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Gaza, le donne non torneranno mai veramente a un "prima”: cura, maternità, dignità (e traumi) nel post conflitto

Gaza, le donne non torneranno mai veramente a un prima”: cura, maternità, dignità (e traumi) nel post conflitto
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La questione di genere nella ricostruzione post‐conflitto non è un accessorio morale: è un imperativo politico e umanitario che deve andare oltre le origini del conflitto.
di Eugenia Nicolosi

Il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza non coincide con la fine del conflitto. Per centinaia di migliaia di donne, questa tregua ha soltanto sospeso alcuni aspetti del confltto ma lascia intatto l’impatto strutturale sulla salute, sulla salute mentale, sulla sicurezza, la dignità e sui diritti fondamentali.

Parlare oggi delle donne, delle bambine e delle ragazze è una necessità politica: nessuna ricostruzione sarà credibile se non passa da una logica di genere. E tutto suggerisce che non lo farà.

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Secondo i dati dell’UN Women e dell’UNFPA, oltre 690mila donne e ragazze a Gaza sono in età mestruale e meno di un quarto dei prodotti igienici necessari è riuscito a entrare nella Striscia. L’acqua potabile è stata scarsa, le latrine sono condivise da decine di famiglie e la gestione dell’igiene mestruale, in queste condizioni, diventa una questione di salute pubblica oltre che di dignità.

A questo si aggiunge la crisi materno-infantile: più di 50mila donne incinte, secondo l’UNFPA, hanno avuto un accesso limitato o nullo a cure prenatali, assistenza al parto e servizi post-natali. Ospedali distrutti o non funzionanti, mancanza di anestetici e incubatrici, blocchi agli aiuti medici. Sono centinaia i parti avvenuti ogni giorno senza condizioni minime di sicurezza. Infine, un report specifico sulla violenza di genere, delle Nazioni Unite, segnala una impennata degli abusi sulle donne, bambine e ragazze: violenza sessuale, fisica, psicologica perpetrata quotidianamente. 

"storie preconfezionate sul nostro coraggio"

Queste condizioni generali si traducono in danni permanenti alla salute mentale: nell'editoriale "Inside the crisis you don’t see: How war impacts women’s mental health" del Department of Economic and Social Affairs delle Nazioni Unite si segnala che circa il 75 per cento delle donne a Gaza dichiarava depressione regolare, il 62 per cento insonnia, il 65 per cento ansia e incubi ricorrenti, già nel 2024.

Questi dati non descrivono solo una condizione emergenziale: evidenziano la riproduzione di una disuguaglianza di genere che, nei conflitti, si accentua fino a diventare sistemica.

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Le donne subiscono una doppia esclusione: prima come vittime dirette della guerra, poi come soggetti marginali nei processi di ricostruzione perché banalmente la ricostruzione non passa da una logica di genere. come si legge chiaramente nello studio delle Nazioni Unite sulla "resilienza" delle donne a Gaza. Ma ciò che il mondo occidentale chiama “resilienza” è più una trappola che una virtù. Si legge sul blog della scrittrice palestinese Eman Afael, che a Gaza ci vive, «Le donne di Gaza non hanno mai dettto di essere più forti dei fardelli che portano: è stato il mondo a dirlo, tessendo storie preconfezionate sul nostro coraggio». Quello che rimane non detto, in questa narrazione tutta occidentale è che la pazienza non è una scelta, ma una trappola. La sopravvivenza non è sempre eroismo. È un'esistenza frammentata, segnata da perdite e tradimenti. «Durante la guerra, ognuna di noi diventa una fabbrica di vita e uno scudo quotidiano contro l’assenza e la morte». 

Le guerre - tutte - sono sempre più asimmetriche e gli interventi che non misurano lo scarto dell'impatto del conflitto da una prospettiva di genere non sono equi: sono discriminatori a loro volta. 

la prospettiva di genere nelle pratiche post conflitto

Non per nulla le politiche di gender mainstreaming — introdotte dalle Nazioni Unite negli anni Novanta e adottate anche dalla Banca Mondiale e dall’Unione Europea — prevedono che ogni intervento post-conflitto integri una prospettiva di genere in tutte le fasi: analisi, progettazione, bilancio, valutazione. Ma nella pratica, a Gaza questo approccio resta quasi del tutto inapplicato. I programmi umanitari si concentrano sulla ricostruzione materiale e sulla sicurezza, ma senza un’analisi d’impatto di genere le risorse finiscono per riprodurre le stesse gerarchie che la guerra ha aggravato e in questo senso l’assenza di una logica di genere nella ricostruzione non è una dimenticanza tecnica ma un segnale chiarissimo della distanza tra i principi proclamati e le pratiche effettive del sistema internazionale, soprattutto in contesti complessi come Gaza, Yemen, Siria o Sudan.

Le Nazioni Unite, pur avendo diffuso appelli e analisi dettagliate, all'atto pratico non dispongono dei mezzi politici per imporre pratiche speficiche utili a ridurre la discriminazione nei processi di ricostruzione, come denuncia l'Onu. La salute riproduttiva, la protezione dalla violenza di genere, la partecipazione femminile alla ricostruzione restano fuori dall’agenda diplomatica. 

Le priorità infatti vengono definite secondo criteri militari, infrastrutturali o economici, ignorando il fatto che la sopravvivenza quotidiana dipende in larga parte dal lavoro di cura, e il lavoro di cura è femminile. «Noi, donne di Gaza, siamo stanche di dover spiegare che soffriamo - scrive ancora Eman Afael - Siamo esauste di essere state davanti alle telecamere per 24 mesi di genocidio come se avessimo scelto noi questa lotta. Siamo stanche di raccontare le nostre storie a un mondo che finge di ascoltare ma che non sente»,