L'economia dei piccoli gesti: il ritorno alla gentilezza e il senso di comunità
Ribaltare l'egocentrismo e l'individualismo con piccoli gesti gentili: da praticare sui social e nel mondo reale, per ritrovare il senso di comunità.
Fare per gli altri significa in realtà fare qualcosa per se stessi, perché i piccoli gesti - coltivata l'idea che "è meglio dare che ricevere" - sono fondamentali per costruire comunità e trovarne il senso. Le persone gentili, dice oltretutto la psicologia, sperimentano benefici a tutto tondo. Vivono perfino più a lungo, con meno stress e una migliore salute emotiva e mentale.
Una notte in ambulanza con una volontaria della Croce Rosa Celeste
La gentilezza è stata messa da parte, a volte sembra che anche l'educazione di base sia stata messa da parte. Il che significa che piccoli gesti di sano altruismo sono più evidenti che mai: emergono come fari nel buio della rabbia sparata a mezzo social e, perché no, nella vita reale. E con tutto quello che sta succedendo nel mondo, è facile lasciarsi prendere dai cattivi umori, dalle frustrazioni e quindi da un egoismo che solo illusoriamente è "sano". L'egoismo non è mai sano, perché falcia sul nascere il proprio contributo alla costruzione di una società in cui la collettività ha un senso di appartenenza di uno verso gli altri e viceversa. Che è l'unico vero spazio in cui la salute mentale, singola e collettiva, possono essere tutelate.
I piccoli gesti dimenticati
Fare qualcosa che aiuti gli altri sulla spinta di sentimenti genuini, anche qualcosa di piccolo, significa cedere il posto su un bus a qualcuno che potrebbe averne più bisogno o che sembra più stanco, significa portare il caffè al lavoro al collega senza che lo chieda, significa immedesimarsi nella persona che scrive qualcosa sui social e tentare di capire, prima di aggredirla. I piccoli gesti normalmente non richiedono spese eccessive né di tempo né di denaro e possono fare la differenza migliorando la giornata di chi li riceve, quindi di qualcuno che non siamo noi. Quindi in qualche modo della comunità nella quale, noi, abitiamo. Il senso di appartenenza a una comunità si sperimenta, tra gli altri modi, rafforzando e coltivando i legami tra le persone: dedicarsi al volontariato può restituire un senso di benessere e appartenenza ma anche essere disponibili (esserlo davvero) con persone che hanno bisogno di una mano per delle circostanza random. Il vicino che deve spostare il divano, per esempio.
Impegnarsi in una causa può essere perfino benefico, sia per la causa stessa che per il benessere emotivo di chi vi si dedica. Ma non per forza si deve partecipare alle lotte per i diritti (sarebbe buono in realtà): i piccoli gesti sono anche telefonare a qualcuno con cui non si parla a tu per tu da un po' (mandarsi reels è un love language ma una bella chiacchierata ha sempre più senso), fare amicizia con i vicini di casa, scoprire se hanno bisogno di qualcosa, aiutare un amico o un'amica con vulnerabilità o che sta attraversando un momento faticoso, banalmente controllare se tra le persone che si frequentano c'è qualcuna che sta attraversando un periodo faticoso.
Senso di comunità e social media: un matrimonio impossibile?
La rabbia e l'individualismo sono diventati mainstream. Sentimenti che per anni sono rimasti latenti sotto la superficie sono esplosi. Tutti, per qualche ragione, sono arrabbiati con tutti e con tutto. Sono molte le circostanze attorno a questo aumento della rabbia (e della maleducazione) ma i social media offrono alle persone lo spazio per sfogarsi. Le sessioni di sfogo spesso si trasformano in un boato collettivo e non è solo la politica a far arrabbiare le persone online, un piccolo malinteso può trasformarsi in un post incendiario indirizzato a una persona reale che ottiene centinaia di condivisioni in un'ora. Il secondo problema è la paura. Gran parte della frustrazione traboccante deriva da un periodo di incertezza che è iniziato con la pandemia e non sembra voler finire: si è creato un effetto domino di vulnerabilità in ogni sistema e microcosmo che non fa che esacerbarsi e rinvigorirsi a ogni cattiva notizia, a ogni opinione contraria.
Erano nati per alimentare il senso di comunità, ma i social stanno alimentando la cultura dell'io sordo agli altri. Praticare piccoli gesti può interrompere il ricircolo della rabbia? Sì. Anche se sui social media è più difficile che mai essere gentili, figuriamoci praticare piccoli gesti. Però contemporaneamente sarebbe molto meno faticoso che farlo altrove: significa scrivere qualcosa di carino o incoraggiante sotto a un post, legittimare l'esperienza condivisa di qualcuno anche se non la si comprende o se non si è d'accordo, basta un "mi piace" per sentirsi visti. Basta pensa a cosa si condivid e per chi: i dissing meglio lasciarli a chi non ha altri linguaggi.