Succede nelle migliori famiglie: i comportamenti disfunzionali che abbiamo normalizzato (per sopravvivere)
Non si è responsabili dei comportamenti degli altri componenti della famiglia, né si devono proteggere da giudizi esterni: invece, il primo insegnamento delle famiglie disfunzionali è che "i panni sporchi si lavano in casa".
In molte famiglie alcuni comportamenti — come il soffocamento emotivo, l’assenza di autenticità, o la manipolazione affettiva — vengono interiorizzati come "normali", vengono cioè normalizzati. Un esempio tra tutti: si cresce con l’idea che non dire ciò che si pensa sia un gesto di pace sociale, anziché riconoscere il proprio silenzio come una sottomissione e un sacrificio. E si pretende pure di dare l'esempio a chi si ribella.
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Le disfunzionalità che si sviluppano dentro a una casa non sono prive di impatto sul lungo termine. Sempre per esempio, chi impara a tacere, da adulto o da adulta, continuerà a farlo. Trasformato, trasformata, in una maschera che accontenta tutti ma che non ha identità. L'altra reazione ai tentativi di silenziare (mediante ricatto emotivo, mediante l'insegnamento a riprodurre una pace finta). potrebbe essere quella del tutto contraria: cioè l'impossibilità di rimanere in silenzio quando si ha una opinione. Ma andiamo con ordine.
i comportamenti disfunzionali dentro alle famiglie sono molti di più di quelli che pensi
È importante riconoscere che comportamenti disfunzionali non si manifestano soltanto in famiglie apertamente problematiche: in realtà, sono presenti — in forma più o meno lieve — in quasi ogni nucleo familiare. Questo avviene perché le pressioni sociali e le norme culturali radicate favoriscono la sopravvivenza di certe dinamiche, anche quando sono dannose. Frasi come “i panni sporchi si lavano in casa” o “è comunque tua madre/tuo padre” rinforzano l’idea che la famiglia sia un luogo intoccabile, dove persino il disagio va accettato in silenzio.
Il processo di normalizzazione nasce proprio qui: si interiorizza l’insano come routine, lo si giustifica, lo si assorbe nel proprio sistema di valori. Quando si diventa adulti, adulte, si restituiscono queste dinamiche nella propria rete sociale e relazionale. Si fatica a stabilire confini sani, si tende a replicare ruoli disfunzionali nelle relazioni sentimentali o professionali e spesso si prova un senso cronico di inadeguatezza o colpa ogni volta che si cerca di affermare sé stessi. In breve, ciò che viene tollerato da bambini, viene spesso riprodotto — o temuto — da grandi.
la "famiglia a tutti i costi": imparare a vivere nel disagio
C’è una pressione sociale implicita molto forte, dietro all'accettazione di comportamenti disfunzionali e problematici di uno o più membri di una famiglia: "la famiglia è sacra, va tenuta unita a ogni costo". E anche sollevare questioni minime viene visto come una minaccia. Questa norma culturale elogia il senso di attaccamento familiare fino all’invischiamento, dove confini personali non esistono e si perde l’autonomia psicologica.
Si tollerano comportamenti inaccettabili, red flags emotive giganti, piuttosto che rischiare il fallimento sociale di “rompere il nucleo” o incrinarne la reputazione o la visione romanticizzata di chi c'è all'interno.
Una famiglia in cui qualcuno ha comportamenti disfunzionali spesso normalizza il temere di esprimere un dissenso, con la sensazione che farlo significhi mettersi contro il clan o creare malumori, l'incapacità comunicativa di qualcuno - o di tutti - insegna a tutti a dover indovinare l’umore altrui, soprattutto di chi "comanda", trasformando l'oscillazione dei suoi umori in un barometro sull'atmosfera dell'intera casa.
Viene normalizzata l’assunzione di ruoli non scelti, come fare la “massaia perfetta” o la “figlia che non dà problemi”, per essere viste e apprezzate, per meritare gratitudine o un poco d’amore. Viene normalizzata la sudditanza psicologica, in cui un membro fa da preda emotiva o da “salvatrice”, mettendo da parte i propri bisogni, in una spirale co-dipendente.
Le pressioni interne: la "Teoria dei Ruoli".
Elaborata negli anni Cinquanta, la teoria dei ruoli, in sociologia, suggerisce che all'interno della famiglia ogni individuo ricopre un ruolo specifico, caratterizzato da aspettative di comportamento e modelli di interazione. Se sei "figlio" devi attenerti al copione. E lo stesso vale per tutti gli altri componenti, ovvio. Questi ruoli non sono statici, ma si sviluppano e si adattano attraverso le interazioni con gli altri membri della famiglia, influenzando il modo in cui ogni persona si comporta e percepisce se stessa e gli altri.
In altre parole, ciascun membro della famiglia è come un "attore" che interpreta un ruolo ma che allo stesso tempo partecipa attivamente alla definizione del copione e delle dinamiche relazionali.
Nei casi di disfunzionalità i ruoli diventano rigidi: chi “comanda” (spesso con malumore o manipolazione), chi resta sottomesso/a, chi “media” (spesso un/a figlio/a costretto/a a crescere prima del tempo, diventando una sorta di piccolo genitore). C'è chi “copre” con complicità i segreti o minimizza le tensioni, comportandosi come se nulla accadesse, in una forma di gaslighting familiare.
neutralizzare il dolore per rimanere "nel cerchio" della famiglia
L’effetto collaterale di solito è crescere con sentimenti di colpa e vergogna, dopo che sono stati agiti su di noi come strumenti di controllo. Ma non solo: più problematico è crescere introiettando tecniche sociali di “neutralizzazione”: cioè imparare a razionalizzare il dolore per conformarsi ai valori familiari. Questa dinamica è quella che permette di sopportare la disfunzione e mantenere la “facciata”.
Rompere un ciclo come questo richiede, ovviamente, coraggio e soprattutto una presa di coscienza. Si resta in famiglie disfunzionali non solo per affetto, ma spesso per paura del giudizio sociale o dell’etichetta di “figlio/a ingrato/a”. Ma riconoscere che certi modelli relazionali — come il silenzio forzato, il malessere imposto, la negazione dell’autenticità — non sono sani è il primo passo per uscirne.
In tal senso, avere una cerchia amicale con la quale confrontarsi sulle reciproche dinamiche fammiliari aiuta a capire cosa è "normale" e cosa non lo è. Non si è responsabili per i comportamenti degli altri componenti della famiglia, né si devono proteggere da giudizi esterni. Parlare, chiedere spazio, riconoscere i propri confini emotivi: tutto questo richiede tempo, supporto — magari di un/una terapeuta — e un sincero lavoro su di sé. Restare uniti non significa mortificarsi e subire.