Barattare la felicità con la sicurezza? No grazie
Benvenuti a Colazione con Alice. Ogni martedì mattina, vi racconto una storia vera come il caffè, amara come certe risposte. Racconti di relazioni piene, rase, sbilanciate — ma anche di noi, quando troviamo il coraggio di volerci intere.
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Lasciare qualcuno che si ama – o che si è amato – non è mai facile. Ma a volte restare fa più male che andare. Oggi sembriamo disposti a rinunciare a quasi tutto, tranne che alla sicurezza: meglio un amore che non fa più battere il cuore che il vuoto di un letto troppo grande. Lo psicologo William Blatz definiva la sicurezza come una zona di serenità che ci protegge dall’incertezza, ma avvertiva anche che può diventare una trappola, un rifugio che ci impedisce di correre i rischi necessari per crescere. Scegliere la felicità al posto dell’abitudine è un atto di coraggio raro, perché significa uscire da quella zona e affrontare l’ignoto. Eppure, come ricorda il filosofo John T. Hamilton, la ricerca ossessiva di sicurezza può soffocare la vita vera.
In fondo, restare nella zona di comfort è un modo per dichiarare che ci sentiamo incapaci di affrontare molte dinamiche. È vero: non possiamo fare tutto, non siamo immortali né possiamo evitare la sofferenza. Eppure, possiamo ritrovare il nostro equilibrio.
Racconto
Sono stanca. Le vacanze di Natale richiedono ancora due settimane di lavoro con tanto di straordinari, ma per fortuna domani è domenica. Non vedo l’ora di finire di mettere i piatti in lavastoviglie e buttarmi sul divano con il mio cane addosso.
Andare all’Ikea mi svuota: entro e ne esco distrutta, come se quelle corsie infinite e tutte uguali – cucine e soggiorni dei non-luoghi – avessero risucchiato la mia energia. Eppure Giovanni adorava andarci. Anche il mio migliore amico Davide. Così, ogni due o tre mesi, ci torno. Se non altro, mi consolo con le piante e le candele (milionarie) nell’ultima parte del percorso.
Oggi però è stato più devastante del solito. Giovanni è insopportabile, un bambino capriccioso di trentacinque anni. Ha voluto a tutti i costi un albero di Natale vero, tanto per avere aghi di pino sparsi per casa e l’illusione di salvarlo piantandolo poi a casa dei miei, visto che non abbiamo un giardino a Milano.
Sto mettendo l’ultimo bicchiere in lavastoviglie quando sento la sua voce:
— Ma possibile che non hai ancora imparato a usare la lavastoviglie?
È vero: quando faccio le cose senza voglia si vede. Ma quella frase è stata come l’ultima goccia che rompe una diga. Dentro di me si è acceso un fuoco infernale. Ho alzato lo sguardo e l’ho guardato con gli occhi freddi di un lastrone di ghiaccio.
— Basta. Con te non ci voglio rimanere più. Non ti sopporto più.
Giovanni mi ha fissata un istante, e poi è scoppiato a ridere. Non mi ha creduto.
— Non sto scherzando, vai a farti la valigia.
Allora ha cominciato a urlare – tipico – ma io ero immobile, asettica, come se non fossi lì. Quando ha finito, ho chiuso la lavastoviglie con un colpo secco. Il tintinnio dei bicchieri all’interno lo ha colpito come mille lame.
E poi, la parte che conosco a memoria: il pianto, le implorazioni.
Troppo tardi. Doveva pensarci prima di urlarmi addosso per ogni cosa. Prima di colpevolizzarmi perché tornavo alle otto di sera e lo facevo cenare tardi, per poi addormentarsi sul divano senza nemmeno scambiare due parole. Prima di tradirmi.
Non è stato per un bicchiere fuori posto. È iniziato tutto a febbraio, a casa dei suoi amici storici, quando hanno annunciato le nozze e la sua compagna, mia cara amica, mi ha chiesto di farle da damigella d’onore. Lui? Nessuna proposta di fare da testimone. Ha tenuto il muso per mesi, come se fosse colpa mia.
Quella giornata, però, è stata magnifica. Andare insieme dal parrucchiere, truccarci e vestirci insieme, fare le foto… un momento da sorelle, anche se di sorelle non ne ho. Ma poi è arrivato anche uno dei peggiori. Giovanni non mi ha guardata per tutta la sera. Nemmeno quando il bouquet mi è precipitato addosso e mi sono spostata per evitarlo. E poi ha urlato, di nuovo, davanti a tutti. Anche quella volta. Anche al matrimonio del suo migliore amico.
Quella notte ho detto basta. Dentro di me, in silenzio. Ho stretto forte il mio labrador e ci siamo fatti una selfie, ancora vestita da damigella. Ho rivisto quella foto qualche settimana fa: negli occhi avevo una tristezza e un vuoto che non mi meritavo. Credo che qualcosa in me si sia rotto allora, irrimediabilmente.
Ho iniziato un processo di epurazione interna. Ho smontato i momenti belli, le risate, il cane cresciuto insieme, la casa costruita insieme. Ho capito che la sicurezza – qualcuno che ti aspetta la sera – era diventata la mia prigione. Mi dicevo: “Forse non troverò mai più nessuno.” Ma a che prezzo? Quello della mia felicità?
No. La sicurezza mi aveva tolto anche la serenità. Meglio l’incertezza, meglio il rischio di non trovare nessuno, meglio il vuoto di un letto troppo grande.
Così, mentre lui si girava sul divano insonne, io ero calma come non avrei mai immaginato. Alle otto in punto mi sono alzata. Ho preparato il caffè, la valigia e in silenzio l’ho messa sul pianerottolo. Lui mi guardava incredulo, ancora convinto che fosse una punizione passeggera.
— Chissà poi chi devi vedere, eh? Con tutta questa fretta di mandarmi via entro le dieci.
Nessuno. Anzi, tutto. La mia nuova vita iniziava alle dieci.
Non ho risposto. Ho chiuso la porta. Ho aspettato quindici minuti, sono uscita e ho respirato.
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