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Smart working, figli e tassi di fertilità: i dati dicono una cosa, il dibattito continua a non capirla

Uno studio su 38 Paesi collega lo smart working a un aumento della fertilità e del desiderio di genitorialità.
Ma funziona solo se resta lavoro, non se diventa un cappio al collo di chi lo svolge

Nel gigantesco dibattito sullo smart working si continua a oscillare tra entusiasmo e rigetto ma il problema è che c'è un equivoco di fondo: lavorare in smart, per molte persone (e molti vertici aziendali boomer) significa che si possono sbrigare contemporaneamente le faccende di casa.

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Quindi, per queste persone, è facile immaginare il personale che lavora in smart intento ad accudire bambini e bambine, cucinare, spazzare il pavimento. Non è così: chi lavora in smart sta veramente lavorando, non può contemporaneamente andare a fare la spesa.

Ma andiamo a noi: i bambini e le bambine c'entrano perché c'entrano i tassi di fertilità. Una ricerca finanziata dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, basata su oltre 11 mila adulti in 38 Paesi tra il 2023 e l’inizio del 2025, dimostra che lavorare da casa, anche solo un giorno alla settimana, è associato a livelli più alti di fertilità.

la "fertilità psicologica" e il desiderio di figli se si lavora in smart

Non solo nelle nascite effettive, ma anche nei progetti di avere figli esiste una sorta di "fertilità psicologica". Il dato più importante riguarda le coppie: quando entrambi i partner lavorano da remoto almeno una volta a settimana, la fertilità totale risulta superiore del 14 per cento rispetto alle coppie che non lo fanno. Tradotto, significa circa 0,32 figli in più per persona. E in un contesto globale segnato dal calo demografico (bianco, occidentale) non è un dettaglio da poco.

Le ragioni sono tutt’altro che misteriose: meno stress, meno tempo perso negli spostamenti, maggiore flessibilità nella gestione quotidiana, più controllo sugli orari sono condizioni che rendono concretamente più sostenibile avere figli. In altre parole, lo smart working quando funziona incide su una delle scelte più complesse e strutturali della vita delle persone.

Nonostante evidenze di questo tipo, il mondo del lavoro governato da una classe dirigente agée, continua a muoversi secondo metodi anni Novanta, quando non in ordine sparso o in direzione opposta. Mentre alcuni Paesi, come l’Australia, iniziano a istituzionalizzare forme di lavoro ibrido, molte grandi aziende stanno imponendo un ritorno rigido all’ufficio. La grande banca d'investimenti HSBC per esempio lega la presenza fisica alle valutazioni delle performance: se ti vedo in ufficio vuol dire che sei bravo/a, cioè ha una visione del lavoro antiquatissima. Perché se fai tardi in ufficio spesso vuol dire che sei lento/a e non ti sai organizzare.

boomer che comandano e non capiscono le potenzialità dello smart working

Il risultato è che proprio mentre emergono dati che mostrano i benefici dello smart working, soprattutto per la vita familiare, una parte rilevante del mondo del lavoro sembra decisa a ignorarli. Ma c’è anche un altro equivoco: anche dove lo smart working è concesso, spesso viene frainteso.

Lavorare da casa continua a essere percepito, in molte organizzazioni e in molte famiglie, come una forma di semi-disponibilità: se sei a casa, puoi occuparti anche del resto. Dei figli, della casa, degli imprevisti, della spesa, del cane, delle faccende. Ma i dati della ricerca raccontano i benefici di uno smart working reale, non di una sua versione distorta. 

Il lavoro da remoto funziona quando resta lavoro, con confini chiari e tempi riconosciuti e se questi confini saltano, il vantaggio si trasforma in sovraccarico per chi lo svolge e ovviamente in una conferma per i capi d'azienda che non lo accettano proprio perché immaginano il dipendente che gioca col cane. Occorre invece capire che lo smart working non è una concessione o un compromesso ma una modalità innovativa e premiante che funziona, ma solo se viene presa sul serio (da tutti, da tutte).