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Il corsetto: l'incarnazione di un'antitesi

L'evoluzione del corsetto, da orpello intimo a strumento di seduzione ed emancipazione genderless

Tra i capi più controversi mai creati, amato e odiato, poi di nuovo amato; vezzo e tortura; arma di annichilimento e costrizione, poi di affermazione, il corsetto è stato il feticcio della regina Vittoria, poi il terribile avversario di designer come Paul Poiret e Coco Chanel. Vivienne Westwood rilegge la sua funzione in chiave moderna e lo erige a simbolo di emancipazione, convertendone la natura costrittiva in atto di voluttuosa ribellione, seguita poi da Jean Paul Gaultier, John Galliano, Mugler, Karl Lagerfeld fino alle ultime collezioni della Fall Winter 2023/2024 che lo liberano dalla sua accezione più negativa.

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Armatura e tortura

Considerato uno dei capi più polisemantici esistenti, il corsetto è sia decorazione che armatura, sprigiona desiderio, comporta una restrizione e rende possibile uno dei trucchi più magici della moda, il rimodellamento delle forme del corpo. Inizia a farsi strada nella storia del costume a partire dal XV secolo, ai tempi della moda borgognona, ma se ne trovano tracce perfino nella civiltà dei Micenei, con lo scopo di dare una forma specifica al busto sia femminile che maschile. Dal 1547, quando Caterina De’ Medici lo introdusse alla corte di Francia, il bustier si diffuse a macchia d’olio in tutte le corti europee, come strumento per mantenere il controllo sul proprio corpo e da allora ha sempre esercitato un limite per la libertà femminile. A partire dal XVI secolo, i medici condannano il bustier perché riconoscono in questo capo uno strumento di estrema tortura, in grado di modificare la morfologia interna del corpo umano e di limitare, in molti casi, le facoltà respiratorie.

Distinzioni di genere

Il corsetto ha una storia lunga e intricata: ha scolpito e forgiato gli ideali di bellezza a partire dal 1500 circa, deformando il corpo delle donne secondo il gusto e il desiderio maschile. Nasce infatti con lo scopo di accentuare l’incavo della vita e rialzare il petto e viene chiamato anche stay (che in inglese rimanda a qualcosa "che fa stare qualcos'altro nella posizione ritenuta corretta"). Il corsetto interessa anche un ampio numero di uomini, ma la moda maschile predilige un modello meno aderente rispetto a quello femminile che ne contiene la libertà di movimento. A cambiare nel tempo, sono i materiali e i modi adoperati per la sua realizzazione. Inizialmente si prediligono fili di metallo meticolosamente cuciti al suo interno, poi corna, tele e ossa di balene. Poi vengono realizzati in seta e in raso, guarniti in pizzo, pensati proprio per sostenere il seno ed elevarlo al massimo. I corsetti si modificano e vengono chiamati corps piqué e diventano più imbottiti per sopperire alla mancanza di forme.

Il nuovo secolo e nuove accezioni

L’inizio del XX secolo gli dichiara guerra in nome della libertà: il primo a schierarsi contro quest’arma di oppressione è il couturier Paul Poiret, ma è la Prima Guerra Mondiale a rendere necessario un abbigliamento più elastico che consenta maggiore dinamicità di movimento. A favorire l’abbandono del corsetto costrittivo della Belle Epoque, Madeleine Vionnet e Coco Chanel.

 

Se negli anni ‘50 viene adottato come strumento di seduzione, è Vivienne Westwood nel 1987 con la sua collezione anarchica Autunno Inverno, chiamata Harris Tweed a dare nuova vita al bustier, prendendosi gioco proprio di quella nobiltà inglese puritana che lo aveva sancito a strumento costrittivo, trasformando i loro tessuti tradizionali (l'Harris Tweed) e i loro capi (i corsetti) in abiti contemporanei e alla moda. Il corsetto non viene più nascosto, ma si esibisce; viene denominato Statua della Libertà, diventando l’uniforme della terza ondata femminista, perché non rappresenta più la sottomissione del corpo, ma il suo potere libero e seduttivo.

Anche per Madonna è simbolo di potere, influenzata dall’estetica di Jean Paul Gaultier che attraverso il corsetto spoglia la figura femminile dalle tipiche curve, delineando invece una silhouette costituita da spigolose spine pronte a pungere. Il look è intimidatorio, risoluto; simboleggia una donna in completo controllo della propria sessualità, quasi fosse una dominatrice.

John Galliano lo adotta per costruire e definire la sua estetica; Thierry Mugler contribuisce alla sua rinascita con il look 101 della collezione Couture FW 95. La supermodel Nadja Auermann si fa largo sulla passerella indossando un corsetto totalmente ricoperto di brillanti, con maniche articolate abbinate come un cavaliere cyborg del passato. 

Gender equality

Le collezioni FW 2023 riportano in auge il corsetto, ma in realtà è dal 2019 che l’estetica contemporanea si vede invasa di rivisitazioni audaci dello storico indumento intimo, grazie anche al trend Regencycore diventato virale su Tik Tok, complice l’influenza della serie tv Netflix Bridgerton

L'indumento prigione per antonomasia, che rimane tale solo nella finzione dei set cinematografici, nella realtà è oggi sinonimo di libertà. Non viene più indossato come strumento costrittivo o per modificare l’anatomia corporea, ma spiana la strada alla fluidità, con cui la Gen Z riveste oggi il corsetto di nuovi significati. I bustier gessati, in pizzo, in denim o in pelle, un tempo indossati sotto ampi e voluttuosi abiti, si indossano sui jeans, sui pantaloni cargo o sugli abiti, ricontestualizzando il loro scopo e bandendo ogni preconcetto.

Il corsetto del 2023, che è stato a lungo il capo più opprimente tra tutti, oggi diventa quello più democratico, invadendo ogni guardaroba, da quello femminile a quello maschile, senza limitazioni di genere e/o taglia. Conferisce self confidence a chi lo indossa; è sensuale, è chic, è accattivante; è per tutti.