Unpopular opinion: non siamo tutte belle (e va bene così)
Ok: è bellissima per noi, non in senso assoluto. Allora scriviamole "ti voglio bene".
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Houston abbiamo un problema ed è la dilagante, offensiva e controproducente idea che siamo tutti belli. O belle. Non è vero. Alcune persone sono belle, altre no. Alcune sono così, così e altre sono decisamente brutte. Hanno dei lineamenti e delle forme disarmoniche e che non incontrano il modello di bellezza elevato a standard nel qui e nell'ora ma anche in assoluto. Il che va problematizzato, ma non mancherà occasione.
"sei bellissima!"
Ciò nonostante, per qualche motivo cerchiamo di stabilire una realtà del tutto distorta nella quale tutte le persone sono belle. Se non universalmente, di certo per qualcuno. Lo diciamo, lo scriviamo sotto alle loro fotografie sui social, facciamo il lavaggio del cervello alla nostra amica giustamente consapevole di non essere bella, nel tentativo di convincerla del contrario. Ma perché non accade lo stesso con, per esempio, l'altezza? Perché non diciamo alle persone che sono alte anche quando non lo sono? Altezza e bellezza sono concetti che variano nel tempo allo stesso identico modo. Ho sentito con le mie orecchie dire a delle donne che erano “alte” per essere delle siciliane nate nel 1945 (sono siciliana quindi so di che parlo), ma che se fossero nate oggi sarebbero state nella media. Eppure non ci permettiamo di dire a qualcuna che alta non è, che invece lo è. Eppure che è bella, quando non lo è, sì. Lo facciamo perché confondiamo l'affetto e l'amore con l'estetica, ovvero le vediamo belle quando non lo sono? sì. Ma anche perchè sappiamo che è il mondo a chiedercelo.
Reato di bruttezza
Il mondo che abbiamo costruito e che stiamo continuando a costruire attorno a noi misura la validità delle donne in base al loro aspetto (salutiamo le chat delle agenzie pubblicitarie) e quindi ci impone di essere belle. Se non lo siamo almeno ci impone di provarci. E c'è chi ha esplorato tutto ciò meglio di me: la collega Giulia Blasi peraltro autrice (anche) di fem.
Nel suo libro Brutta scrive "Essere (non sentirmi, che è una cosa diversa) bella o brutta non è dirimente per la mia sopravvivenza, ma lo è per la mia esperienza di vita, perché dal mio essere bella o brutta secondo il resto del mondo si giudica il valore di quello che dico, si giudicano le mie motivazioni, la mia emotività, la mia soddisfazione nei confronti della vita".
E ancora, “Il mondo ti perdona tutto, meno che la riluttanza ad allinearti senza fare storie. Se sei brutta, diventa bella. Se sei bella, camuffati un po'. Se sei grassa, diventa magra. Se sei magra, diventa tettona. Se sei intelligente, vola basso.Se parli molto, parla di meno. Se sei visibile, fatti piccola. Allora qua il problema, mi pare, non è quanto sei effettivamente scopabile, ma quanto ti sbatti per esserlo, con ogni mezzo, perché se no senti che non vali niente; e quanto sei disponibile a collaborare perché anche tutte le altre aggancino il loro valore alla scopabilità percepita”.
Premiamo lo sforzo con i complimenti
Quindi è evidente che venga naturale a tutte noi gratificare le persone – in particolare le donne – a cui teniamo, dal momento che sappiamo quanto sia sfiancante sforzarsi continuamente di essere belle o di quanto possa essere frustrante camuffare una bellezza inopinabile per essere presa sul serio. E le gratifichiamo con l'unica frase che si cala perfettamente in qualsiasi contesto e senza nemmeno argomentarla: “sei bellissima”. Anche quando a volte decisamente, non lo sono. Ma le vogliamo bene e glielo scriviamo e diciamo lo stesso, contribuendo a cristallizzare lo status quo, a normalizzare lo sforzarsi e le aspettative di chi compie quello sforzo per essere bella.
E noi ne siamo parte eh. Anche noi ci sistemiamo in modo da sentirci belle o più belle secondo lo standard. E tutte cambieremmo qualcosa di noi stesse. Non importa se siamo modelle, attiviste, centraliniste e magistrate: tutte cambieremmo qualcosa perché tutte abbiamo qualcosa di noi che non ci piace. Quindi sostanzialmente sentirci dire che siamo belle ci serve alle endorfine di quell'istante, quando serve. Poi, ovvio, ha un peso diverso se a dircelo è la nostra migliore amica, la persona che ci piace o una persona a cui nessuno ha chiesto niente. Tipo il collega provolone.
E la body neutrality?
Ecco, dovremmo cercare di applicare alla realtà le belle parole e le belle idee di cui si parla iniziando da un immediato stop ai giudizi e ai commenti sui corpi e sui capelli e i visi delle donne e delle persone. Dovremmo smettere di dire che tutti i corpi e tutti i volti sono belli? Sì, dovremmo. E non per privilegiare ipocritamente la bellezza interiore con complimenti sulla generosità, sulla lealtà o la cultura di qualcuna, ma perché non occorre essere belle. Mai. E se non iniziamo noi ad afferrare il concetto è difficile che chi ci circonda smetta di valutarci in base alla bellezza.
Oltreuttto si può anche rispondere al diktat coltivando lati di noi che sono sexy e affascinanti e catalizzare l'attenzione e l'attrazione su di sé comunque. Non serve, essere belle e non serve essere brutte. Anzi non dovrebbe servire a innescare o a disinnescare meccanismi.
In tutto ciò, la chirurgia plastica, l'apparecchio per i denti, l'oculista, i prodotti per capelli, liposuzione: qualunque cosa ci faccia star meglio è benaccetta, vale la regola che siamo tanto più autentiche quanto più la nostra immagine corrisponde a come noi ci vediamo.
Ma con la bellezza convenzionale a cui la società ci invita a tendere (e la società siamo sempre noi), tutte queste cose non c'entrano niente. È il gioco che deve cambiare, non le persone. Perché così non funziona.
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