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Il significato della parola "cura": più viene trattata come trend, più la salute mentale (quella vera) va a gambe all'aria

Skincare routine, riordino compulsivo del frigo, declutteting: i trend attorno a una fantomatica "cura di sé" arrivano dalle spinte esterne ad adottare pratiche piatte o a comprare oggetti e prodotti. Abbiamo confuso la cura personale con il benessere collettivo. E a risentirne è proprio la salute mentale.

L'ultima è la "morning shed": una ennesima tendenza di self-care diventata popolare grazie a TikTok e che prevede che le persone applichino diversi strati di prodotti sulla propria pelle prima di andare a letto con la speranza di ottenere un effetto wow al mattino. Dovrebbe far stare bene chi lo fa. Ok, è vero, non si è mai parlato così tanto di salute mentale e cura di sé. Ma è vero anche che i due concetti sono stati talmente appiattiti e universalizzati, che non abbiamo fiatato quando i brand hanno inziato a trasformarli in variabilii di marketing, mentre noi perdevamo il senso del termine: "benessere" è collettività, non è mangiare sano né fare a gara per chi ha l'ADHD più invalidante. E infatti, nonostante i decluttering, la skincare, la challenge a chi ha la salute mentale più precaria e le scatole che tengono il frigo in ordine, non siamo mai stati così depressi. 

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Praticare il self care tra social, consumismo e significato

Oggi come oggi la cura di sé dovrebbe essere solo un atto di resistenza nei confronti di tutte le dinamiche sociali tossiche alle quali ci siamo lentamente abituati, tra performativismo spinto e iperconnessione. Ma invece non solo non è così, ma l'intero mondo dedicato alla cura del sé e in generale al benessere è stato ingoiato da quelle stesse dinamiche tossiche e, oggi, il concetto di selfcare o perfino di salute mentale, ci vengono restiuiti sotto forma di cose da fare, da dire e da comprare. Oggi la cura di sé è un carrello della spesa pieno di prodotti consigliati da un influencer su TikTok. È la skincare da 10 step, è il decluttering, è il "fridgescaping": l''ossessione del frigorifero organizzato in scomparti perfettamente ordinati (e instagrammabili) come se la nostra vita dipendesse dall'estetica del cassetto delle verdure. Ma davvero ci prendiamo cura di noi se l'unico metro di misura è ciò che compriamo o, peggio, quanto aderiamo al modello in trend?

Il termine "cura di sé" risale agli anni Cinquanta, all'alba del periodo di grande "benessere" collettivo post bellico. All'epoca si parlava più della scoperta - vera - della propria autodeterminazione dopo gli stenti e le violenze delle due guerre, in modo particolare in relazione alla salute mentale precaria di pazienti ospedalizzati. Nel decennio dopo l'autodeterminazione di pochi è diventata uno strumento di lotta collettiva: per stare bene, davvero bene, non bastava il booom economico, si doveva prendere parola ed estendere i privilegi di pochi affinché diventassero diritti universali. Tra questi l'accesso al sistema sanitario, diritto alla casa, emancipazione delle categorie marginalizzate. Non solo le comunità hippy: la qualità della vita (per tutti), cibi nutrienti, amore libero da schemi sociali preordinati, meditazione, yoga, oppure i ragionamenti sull'universalità del diritto alla salute e sulle criticità del capitalismo erano i temi centrali di un ragionamento sul "benessere", perché lo scopo era che fosse di tutti e non di pochi.

Ora il problema dovrebbe essere abbastanza chiaro: non è solo che il concetto di cura di sé si sia ridotto a un'esperienza di shopping senza fine, ma che questo processo sia diventato un ingranaggio perfetto di quel sistema di gerarchie che impedisce alle persone di avere, realmente, cura di sé. TikTok ha trasformato il concetto di cura in un meccanismo ciclico e senza vie d'uscita: scrolliamo, scopriamo un nuovo "must-have", lo acquistiamo, ne arriva un altro e si ricomincia. E potrebbe essere un libro come una tisana drenante, le tendenze esplodono e si dissolvono in un battito di ciglia mentre il benessere vero si allontana sempre di più.

Cosa significa prendersi cura di sé e cosa "benessere"

Ecco la domanda: cosa significa davvero "cura" nel 2025? Significa avere la casa ordinata come un catalogo di arredamento? Significa seguire una routine skincare da centinaia di euro? O significa forse tornare all'essenza della cura di sé: il benessere mentale, fisico ed emotivo, scollegato dal consumo e dall'estetica.

Come è possibile che a nessuno venga il sospetto che la vera cura non stia nel comprare, ma nel fermarsi e guardarsi attorno e negli occhi con gli altri? Nel disconnettersi da questo ciclo infinito, nell'ascoltarsi e nell'ascoltare e nel ragionare sui modelli che ci vengono proposti - imposti - dall'esterno. Prendersi cura di sé non può essere un atto performativo per un pubblico digitale né un'esperienza che isola dal resto del mondo: deve essere una pratica intima e personale, ma umanizzante.

Naturalmente non è un attacco a chi fa influencer marketing o a chi si chiude in sé per ricucire i propri strappi. Ma alla visione distorta di ciò che è oggi è "cura": consumo.

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La "cura di sé" è intanto intrinsecamente soggettiva: ciò che funziona per una persona potrebbe non essere adatto per un'altra. Anzi: la pressione di seguire insistentemente i trend che spacciano salute mentale a buon mercato conduce nella direzione opposta a quella del benessere. E per l'appunto, nonostante l'apparente proliferazione di promesse di benessere e consigli sulla "cura di sé", i dati indicano una crescente crisi della salute mentale..

E infatti non siamo mai stati così depressi

A livello globale, il 32 per cento della popolazione riferisce di soffrire di qualche forma di disturbo mentale, con un aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2022. In Italia, questa percentuale è del 28 per cento con ansia (14%) e depressione (12%) tra i disagi più comuni. Particolarmente preoccupante è la situazione tra i giovani: circa 700mila adolescenti italiani affrontano problemi legati alla depressione e ad altri disagi mentali. Questi numeri suggeriscono che, nonostante l'enfasi sulla "cura di sé", molti non stanno realmente affrontando le proprie necessità di benessere in modo efficace. E che forse comprare scatolette di varie misure per sistemare i trucchi produca una soddisfazione temporanea, oltre che individuale, nella challenge a chi è più idratata, a chi cura di più "sé", in modi assolutamente egoistici e personali, a chi ha la casa più organizzata. 

La cura trasformata in tendenza ci impedisce ogni giorno di coltivare il benessere o di parlarne davvero e ci avvicina solo a esigenze, indotte dall'esterno, e soprattutto individuali. Il benessere esiste quando è collettivo, quando le città sono accessibili e funzionali, la salute un diritto universale, quello abitativo garantito e così via. E proprio aver disimparato a concepire il benessere come qualcosa da coltivare come civiltà, ci ha spinte e spinti verso l'isolamento sociale, tra una skincare routine e un avocado toast.