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Dalla prigionia al business, dai campi di guerra ai teatri del Novecento: la (vera) storia del Pilates

Dalla prigionia al business, dai campi di guerra ai teatri del Novecento: la (vera) storia del Pilates
Non era ginnastica, non era danza, non era medicina: era una filosofia incarnata, la Contrology, un’arte del dominio del respiro e del movimento: il Pilates è nato nei campi di internamento durante la prima guerra mondiale
di Eugenia Nicolosi

Nelle baracche di Knockaloe, campo d’internamento britannico durante la Prima guerra mondiale, Joseph Hubertus Pilates inventava un metodo per redimere i corpi dalla prigionia e dalla malattia. I letti d’ospedale si trasformavano in macchine di resistenza, le molle delle brandine in strumenti di riabilitazione, i compagni di reclusione in discepoli.

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E ciò che nacque in una condizione di necessità e precarietà, col passare dei decenni, si trasformò in un’industria opulenta, capace di fatturare milioni e di colonizzare il lessico del benessere globale.

i gatti del campo di internamento 

Era il 12 settembre 1915, e un piroscafo britannico solcava le acque dell’Irlanda, trasportando uomini imprigionati in una discesa silenziosa verso l’ignoto. Sotto il ponte, l’aria ristagnava, mentre uomini indeboliti da sacrifici e malattie si preparavano a scendere a terra per rimanere, in pratica, isolati dal mondo dietro al filo spinato del Knockaloe Internment Camp. Narratively. 

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(getty)

Tra di loro c'era anche un giovane rimasto noto come “Internato #14001 J. Pilatus”, un nome che portava con sé un grosso errore ma anche un destino tracciato. Era in realtà Joseph Pilates. E se per molti quel campo sarebbe stata la tomba di anni di attesa per lui fu invece un laboratorio di rinascita. Pilates cominciò a sperimentare, a studiare il respiro degli altri prigionieri, i movimenti dei loro corpi e quello dei gatti che circolavano nel campo d'internamento.

E proprio da quella grazia animalesca, intuita tra le baracche del campo, naque la "Contrology," un sistema di esercizi nato nel silenzio, nel desiderio di trasformare la fragilità in armonia. Non servivano muscoli da supereroi, ma intelligenza nel respiro, eleganza nell’allineamento, forza nella fluidità del gesto.

Uscito dal campo, Pilates tornò prima in Germania, ma il passaggio fondamentale di svolta per la disciplina avvenne a New York, tra gli anni Venti e Trenta del Novecento: qui infatti Pilates aprì uno studio destinato a diventare mitologico nel mondo della danza. George Balanchine, Martha Graham e tanti altri astri dello spettacolo trovarono nei suoi esercizi una sorta di fonte miracolosa di forza e resistenza. Così quello che era ancora un piccolo studio attirò quasi per intero il mondo della danza e del teatro della Grande Mela. Negli anni successivi infatti il metodo esplose: non era abbastanza glamour da finire in qualche copertina ma sempre più persone erano affascinate dalla pratica.

il boom, il mainstream, il business

Imparare a muoversi come un felino, leggere il mondo attraverso la postura, ritrovare un equilibrio che scorre: da pratica segreta delle élite artistica, il Pilates entrò gradualmente nelle palestre, fino a diventare sinonimo stesso di fitness per tutte e tutti. La consacrazione quindi arrivò nemmeno troppo più tardi, tra gli anni Ottanta e Novanta, in piena esplosione dell’aerobica e delle famose videocassette di fitness.

Il Pilates fu riposizionato come disciplina “low impact”, adatta alle donne, elegante, quasi terapeutica. Fu qui che il marketing fece (come sempre) il resto: tappetini, attrezzi, manuali, DVD, corsi di formazione per istruttori. Ogni gesto divenne replicabile, certificabile, monetizzabile. Oggi il Pilates è un marchio planetario. Si calcola che l’industria del fitness legata a questo metodo – tra attrezzature, corsi e abbonamenti – muova centinaia di milioni di dollari l’anno. Le grandi catene lo hanno inglobato nei pacchetti “premium”, gli/le influencer lo hanno reso virale, le app di allenamento lo distribuiscono come routine quotidiana.

Ciò che era nato come restituzione di vigore al corpo fragile è divenuto un prodotto, levigato da marketing e algoritmi, pronto a essere consumato come promessa di equilibrio e grazia. Il paradosso però in  qualche resta intatto: Joseph Pilates, uomo ossessionato dalla disciplina e dalla purezza del gesto, ha finito per dare il nome a un universo fatto di franchising e abbonamenti. Eppure, sotto la patina commerciale, la sostanza resiste.