Perché supportare le donna nei primi mesi di vita dei figli non basta
Tra gli obiettivi della bozza di manovra c'è proprio quello di sostenere la genitorialità e in particolare la maternità, ma secondo Alessandro Raguseo, founder e ceo di Reverse, realtà di headhunting e consulenza HR, il governo dovrebbe valutare effettivamente le esigenze di famiglie e imprese anche negli anni dei figli successivi all'infanzia: da un'indagine di Reverse, nel 50% dei casi all'HR viene chiesto di non proporre candidate di genere femminile, indipendentemente dal settore di appartenenza dell’azienda.
Per anni l'Italia ha visto scendere gradualmente l’età media del primo figlio, mentre il numero di coppie che decidono di rimanere un due aumenta sempre di più. Perché in Italia non si facciano figli è ormai noto: sono cambiate le necessità dei giovani e in particolare quelle delle donne che vedono un figlio spesso come un ostacolo o un'interruzione forzata alla propria carriera da cui difficilmente ci si può riprendere. Ma non solo: avere dei figli comporta dei costi e del tempo che non tutti hanno.
Potete essere ciò che volete: il messaggio delle Bianconere alle ragazze di tutto il mondo
Di conseguenza, di fronte a un Paese sempre più vecchio, il governo Meloni, da sempre sostenitore della forza familiare, ha disposto per il prossimo anno un piano economico che dovrebbe incentivare le donne a fare più figli. Come? Ad esempio, con la decontribuzione per le madri e l’esonero contributivo per chi le assume, ma anche con più fondi per il bonus asili nido. Sufficiente quindi? Non proprio, considerato che, a parte nei primi mesi di vita, lo Stato non ha ancora pensato di dover essere un elemento di supporto fondamentale per le famiglie italiane.
Il governo vuole essere femminista, ma fino a una certa
La scorsa settimana è stata discussa e annunciata la bozza della manovra che prevede, tra le varie misure, una serie di agevolazioni realizzate per le donne e le lavoratrici con il principale obiettivo di incentivare la natalità nel nostro Paese: nel 2022, infatti, secondo Istat, i nuovi nati sono calati ancora dell’1,7% ed è sceso anche il numero medio di figli per donna (1,24).
Per invertire la rotta il governo Meloni punta così a riconoscere alle lavoratrici madri di tre o più figli con rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato (tranne per il lavoro domestico) un esonero del 100% della quota dei contributi previdenziali per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti a carico del lavoratore fino al compimento del 18° anno di età del figlio più piccolo. Ma non solo: se approvata, la manovra alzerà a 2.100 euro il bonus asili nido per i secondi figli nati nel 2024 nelle famiglie con Isee fino a 40mila euro, in cui l’altro figlio abbia meno di 10 anni.
Nel 2024, poi, mamme o papà potranno usufruire di due mesi in più di congedo parentale retribuito all'80% fino ai sei anni del figlio, anziché solo uno. E, infine, le donne lavoratrici di 61 anni che hanno raggiunto almeno 35 anni di contributi entro il 2023 potranno accedere alla pensione con Opzione donna: l’età minima sarà ridotta di un anno per ogni figlio fino a un massimo di due.
Se approvate, queste misure potranno essere un primo passo per molte lavoratrici per sentirsi meno sole all’idea di poter avere un figlio, se non fosse che nella stessa manovra sono previste delle penalizzazioni alle donne in quanto donne: la bozza, infatti, prevede anche di rialzare l'Iva dal 5 al 10% su assorbenti femminili, tamponi, coppette mestruali, dopo che lo stesso governo Meloni lo scorso anno aveva abbassato l’imposta dal 10 al 5% Ciò vale anche per i prodotti per l'infanzia, come latte in polvere e liquido per l'alimentazione dei bambini.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha spiegato che la scelta è stata fatta perché la diminuzione dell'Iva del 2022 aveva portato a un aumento dei prezzi imposti dai marchi e di conseguenza non era stata una misura utile per il consumatore finale, ma in molti si sono chiesti se ciò potesse essere evitabile, considerato che sono ormai diversi i Paesi europei, e non solo, che da anni hanno abbassato l’Iva sui prodotti femminili o l’hanno tolta del tutto. Perché per l'Italia dovrebbe essere più complicato?
Tra dire e il fare c’è di mezzo la cultura
“La manovra del governo è migliorativa rispetto alla situazione in cui il mercato si trova attualmente, ma stando a quanto emerso dalla nostra esperienza c’è ancora molto da fare”, ha commentato Alessandro Raguseo, founder e ceo di Reverse, realtà di headhunting e consulenza HR. Secondo un’indagine condotta da Reverse sul tema genitorialità, molto spesso gli imprenditori scelgono ancora di evitare l’assunzione del genere femminile perché, in caso di figli, per le donne è più difficile conciliare casa e lavoro. Dall’intervista di 50 head hunter tra Italia e Germania e 10 HR manager italiani è emerso che al 50% di loro è stata fatta una richiesta informale di non proporre candidate di genere femminile, indipendentemente dal settore di appartenenza dell’azienda: questo significa che le donne hanno tendenzialmente la metà delle opportunità degli uomini.
Questo succede perché ancora oggi la gestione della casa e dei figli è prevalentemente affidata alle donne che si trovano molto spesso a dover chiedere, in misura maggiore rispetto agli uomini, permessi extra e giorni di ferie per poter far fronte alle esigenze famigliari. Le madri risultano così molto spesso un investimento “rischioso”, soprattutto per le piccole e medie imprese a conduzione famigliare in cui il numero dei dipendendi è più ridotto. Ma non solo: di solito, in famiglia si sceglie di sacrificare ore, giorni e a volte addirittura la carriera lavorativa di chi ha lo stipendio minore, che solitamente è quello della donna: nell’Unione Europea, in media le donne lavoratrici guadagnano il 12,7% in meno all’ora rispetto agli uomini. In Italia il gender pay gap è presente sia nel privato che nel pubblico. Come riportato da Istat, se nel pubblico fra i dipendenti con età minore di 30 anni la retribuzione media femminile supera dell'11,4% quella media maschile, la situazione cambia completamente col passare degli anni: dopo i 50 anni la differenza salariale tra generi è del 5,3% a favore del genere maschile.
Nel settore privato, invece, il gender pay gap è a favore degli uomini fin dall’inizio (8,2%): con l'età il divario salariale cresce regolarmente, fino a raggiungere il 24,4% per gli individui con più di 50 anni. Se si guarda poi il reddito medio annuo da lavoro autonomo fra i professionisti, il divario tocca il 45%, secondo i dati Oecd. Tutto ciò incide sul tasso di occupazione femminile: nel primo semestre del 2023 nel nostro Paese, secondo quanto rilevato da Istat, era pari al 52,6%, a fronte del 70,6% dei coetanei uomini. Nella classifica stilata dal Global Gender Gap Report 2023 del World Economic Forum, l’Italia è infatti al 79esimo posto su 146 nazioni.
A sfavore della genitorialità, e soprattutto della maternità, non sono quindi i primi mesi di vita del bambino, quanto la difficoltà di gestire i successivi 12 anni sia per le famiglie sia per aziende di piccole e medie dimensioni. Secondo Raguseo, “il governo dovrebbe non solo incentivare la genitorialità con aiuti nei primi mesi, ma valutare effettivamente le esigenze di famiglie e imprese con, ad esempio, la rimodulazione delle rette e della possibilità di ingresso dei neonati negli asili, e più in generale una rivisitazione del sistema scolastico capace di conciliarsi con i nostri nuovi ritmi di vita. Dunque, con un tempo decisamente più lungo di permanenza negli istituti durante la giornata. In questo modo, un imprenditore avrebbe il medesimo rischio di assunzione sia per un uomo sia per una donna”.
Si può fare di meglio, ma non siamo gli unici
Salari più alti, niente tasse su assorbenti, assistenza durante i primi mesi di vita dei figli, sono diverse le agevolazioni e gli aiuti che più Paesi europei hanno messo in pratica negli ultimi anni (chi più chi meno) per supportare le donne nella cura della famiglia, incentivandole allo stesso tempo a continuare a lavorare. Ciò che emerso, però, è che per avere un cambiamento culturale e un'immagine diversa della donna, non relegata solo al compito di moglie e madre, ci vuole tempo, anche più di quello che ci si aspettava.
Secondo il Global Gender Gap Report 2023, a livello globale ci vorranno 131 anni per raggiungere la piena parità tra i generi, 162 anni per colmare il divario nell’emancipazione politica, 169 anni per il divario nelle opportunità economiche e 16 anni per il divario di genere nel livello di istruzione. Prima si inizia, quindi, prima si potrà ridurre il gender gap.