Esistono ancora le relazioni tra ceti diversi?
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Siamo cresciuti con Titanic, Cenerentola, Pretty Woman, Lilli e il vagabondo e l’idea che l’amore potesse superare ogni divisione, anche quella tra ceti sociali. Un tempo le relazioni senza confini erano il desiderio segreto di molti, sia perché permettevano di elevare il proprio status se si apparteneva ai ceti più bassi della società, sia perché erano la rappresentazione di una passione e un sentimento così grande da avere il coraggio e la forza di affrontare anche i dissidi e le opposizioni della famiglia o della società circostante.
Oggi è ancora così? Non molto. La maggior parte delle persone tende a scegliere partner simili, come confermato da una recente ricerca dell’Università del Colorado Boulder e questo perché “viviamo in un mondo che si ha paura di esplorare, soprattutto nelle relazioni”, spiega a FEM il sociologo Mario Abis, parte del team di Matrimonio a prima vista Italia.
Gli opposti non si attraggono
Le coppie sono sempre più omogenee sotto diversi punti di vista: dalla ricerca dell’Università del Colorado Boulder è emerso che nelle coppie analizzate erano simili oltre l’80% dei tratti, dalle opinioni politiche all’assunzione di droghe e all’età in cui le persone hanno fatto sesso per la prima volta. Somiglianza che si riflette anche nello status socio-economico: secondo un sondaggio del 2017, il 45% dei partecipanti alle classi più benestanti ha dichiarato che non prenderebbe nemmeno in considerazione l’idea di avviare una relazione a lungo termine con qualcuno di una classe sociale diversa.
Ma perché non è più così attraente scavalcare i confini di ceto? Per diverse ragioni. Come sottolineato nel libro The power of the past, la sociologa Jessi Streib ritiene che le coppie interclassiste spesso abbiano opinioni diverse sull'educazione dei figli, sulla gestione del denaro, sull'avanzamento di carriera e su come trascorrere il tempo libero: in poche parole si tratta di relazioni più complicate e complesse da gestire, come confermato anche dal sociologo Abis. La loro complessità però è la caratteristiche che le rende anche più empatiche, proprio perché si costruiscono sulla dinamica di unire punti di vista differenti e perché non si basano su rapporti abituali, scontati, quotidiani, ma sono nati dalla ricerca e dall'esplorazione, dal rischio di mettersi in gioco. Ma questo è un elemento che si conosce sempre meno.
"I giovani di oggi sono immobili nella vita e nelle relazioni, tendono a non cercare qualcosa di nuovo o diverso", spiega il sociologo. Ciò è dovuto al contesto in cui le nuove generazioni vivono, che negli ultimi anni si è raffreddato sempre di più, e dal fatto che la vita è sempre più incerta da più punti di vista (economica, lavorativa, culturale e sociale). Secondo Abis, quindi, "i giovani hanno paura del futuro e sono insicuri: non vogliono rischiare e quindi frequentano spesso gli stessi posti (università, lavoro e luoghi sociali), dove incontrano persone simili a loro con cui nel tempo instaurano rapporti solidi e stabili".
L’incertezza provata dalla maggior parte dei giovani, cioè quella fascia di età che va dai 23 ai 35 anni (età in cui di solito si consolidano le relazioni a lungo termine), impedisce loro di proiettarsi nel futuro e di esplorare relazioni diverse, più complicate o passionali. “Le relazioni di oggi, e questo vale a livello mondiale, sono per lo più nate e continuano a nascere in seguito a un’amicizia, perché quello che si vuole di più sono rassicurazioni, non emozioni - sottolinea l'esperto -. Questo porta a costruire rapporti fragili".
Ovviamente ci sono delle eccezioni. Anche se è difficile stimare con certezza in che quantità, come sottolineato dal sociologo, ma si parla di "circa un 80% dei giovani, per lo più appartenente al ceto medio, che è timoroso del futuro e tende ad accontentarsi rispetto alle relazioni che trova, sia in provincia che nelle metropoli. Poi c’è un 15% più povero, più estremista nella vita come nelle relazioni, e infine un 5% appartenente alla classe più benestante. Questi giovani, in particolare, sono quelli che hanno i mezzi per muoversi nel mondo, per conoscere e sperimentare. Sono coloro che viaggiano di più e instaurano per lo più relazioni internazionali, a prescindere dal ceto sociale, o lo fanno spesso a un'età più matura. Ma sono anche quelli con le relazioni più stabili e più complete" , sottolinea Abis.
I social non hanno aiutato
Nel momento in cui si cerca ciò che è simile, che si conosce già e di cui non si deve avere paura, quando ci si approccia alle applicazioni e ai siti di incontri, è inevitabile finire per essere circondati da persone che ci ricordano noi stessi: perdendo la casualità dell'incontro al bar o in un luogo pubblico, si ha la possibilità di poter visionare tutte le caratteristiche del partner, dal gusto musicale alla presenza di ironia, e si ha il pieno potere di decidere cosa tenere e cosa escludere, accentuando così il desiderio di non correre dei rischi.
Ma non solo: “I social sono una grande rappresentazione di se stessi e questo spesso viene promosso attraverso un processo di falsificazione. Cioè, le persone tendeno a presentarsi come pensano possa piacere agli altri e non per quello che sono realmente: questo però altera i rapporti, rendendoli estremamente fragili. Essendo poi i giovani più conservatori rispetto un tempo, si accontentano comunque di quello che hanno", sottolinea il sociologo.
Non sognaimo più l'amore
Il vero problema, come sottolineato dall'esperto, è che alla base manca la spinta di costuirle le relazioni, a prescindere dal ceto sociale. Lo dimostrano anche i numeri: in Italia i single superano le coppie con figli. Istat ha rilevato che le persone single rappresentano il 33,2% degli italiani, contro il 31,2% delle famiglie. Quindi, prima ancora di tornare a chiedersi se le relazioni tra classi possano funzionare o no, è importante far sì che le coppie si formino senza l'obbligo di crearsi ma solo per il piacere di condividere la propria vita con qualcun altro.
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