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Violenza ostetrica, ancora denunce di abusi: il parto trasformato in "atto di obbedienza"

Violenza ostetrica, ancora denunce di abusi: il parto trasformato in atto di obbedienza
Una nuova indagine conferma i dati di sempre: la violenza ostetrica è una pratica che resiste; la denunciano quasi l'80 per cento delle donne.
di Eugenia Nicolosi

Ci insegnano, fin da piccole, a fidarci dell’autorità, a non mettere in discussione chi “sa più di noi”, a non essere troppo esigenti, troppo sensibili, troppo difficili. Ci insegnano a sopportare. E poi un giorno, quando diventiamo madri, scopriamo che il nostro corpo – il nostro unico corpo, quello che dovremmo conoscere meglio di chiunque altro – non ci appartiene del tutto. La violenza ostetrica, in sostanza, è questa: privare dell'autonomia decisionale una donna in un momento intimo e trasformativo.

Partorire con meno dolore: storie di violenza ostetrica

Un’indagine condotta da Lucia Ponti, professoressa associata di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione presso l’Università di Urbino Carlo Bo, ha rivelato che il 76,2 per cento delle donne ha subìto almeno una forma di violenza ostetrica legata al parto. Ma anche che questa esperienza, nel tempo, si associa a difficoltà psicologiche e relazionali, con possibili ripercussioni sul benessere delle madri, sul loro rapporto con il bambino e con il partner.

nuove indagini raccontano un fenomeno sempre più ampio

L’indagine è ancora in corso ma ha già coinvolto 1.327 donne che hanno denunciato diverse forme di violenza osterica, non solo nella sua manifestazione fisica ma anche psicologica e verbale. Nello specifico: il 45,9 per cento delle partecipanti ha riferito di aver subito abusi e comportamenti coercitivi o umilianti, tra cui rifiuto di fornire cure o informazioni, negazione o ritardo nell’accesso all’epidurale. Il 62,2% ha sperimentato trattamenti non consensuali, come la mancanza di un consenso pienamente informato e pressioni che hanno limitato la loro autonomia decisionale durante il parto.

I dati raccolti risultano oltretutto coerenti con uno studio, sempre italiano, che risale al 2021 sullo stesso tema: la diffusione del fenomeno è ampia e la necessità di maggiori tutele per le donne durante il parto è urgente.

Ma cosa è la violenza ostetrica? Il termine suona duro, spiazzante, a qualcuno sembrerà esagerato. Non è un’accusa contro i medici, né contro gli ostetrici, né contro la Scienza. È una denuncia contro un sistema che non ascolta le donne. La violenza ostetrica si manifesta quando una donna viene sottoposta a procedure invasive senza consenso, trattata con freddezza, sminuita nelle sue richieste, privata della possibilità di scegliere.

Quando il suo dolore viene minimizzato con un "sei esagerata", quando il suo parto viene affrettato o ritardato per esigenze organizzative, quando la sua paura viene liquidata con un "non fare storie, pensa al bambino". Non è (solo) una questione di malasanità. È una questione di potere e di cultura del potere.

la violenza ostetrica è un’altra forma di infantilizzazione

Le donne sono abituate al clima di sovradeterminazione, alla costante lotta per il controllo del proprio corpo e delle proprie azioni. Accade nelle relazioni, sul lavoro, nella sanità. Sui corpi delle donne ci sono sempre discussioni e conversazioni, osservazioni, giudizi e correzioni. Quando siamo bambine, ci dicono come dobbiamo vestirci, quanto possiamo essere rumorose, quanto possiamo essere indipendenti. Quando siamo adolescenti, ci spiegano che dobbiamo stare attente a non “provocare” troppo. Quando siamo adulte, ci chiedono perché non abbiamo ancora figli, quando ne faremo.

Francesca Bubba
Francesca Bubba 

E quando siamo incinte il nostro corpo diventa “di pubblico interesse”, un oggetto gestito da altri, un veicolo per un figlio che sembra contare più di noi in una società traboccante di persone che sembrano sapere cosa è meglio, che toccano e consigliano, che mentono e minimizzano, pronte a convincerci che "il dolore ha a che fare con l'amore", come spiega benissimo l'attivista Francesca Bubba.

Il parto diventa allora un campo di battaglia tra chi vuole decidere per noi e chi chiede di essere rispettata. Ed è qui che la violenza ostetrica si inserisce come il più violento atto di infantilizzazione: una donna che partorisce dovrebbe essere nel pieno della sua potenza, e invece si trova spesso ridotta a un paziente passivo, a una comparsa nel proprio stesso parto, che viene gestito da altre persone. 

"L'importante è che il bambino stia bene"

Quante volte le donne si sentono dire questa frase dopo un parto traumatico? È il modo più sottile e crudele per zittirle. Perché non si può essere felici di aver messo al mondo un figlio e, contemporaneamente, arrabbiate per essere state maltrattate? Perché si dà per scontato che il benessere del neonato debba venire sempre prima di quello della madre, come se fossero due cose separate, come se una donna dovesse sacrificarsi senza pretendere nulla in cambio? Ma una donna che subisce violenza durante il parto, spesso, dimentica. Restano però le cicatrici, fisiche e psicologiche, di quell'abuso: depressione post-partum, ansia, difficoltà nel legame con il neonato, paura del contatto con la propria sessualità. Eppure, tutto questo viene taciuto, ancora minimizzato, ancora normalizzato.

La violenza ostetrica non è una fatalità, non è un prezzo da pagare per diventare madri. È una questione politica, sociale, culturale. E, soprattutto, è evitabile. Serve un cambiamento nel sistema sanitario, affinché il parto sia un momento di rispetto e non un protocollo da eseguire a ogni costo. Serve un cambiamento culturale, perché il dolore delle donne venga ascoltato, non ridicolizzato. Serve che le donne alzino la voce, che raccontino le loro esperienze, che pretendano il diritto di essere trattate da protagoniste, non da comparse. Perché il parto non dovrebbe essere un atto di obbedienza, ma un atto di potere e autodeterminazione.