Innamorarsi in guerra (e altre cose normali): continuare a vivere mentre il mondo esplode
Continuare a vivere normalmente mentre altrove si consumano orrori e tragedie: è la vita stessa a chiederci di farlo, per onorarla, ma senza smettere di informarci.
Non è certamente l'ultima notizia dell'ultimo bombardamento a mettere in crisi le persone che vivono in Paesi - al momento, si spera per sempre - non direttamente coinvolti nei conflitti in corso. Conflitti in corso che sono, a dirla tutta, diverse centinaia.
Meditazione serale guidata per ridurre ansia e dormire meglio
Poi ci sono vicende che sentiamo più prossime per vicinanza geografica o politica e storie che ci colpiscono più delle altre per la narrazione con cui arrivano in Occidente. Ma, al netto della sensibilità di ciascuno, il fatto è questo: il mondo è pieno di guerre, massacri, persone in fuga, bambini e bambine sotto le macerie.
Intanto, noi continuiamo comunque a lavorare, pagare la bolletta, festeggiare il compleanno dell'amico, insomma a vivere. Mentre i media vecchi e nuovi ci tengono informate e informati sull'orrore che accade a due ore d'aereo da noi, noi ci innamoriamo, giochiamo col gatto, andiamo a bere con le amiche: questa modalità ci divide dentro o almeno dovrebbe farlo, ponendoci sul bilico etico ed emotivo del "che senso ha" fare tutte le cose che facciamo, oggi?
sentimenti a contrasto: vivere mentre altrove si muore
È una convivenza di sentimenti che dà fastidio solo a nominarla perché nel condominio simbolico che è il nostro cervello, c'è anche la colpa. Come facciamo a preoccuparci di gestire le nostre vite e le nostre urgenze mentre da qualche parte saltano case, ospedali, scuole e altre vite?
La risposta meno nobile è che fisiologicamente non possiamo reggere l’emergenza a lungo, tanto è vero che di fronte all'ennesima crisi è pure fisiologico chiudersi a riccio per proteggere la propria salute mentale. Il nostro cervello regge gli allarmi circoscritti nel tempo e nello spazio, non il minority stress prolungato di un orrore costante che chiede una partecipazione emotiva senza che abbiamo poi un potere reale.
Chi studia trauma, ansia e stress cronico lo racconta da anni: quando l’esposizione a immagini e notizie minacciose diventa continua, il sistema nervoso non resta acceso all’infinito come una sirena impazzita. A un certo punto si difende abbassando la risposta. In pratica è il modo in cui siamo progettati e progettate a permetterci di continuare a funzionare. Fare la spesa, rispondere a una mail e sedersi al bar per parlare di una stupidaggine qualsiasi non sono sempre segni di superficialità, ma sintomi della nostra funzionalità.
Il guaio è che questa capacità di adattamento ha un lato oscuro. Ci salva, perché ci protegge, ma ci peggiora perché anno dopo anno, pandemia dopo pandemia, crisi economica e geopolitica dopo crisi economica e geopolitica noi ci desensibilizziamo.
pro e contro dell'iperinformazione
Non arriviamo al cinico vivere, ovvio, ma ci allontaniamo psicologicamente quel tanto che basta a farci incorporare l’orrore nel flusso della giornata.
La guerra e la morte insomma, sono diventate una scheda di internet aperta accanto a quella dell'oroscopo. La colpa non è nostra però: è la nostra epoca, con la sua iperinformazione, che ha reso possibile questa mostruosa simultaneità che vede il disastro del mondo e la banalità della vita privata coabitare ogni giorno.
C'è poi una sana, forse inconscia, consapevolezza di impotenza: il cervello reagisce con più forza a ciò che percepisce vicino e gestibile. Nel senso che una multa la possiamo pagare ma una guerra non la possiamo fermare o, ancora, una lite col tizio che ha parcheggiato in tripla fila la possiamo affrontare, la vita delle bambine e dei bambini non la possiamo salvare. Allora anche la persona più emotivamente coinvolta, ma che vive in luoghi lontani da quelli attraversati dai conflitti, finisce per veicolare le proprie energie verso le cose in cui può intervenire. Anche se sono cose infinitamente meno gravi e meno urgenti.
La gente ha sempre continuato a vivere
Durante le guerre si è sempre lavorato, si è fatto sesso e si è riso. C'era chi apparecchiava, chi litigava per questioni irrilevanti e chi andava a teatro. La normalità con le sue storture non sparisce quando arriva la storia. La vita si deforma quando e se occorre ma fa di tutto per evitare, per restare. Anzi spesso l'idea di vita normale diventa l’unica cosa a cui aggrapparsi.
Tenendo presente che c’è una differenza netta tra chi continua a vivere sapendo che il mondo sta esplodendo e chi usa la propria quotidianità come una coperta sotto cui nascondere tutto il resto, il massimo della decenza possibile sta nell'accettare che nessuno può passare le giornate in uno stato di dolore puro per essere all’altezza del male del mondo.
Si può andare al lavoro e gioire per un upgrade e comunque sapere cosa sta succedendo, si può fare pilates e sapere, si può ridere a un aperitivo e sapere. Il nostro cervello fa quello che può per proteggerci. Non sarà eroico, ma continuare a vivere la nostra vita ci tocca, ed è un privilegio poterlo fare, soprattutto se nel frattempo sappiamo cosa succede altrove e possiamo, in un futuro che speriamo non arrivi mai, apprezzarla ancora di più.