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Età (e fertilità) dei maschi: quello che nessuno dice sull’orologio biologico degli uomini

Anche la fertilità maschile ha dei limiti: studi scientifici dimostrano che l'età influisce sulla qualità dello sperma e sulla salute dei figli e delle figlie (ma la società continua a ignorarlo).

Al netto di storie vere ma rare, tipo quella dell'attore Charlie Chaplin, ebbe figli fino a 73 anni suonati, l'orologio biologico (o comunque una data di scadenza per diventare padri biologici) esiste anche per gli uomini. Più invecchiano, più gli spermatozoi sono patogeni.

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Da sempre il concetto - più culturale che altro - di orologio biologico è stato utilizzato quasi esclusivamente per descrivere il declino della fertilità femminile con l’avanzare dell’età. Anzi, la fretta delle donne di diventare madri in virtù di un supposto "istinto" che subentrerebbe tipo fulmine a ciel sereno al compimento dei venticinque anni circa. Accadrebbe perché la fertilità diminuisce con il trascorrere del tempo e le gravidanze diventano meno probabili e più problematiche. Cosa che - da sempre - non viene in alcun modo associata all'età del padre biologico nella convinzione che i maschi sono eternamente fertili e sani. 

Oggi la scienza ci racconta una storia diversa e molto meno nota: anche gli uomini hanno un orologio biologico. Dopo i 35–40 anni, la qualità dello sperma comincia a peggiorare con conseguenze concrete sulla fertilità, sul concepimento e, cosa ancor più importante, sulla salute della prole.  E di questo si parla ancora troppo poco.

Cosa succede allo sperma quando l’uomo invecchia

Diversi studi scientifici confermano che l’invecchiamento maschile comporta un deterioramento progressivo della qualità del seme. La concentrazione spermatica, la motilità e la morfologia degli spermatozoi peggiorano con l’età e aumenta anche la frammentazione del DNA spermatico, una condizione associata a maggiori difficoltà di concepimento e a un più alto rischio di aborto spontaneo.

Un’importante revisione pubblicata su Nature Reviews Urology sottolinea che l’età paterna avanzata è legata a un aumento di mutazioni de novo (cioè mutazioni genetiche che appaiono per la prima volta) nei gameti maschili, alterazioni genetiche quindi che non sono presenti nei genitori ma che compaiono spontaneamente nel DNA del figlio. Questo tipo di mutazioni è stato associato a malattie come schizofrenia, autismo, epilessia e alcuni tumori infantili.

Anche il British Medical Journal ha pubblicato nel 2018 una sintesi degli effetti dell'età paterna, evidenziando un legame tra paternità tardiva e un rischio aumentato di disturbi neuropsichiatrici nei figli, come il disturbo dello spettro autistico e disturbi dell'umore.

Charlie Chaplin nel suo personaggio "Charlot" 

Al netto di miti e leggende, la fertilità maschile non è eterna

È un mito pericoloso quello secondo cui gli uomini sarebbero fertili per sempre. Sebbene biologicamente possano produrre spermatozoi fino a tarda età, la funzionalità riproduttiva e la qualità genetica dei gameti si riducono con l'avanzare del tempo. In tal senso l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che fino al 50 per cento dei casi di infertilità di coppia siano legati a fattori maschili.

Eppure, nella narrazione pubblica, il problema viene ancora troppo spesso attribuito soltanto alla partner. Una questione culturale? Ovviamente sì: questo silenzio sull’invecchiamento riproduttivo maschile non è casuale ma radicato in fattori culturali che ancora soffocano qualsiasi conversazione onesta sulla salute riproduttiva.

La società continua a celebrare uomini che diventano padri a 60 o 70 anni, come esempi di vitalità o successo, ignorando del tutto i rischi medici e genetici associati. Al contrario, le donne che scelgono di diventare madri oltre i 35 anni vengono descritte come in ritardo o a rischio, e sottoposte a una pressione sociale e medica ben più intensa.

Questa doppia morale crea una responsabilità sbilanciata nel discorso sulla fertilità: la prevenzione, la pianificazione e i controlli sono richiesti quasi esclusivamente alle donne, mentre gli uomini sono spesso esclusi da questi percorsi, a discapito della salute di coppia e del futuro nascituro.

Serve più educazione (anche per gli uomini)

L’assenza di educazione alla salute riproduttiva maschile è una lacuna che va colmata. Serve una nuova cultura della fertilità che coinvolga anche gli uomini, soprattutto in un’epoca in cui l’età media della paternità continua ad aumentare. Parlarne significa abbattere tabù, ma anche responsabilizzare: conoscere i limiti biologici e i rischi legati all’età permette scelte più consapevoli, informate e condivise.

Oggi esistono esami specifici per valutare la qualità dello sperma, compresa la frammentazione del DNA spermatico, che possono aiutare a identificare eventuali problematiche anche in uomini apparentemente sani.

Ovviamente sono pochi gli uomini che vi ricorrono, spesso per mancanza di informazione o per retaggi culturali legati alla virilità. Ma crediamo sia tempo di superare il mito dell’eterna fertilità maschile e integrare gli uomini nel discorso pubblico e medico sulla salute riproduttiva. Non fosse altro che per la salute di bambini e bambine.