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Diciamo addio (speriamo per sempre) alle Trad Wives: siamo nell'epoca delle caotiche, egoiste "Rad Wives"

Il dualismo tradwife vs radwife racconta due risposte divergenti alla crisi della cura, dell’identità femminile e delle aspettative sociali.
Ma le tradwives sono problematiche per la collettività; le Rad invece, no.

Nel panorama mediatico contemporaneo si avverte sempre più forte un contrasto tra due immagini di donna: la tradwife e la radwife. Le prime, figure patinate e nostalgiche, evocano statuette viventi di un passato rassicurante ma sono in realtà parte di un progetto culturale e politico ben preciso. Le seconde, madri “imperfette” e pragmatiche, incarnano un approccio più autentico e paritario alla quotidianità. Forse finalmente stanno vincendo loro.

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Chi è una tradwife? Il termine è un neologismo per “traditional wife”, ovvero moglie tradizionale. È oggi una pericolosa e problematica tendenza virale sui social media (TikTok, Instagram…), in cui alcune donne rivendicano un’esistenza centrata sulla cura della casa e della famiglia, spesso con un’estetica da anni Cinquanta: abiti vintage, cucina fatta in casa, nessuna autonomia economica. Alcune esponenti, come Ballerina Farm, descrivono la figura della tradwife come una donna che predilige il ruolo domestico e ritiene che “il posto della donna sia in casa”.

Il fenomeno è stato associato, ovvio, a retaggi politici e ideologici: il movimento attrae fasce conservatrici, cristiane, e talvolta evoca valori pro-natalistici e tradizionali. E infatti dietro la facciata accogliente si nascondono idee praticamente colonialiste: dalla normalizzazione della subordinazione femminile, al rischio di dipendenza economica e isolamento, fino alla disinformazione veicolata da algoritmi che legano la visione estetica a messaggi antifemministi o reazionari. 

la rimonta del caos, quello giusto, delle rad wives

E le radwife? Il termine, emerso di recente, rappresenta l’esatto contrario delle tradwife: nega la perfezione e abbraccia la quotidianità reale, fatta di stanchezza, compromessi e affetti condivisi. Niente glamour, niente idealizzazione: si accetta di mangiare pasta quattro sere su cinque, di lasciare che il caos dilaghi piuttosto che affaticarsi a morte. Come spiega una radwife, intervistata da The Guardian, l'approccio di cura è "good enough": cioè abbastanza, non eccessivo.

Secondo lo psicologo Donald Winnicott tutto ciò tutela la salute mentale, grazie alla condivisione dei compiti con il partner e alla pretesa di sistemi di supporto alla genitorialità e alla cura (congedi flessibili, nidi accessibili…).

Il dualismo tradwife vs radwife racconta due risposte divergenti alla crisi della cura, dell’identità femminile e delle aspettative sociali. Le tradwife rispondono al burnout e all’insicurezza dei nostri tempi rifugiandosi nella sfera domestica ma nel farlo sacrificano autonomia personale e collettiva. Oltretutto si lanciano in propagande, come se volessero convertire tutte le donne al loro stile di vita.

la differenza sostanziale tra le due è nella libertà di scelta delle altre

Le radwife, invece, accettano l’incertezza come parte della vita, promuovono un equilibrio autentico, basato sulla collaborazione e sul riconoscimento della fatica, inoltre non costringono nessuna a fare come loro. E questo basta: riconoscere che la vera libertà non sta nella "libertà di" riprodurre ruoli antiquati, ma nel creare una cultura dove ogni scelta — anche quella di casalinga — nasca da un contesto di pari opportunità, non da illusioni estetiche o costrizioni.

La radwife, con la sua imperfezione umanissima ci ricorda che la rivoluzione più profonda è quella che si decide, giorno dopo giorno, non in posa, ma fra le lenzuola disfatte dei pensieri, le risate sbilenche dei pasti rapidi, i compiti lasciati a metà, nell’autentica anarchia della vita vissuta in parità. E magari non lo sanno, ma stanno facendo politica.