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Compriamo cose che non ci servono per suggerire al nostro cervello che va tutto bene: è la recessione, bellezza

In recessione compriamo cose che non ci servono 

Alcuni trend funzionano solo perché contemporanei a periodi di recessione: per fronteggiare l'incertezza economica le persone cercano conforto in piaceri accessibili, piccoli "lussi" che si traducono in dopamina.

La dopamina, un neurotrasmettitore che attiva nel cervello una sensazione di gratificazione e ricompensa: senza non saremmo mai felici. E quando le circostanze non suggeriscono nulla che possa stimolare in noi la dopamina ce la compriamo, letteralmente. 

Outfit per una serata speciale

Ed ecco in sintesi perché con i periodi di recessione economica spesso coincide la viralità di trend low cost (e diciamolo, non proprio utili, anzi): vogliamo la gratificazione istantanea che origina dall'acquisto di piccoli oggetti che non ci servono.

candele profumate, cancelleria, pupazzetti

In un apparente non sense, nei tempi di crisi economica il carrello della spesa si riempie di cose strane. Simpatiche, alcune, ma non certo beni essenziali. Sono spesso piccoli oggetti senza alcuna funzione fondamentale: pupazzetti, adesivi, candele profumate, penne glitterate, tazze con unicorni, trucchi che abbiamo già. In questo 2025 incerto e burrascoso, sono i Labubu, creature di peluche con occhio pallato e denti a vista che sembrano uscite da un sogno pop ma anche vagamente inquietante. Il loro costo (sotto i venti euro) li rende accessibili e, nell'epoca della performance digitale, li rende golosi: se non ti attacchi un Labubu alla borsa o agli spallacci dello zaino non sei nesuno.

Nati dalla fantasia dell’artista Kasing Lung, i Labubu sono il nuovo oggetto cult da collezione, con tanto di file interminabili sin dall’alba fuori dai negozi e un mercato secondario in cui i pezzi rari possono valere centinaia di euro.

I Labubu sono sintomo del periodo di recessione? 

Altri esempi sono stati i Beanie Babies, peluche minuscoli e stilizzati, divennero oggetto di una vera e propria mania collezionistica durante la crisi della fine degli anni Novanta, inizi Duemila insieme a "Furby", un avveniristico peluche robot con occhi mobili e vocina digitale. Le immancabili candele profumate e le bombe da bagno corrispondono alla crisi del 2008, quando il consumo di articoli da “home spa” esplose diventando il simbolo del self-care accessibile in tempi di budget limitati.

E poi le impennate "misteriose" di oggetti di cancelleria, grandi o piccolissimi, purché colorati, profumati o a forma di qualcosa: sintomo delle recessioni intermittenti post-2010.

piccoli lussi a portata di tasca per stimolare la dopanima 

Perché in piena incertezza economica, invece di mettere soldi da parte, si desiderano e si comprano pure, oggetti privi di funzione reale? La risposta non è nei materiali (plasticosi), né nella funzionalità (inesistente), ma in una dinamica molto più profonda: quella del sollievo psicologico.

Un donna alla svendita di "Furby" 

Durante una recessione, l’instabilità tocca tutto — dal conto in banca alle abitudini quotidiane e le grandi spese vengono rimandate, i progetti congelati e il futuro appare opaco. In questo scenario, il cervello cerca appigli.

Ed è qui che entra in gioco il lipstick effect, un meccanismo noto da tempo: nei momenti di crisi, le persone non smettono di comprare ma semplicemente cambiano scala. Non potendo permettersi un’auto nuova, si comprano un rossetto. O, appunto, un Labubu. È una forma di autoinganno gentile. L’acquisto “inutile” rassicura e spinge il pulsante "on" di quel neurotrasmettirore che rimanda al cervello la sensazione di gratificazione e ricompensa.

Insomma compare cose inutili ci dà l’illusione che tutto sia normale, che si possa ancora scegliere qualcosa, desiderare qualcosa. Questi oggetti diventano una micro-terapia quotidiana: piccoli premi visivi che aiutano a tenere a bada l’ansia. il problema è solo uno: la distrazione sistemica.

anestetizzare il disagio invece che affrontarlo (sperando lo faccia qualcun altro che però non lo fa)

Quando una società risponde all’insicurezza economica con una fuga nel collezionismo compulsivo di oggetti, diciamo, non utilissimi, il rischio non è chiaramente economico: parliamo di oggetti che costano veramente poco. Ma è che il malessere venga (non)curato con dei palliativi. Anziché spingere a un dibattito sul lavoro precario, sull’inflazione o sull’accesso alla casa, ci si rifugia nella gratificazione immediata.

È un effetto simile al "panem et circenses", ma aggiornato alla cultura dell’unboxing e delle dopamine a buon mercato. Quando le tendenze da recessione si diffondono, la risposta alla crisi diventa sempre più individuale e simbolica: mi compro un Labubu e tutto va bene. Ma non è così, ovviamente.