle curvy sono sempre le stesse, come Paloma Elsesser, Alva Claire e Ashley Graham, mentre i nuovi talenti plus size faticano ad acquisire notorietà. È come se i brand volessero restare in una comfort zone, garantendo con gli unici nomi molto noti, una “quota curvy” in passerella ma rimanendo convinti sull’associazione dell’eleganza dei capi con i corpi longilinei, per cui in molti casi non c’è una volontà di scardinare i codici e offrire una nuova rappresentazione in linea con la realtà (visto anche che le taglie più vendute sono tra la 42 e la 46). Il tema è anche collegato al budget, perché creare un cartamodello fuori dalle taglie standard ha costi più elevati e non tutti i brand vogliono assumersi questa spesa. Nonostante questo, a sfidare le regole sono molto spesso i brand emergenti.

Marco Rambaldi_SS24
Marco Rambaldi_SS24  (getty images)

Gli esempi virtuosi: da Marco Rambaldi a Feben 

Il cambiamento molto spesso viene dal basso, dall’underground, ed è quello che sta succedendo per la  rappresentazione dei corpi: mentre i grandi marchi rimangono nella comfort zone dei volti noti e delle fisicità standard, a cambiare le regole del gioco sono i brand emergenti. Tra i più inclusivi, Marco Rambaldi, che da sempre propone in passerella modelle di street-casting, volti e fisicità reali in cui è facile immedesimarsi. Altri esempi positivi di queste Fashion Week sono Feben, il marchio scandinavo Rave Review e Masha Popova, a seguire i più noti MSGM, Etro e Marni.