Essere critici con se stessi va bene, ma senza esagerare
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Riconoscere di aver sbagliato e imparare dai propri errori sono sinonimi di maturità che aiutano a migliorare. Ben altra cosa è essere troppo critici con noi stessi, diventando i nostri peggiori nemici e giudici inclementi. Dov’è il confine? Quando capire che l’autocritica è diventata malattia? Ecco i principali campanelli d’allarme che dovrebbero spingerci verso un passo indietro, prendere un respiro e dire “Sto esagerando”. Insomma, un esercizio per l'autostima... Nel video troverai qualche dettaglio in più!
Imparare a sbagliare
Nessuno è perfetto, questo faremmo bene a riconoscerlo subito, e solo uno sciocco penserebbe il contrario. Nella vita si sbaglia di continuo, e va bene così, perché siamo esseri umani. Sì, avete letto bene: sbagliare va bene, fa bene. Perciò facciamo un bel respiro e mettiamo a tacere la vocina nella testa che sta sussurrando “Sei una brutta persona”, combattiamola con una voce più cristallina che risponde “So di aver commesso un errore, sono qui per rimediare”. E’ a questo che servono gli errori, dopotutto: migliorare. Proviamo a immaginare la nostra vita come un tema d’italiano di terza elementare. La grafia sarà incerta e sicuramente ci saranno degli strafalcioni grammaticali che faranno storcere il naso alla maestra: è qui che entra in gioco la penna rossa, quella che bene o male abbiamo odiato tutti almeno una volta nella vita, e che sul nostro bellissimo tema comincerà a cerchiare o sottolineare di un rosso vivido tutti gli errori che abbiamo commesso, dalle o senza acca alle doppie mancate. Quando la maestra ci restituisce il tema ci rendiamo conto che sembra una cartina geografica. C’è rosso ovunque, come sulla scena di un omicidio contro la lingua italiana. Guardiamo i nostri sbagli, uno per uno, analizziamoli, proviamo a capire perché sono lì: alcuni li abbiamo commessi per la fretta, altri perché volevamo far bella figura e abbiamo usato una parola che non conoscevamo bene e che pertanto abbiamo scritto male, alcune lettere doppie si sono smarrite per la strada perché date per scontate. Accanto a ciascuno di essi, la maestra scritto la correzione. Guardiamo anche quella, imprimiamola nella memoria, impariamo. Ecco, abbiamo fatto il primo passo… sbagliare è umano, probabilmente non diventeremo mai degli scrittori, ma dentro di noi si farà largo la ferrea convinzione che nel prossimo tema quegli sbagli non ci saranno più.
Le star che hanno sofferto di depressione post partum
Il giorno della nascita di un figlio dovrebbe essere uno dei momenti più belli della vita di una donna: dare alla luce il proprio bambino, prendersene cura, donargli amore e affetto sono obiettivi della gran parte delle mamme.
Ma a volte, nonostante l'impazienza con cui si è aspettato quel grande evento, qualcosa colpisce le neo-mamme, una sensazione che molte di loro trovano davvero difficile da spiegare e descrivere. Fino a non molto tempo fa, parlare di "depressione post partum" era quasi un tabù, ma fortunatamente, oggi, sempre più donne si stanno aprendo sull'argomento, condividendo la propria esperienza e cercando confronto e conforto in altre persone che si trovano nella loro situazione o in dottori specializzati.
Questo tipo di depressione provoca vari sintomi, dalla continua agitazione e ansia all'irritabilità, dal calo dell’appetito o continua stanchezza ai disturbi del sonno, fino al senso di colpa e di inadeguatezza nel ruolo di madre, con frequenti crisi di pianto e sentimenti negativi nei confronti del neonato. La tendenza all'isolamento non deve essere assolutamente assecondata, perché porta questo stadio di tristezza a un peggioramento.
La depressione post parto può colpire qualsiasi donna, anche le nostre amate star, molte delle quali si sono aperte su questa questione e hanno rivelato come siano riuscite a superarla: da Céline Dion a Jennifer Lopez, da Alena Seredova alla regina del tennis, Serena Williams.
È anche il caso di Adele: su Vanity Fair, la cantante si è confidata sul periodo a suo avviso più terrificante della sua vita, proprio dopo la nascita di suo figlio, quando ne era diventata ossessionata e, allo stesso tempo, si sentiva inadeguata.
Sfoglia la Gallery e scopri tutte le vip che hanno sofferto di questa patologia dopo il parto ma che l'hanno combattuta e vinta, grazie all'aiuto dei propri partner, al confronto con altre donne o, semplicemente, chiedendo e cercando aiuto negli specialisti.
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Autocritica: costruttiva e distruttiva
Riprendiamo la nostra metafora del tema d’italiano. L’oceano di parole cerchiate in rosso può generare in noi due reazioni: menefreghismo, annunciato da un “che sarà mai, non m’importa di queste cose” o un senso di colpa pungente che ci farà pensare “non avrei dovuto farlo, sono stato proprio uno sciocco”. Sul primo, purtroppo, non si può lavorare; se siamo convinti che gli errori non servano a nulla e che siamo perfetti così, pecchiamo di megalomania. Sulla seconda reazione, invece, possiamo lavorare in maniera costruttiva. Innanzitutto, mettiamo in chiaro il fatto di non essere degli sciocchi. Sbagliare, come detto prima, è umano, non rende noi persone sbagliate, e il processo di autocritica può solo aiutarci a diventare la versione migliore di noi stessi. Ci sono alcune domande che possiamo porci per imparare da quell’errore:
1 - Come mi fa sentire? (Auto-analisi)
Ascoltarsi è difficile, spesso siamo vittime del giudizio altrui e mettiamo noi al secondo posto. Prendiamoci un momento per studiare le sensazioni che l’errore commesso provoca in noi, positive o negative che siano. Qualsiasi risposta sarà una conquista e ci aiuterà a conoscerci meglio, a non essere estranei ai nostri stessi sentimenti. La frase-guida sarà: “Aver sbagliato mi fa sentire così…”;
2 - Questo errore farà del male a qualcuno? (Ascolto)
Chiedere scusa è il secondo passo. La parola “scusa” a volte è estremamente complicata da dire per orgoglio o per vergogna. Dopo aver capito come quello sbaglio ha fatto sentire noi, mettiamoci nei panni dell’altra persona: come ha fatto sentire lei? L’ascolto è fondamentale in questa fase, se non sappiamo darci una risposta chiediamola, senza paura;
3 - Sono un mostro? (Confronto)
Le risposte ricevute alla seconda domanda potrebbero essere taglienti e farci del male, ma fa parte del processo di guarigione: senza dolore, non esisterebbe la gioia. Ammettere di aver sbagliato, comunicare come ci sentiamo e accogliere i sentimenti dell’altra persona fanno di noi delle persone empatiche e attente, non dei mostri.
La critica distruttiva
Dietro l’angolo, però, c’è il vero nemico: la critica distruttiva. Addossandoci le colpe di tutti i mali, ripeterci che siamo dei fallimenti e che non faremo mai niente di buono nella vita è assolutamente dannoso, oltre che falso: noi esseri umani siamo in continua evoluzione, non siamo “inscatolati”, perciò possiamo sempre cambiare, in meglio. Il nostro giudizio, molto più pesante di quello degli altri, potrebbe infettare la nostra autostima e bloccarci in un eterno “non ce la farò mai”: non dobbiamo cadere in questa trappola, mettiamo in atto le 3 fasi: auto-analisi, ascolto e confronto e non diventeremo mai nemici di noi stessi.
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