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Abbiamo glorificato il lavoro al punto da confonderlo con la misura del nostro valore (e demonizzato il riposo)

Abbiamo glorificato il lavoro al punto da confonderlo con la misura del nostro valore (e demonizzato il riposo)
Parlare della pratica del "decentering work", cioè di privare il lavoro della centralità che invece purtroppo ha, significa anche smettere di pensare ai mestieri come misura del valore di qualcuno.
di Eugenia Nicolosi

L'insegnamento solitamente è sottile, o anche no: le persone non fanno un lavoro, le persone sono il loro mestiere. Noi siamo il lavoro che facciamo. Se non è la prima è tra le prime cinque domande che poniamo quando conosciamo una persona nuova, infatti. “Che lavoro fai?”. Non “Che passioni hai?”, "Cosa ne pensi di...".

E succede perché tendiamo a credere che essere e lavorare siano sinonimi: inquadriamo una persona, il suo stile di vita, i suoi pensieri e interessi e pure la sua intelligenza o cultura, sulla base del mestiere che svolge. 

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Il lavoro insomma è diventato la nostra identità primaria, il metro con cui misuriamo il valore di una persona e sì è ovviamente è un'equazione tossica che ci ha portati alla società in cui viviamo. E dovrebbe già bastare questo, ma invece lo spieghiamo: questa pratica non solo riduce l’individuo a una funzione produttiva, ma ci sta portando collettivamente al collasso. Stress cronico, burnout (vero o inventato: è ugualmente tragico), solitudini sommerse, classismo, apologia del capitalismo.

In tal senso, parlare di decentrare il lavoro significa anche mettere in discussione la sua centralità da una prospettiva sociale, non solo smettere di "vivere per lavorare". Si tratta di ricollocare il lavoro nella giusta dimensione: una parte ahinoi necessaria della vita, non il cuore di essa.

cosa significa "decentering work" 

“Decentering work” (letteralmente "decentrare il lavoro") significa spostare il lavoro dal centro dell’identità e della vita quotidiana. Il termine nasce dall’unione tra la critica culturale al capitalismo produttivista e l’idea psicologica di decentering, cioè la capacità di prendere distanza da ciò che ci definisce o che ci consuma. Il termine e il concetto non sono una invenzione di qualcuno in particolare ma emergono dall’incrocio di studi sulla salute mentale, filosofia e sociologia per rafforzarsi soprattutto negli ultimi anni, in risposta a burnout, precarietà e disillusione.

Come si pratica, in parole povere

È un’operazione psicologica e culturale, prima ancora che economica, che comincia con il dissociarsi dalla glorificazione del sacrificio infinito e della ruota del criceto, insomma dissociandosi dalla retorica della “hustle culture” che ci vuole sempre disponibili, sempre performanti, sempre stanchi/e. 

E se vogliamo essere oneste il sistema nel quale viviamo e che ogni giorno alimentiamo ci circonda ha già mostrato ampiamente il suo fallimento: nessuno sembra felice. Le statistiche sulla salute mentale sono impietose, la depressione e l’ansia dilagano, i/le giovani non vedono prospettive e chi è in età pensionabile si domanda se non abbia sprecato tutta la vita appresso al lavoro (sì). Abbiamo, come collettività, sacrificato tempo, energie e sogni sull’altare della produttività e dello status e in cambio non abbiamo ottenuto né benessere diffuso né sicurezza reale, anzi. Insomma stiamo vivendo dentro a una truffa.

il sistema è questo e non ci sono alternative?

Chi difende questo modello parla di “realismo”: il sistema è questo, non ci sono alternative praticabili. È vero, i sistemi economici che promettono un futuro radicalmente diverso restano utopie, almeno per ora. Ma il fatto che non possiamo abbattere la macchina oggi non significa che dobbiamo continuare a correre come criceti nella ruota, fino a consumarci. Possiamo già ora rallentare, ridurre il potere che il lavoro ha sulle nostre vite, riconquistare tempo, dignità, respiro e orizzontalità.

Decentrare il lavoro significa riscoprire altri assi d’identità: le relazioni, la cura di sé, la creatività, la dimensione comunitaria. Significa legittimare il diritto alla noia, al riposo, all’ozio (parole che la cultura della produttività ha demonizzato) ma che sono parte della salute mentale e della vita piena. Significa ricordarsi che il proprio valore, quindi anche quello delle altre persone, non coincide con il fatturato: non siamo il lavoro che facciamo e che ci sta divorando.