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Aggiornato il: 2 minuti di lettura

Giusi Malato, una vita al centro della piscina

giusi malato
giusi malato  (getty images)
Campionessa di pallanuoto, Giusi Malato ha vinto tutto con l’Orizzonte Catania e la Nazionale. Il titolo di miglior giocatrice al mondo nel 2003, il trionfo olimpico ad Atene nel 2004. È stata la prima donna ad allenare una squadra maschile di Serie A1.
di Sandro Bocchio & Giovanni Tosco

La pallanuoto c’est moi, potrebbe sostenere senza tema di smentita alla maniera di Gustave Flaubert con Madame Bovary. Giusi Malato non è stata soltanto il più forte centroboa che l’Italia abbia avuto, ma ha rappresentato un esempio e un modello per tutti. A cominciare dalla lunga fedeltà che l’ha legata al suo club, l’Orizzonte Catania, dove ha giocato dal 1986 al 2005 vincendo quattordici scudetti e sei Coppe dei Campioni.  Ha raccontato, di recente: «Sono arrivata a tredici anni, la squadra ancora si chiamava Dopolavoro Ferroviario - così ha raccontato a La Sicilia -. Abbiamo costruito un ciclo travolgente. Ricordo tutto, ogni dettaglio di questa incredibile avventura: il primo tricolore a Santa Maria Capua Vetere, il decimo, quello della stella, conquistato a Palermo alla quinta gara dei playoff grazie a un gol negli ultimi secondi. E poi la folla che occupava ogni spazio possibile in piscina quando alzammo al cielo la Coppa dei Campioni del 1998». 

NON È STATO TUTTO FACILE


Con il tempo gli angoli della memoria diventano curve, per dirla con Francesco De Gregori. Ma certo nella carriera di Malato ci sono stati tanti momenti difficili, delicati. E non soltanto per le inevitabili sconfitte che fanno parte dello sport. Da quando era sedicenne si è trascinata un problema alla spalla che ha portato a due interventi chirurgici, il primo nel 1993, il secondo poco prima dei Giochi Olimpici di Atene. Ma la forza caratteriale e la determinazione hanno fatto sì che ripartisse sempre da zero con la stessa passione e lo stesso desiderio di essere la migliore.

L’ORO DI ATENE


Già, i Giochi Olimpici, il punto più alto del suo percorso in Nazionale, dove ha vinto due medaglie d’oro nei Mondiali del 1998 a Perth e del 2001 a Fukuoka e quattro negli Europei di Vienna nel 1995, Siviglia nel 1997, Prato nel 1999 e Lubiana nel 2003. Però l’Olimpiade è l’Olimpiade sempre, figuriamoci quando si disputa nella città che ne è stata la culla. L’aria straordinaria che si respirava in quelle settimane ad Atene resterà custodita per sempre nella mente di Malato: da quell’esordio contro l’Australia coinciso con una sconfitta di misura, l’unica del torneo, alla straordinaria cavalcata che ha portato le azzurre a battere la Grecia e il Kazakistan nella fase preliminare, l’Ungheria nei quarti, gli Stati Uniti in semifinale e di nuovo la Grecia nella tiratissima finale, conclusasi soltanto dopo due tempi supplementari. Ricorda Giusi: «L’oro olimpico è il coronamento di una carriera durata 25 anni, di rinunce e sacrifici fatti da me e da tutta la squadra. Quel decennio con Pier Luigi Formiconi fu trionfale. Dopo aver perso la qualificazione all’Olimpiade di Sydney 2000 ci siamo incontrate a colazione e ci siamo fatte una promessa: “La prossima volta vinciamo noi perché ce lo meritiamo”. E così è stato».

CON I MIGLIORI


L’anno prima, era stata premiata con la Calottina d’oro, il riconoscimento per la miglior giocatrice del mondo. Quando le arrivò la comunicazione, ebbe un attimo di incertezza. Leggeva, leggeva, leggeva l’annuncio: voleva essere certa di avere capito bene. Ebbene sì, a Budapest, dove era prevista la premiazione, doveva esserci anche lei. «Solo in quel momento, quando sono entrata in una sala gigantesca con tutti i più forti del mondo, ho realizzato fino in fondo cosa stava accadendo. Durante la proclamazione mi sono venuti i brividi mentre tutti in piedi mi applaudivano».

LA PRIMA SEMPRE


Nel 2005 annuncia il ritiro. Ma la sua vita non può prescindere dalla piscina. E così diventa subito allenatrice, sempre all’Orizzonte Catania, che porta alla conquista dello scudetto e della Coppa dei Campioni nel 2008. Dopo una stagione da giocatrice-allenatrice nella Waterpolo Fontalba Messina, si dedica soltanto al ruolo tecnico. Nel 2021 ottiene la promozione in Serie A2 con Torre del Grifo, poi comincia ad allenare le giovanili del Nuoto Catania e, due anni fa, viene chiamata a guidare la prima squadra: non era mai successo che una donna allenasse una formazione maschile del campionato più importante. «Gli uomini ovviamente sono più prestanti fisicamente, mentre le donne giocano più di tattica. Nello spogliatoio sono due mondi paralleli che non si incontreranno mai: come nella vita. Ma avere un’allenatrice in una squadra maschile non dovrebbe suscitare clamore bensì essere la normalità: come vedere un uomo sulla panchina delle donne. Quando la società capirà questo, avremo raggiunto la parità di genere».