Kathrine Switzer e Bobbi Gibb, la rivoluzione nella maratona
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Una maratona, un pettorale, due foto. La lotta per un passo avanti nei diritti delle donne passa attraverso la corsa più antica, nata sul mito di Fidippide e fissata su una lunghezza canonica di 42 chilometri e 195 metri: la distanza che separava la pianura di Maratona da Atene e che il messaggero percorse per portare la notizia della vittoria sull'esercito persiano, morendo per lo sforzo poco dopo essere giunto in città. Tanti per un uomo, troppi per una donna, si pensava. Qualcuno ipotizzava, addirittura, possibili complicazioni sul sistema riproduttivo per lo sforzo richiesto. Vietare, vietare, vietare. Nessuna dimostrazione scientifica, solo il discutibile buon senso comune. Fino a quando, nella seconda metà degli anni Sessanta, qualcosa succede a Boston.
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La busta del rifiuto
C'erano stati, in precedenza, un paio di tentativi di rompere il monopolio degli uomini. Tra leggenda e storia, ecco la figura di Stamata Revithi, la misteriosa greca che aveva corso sulla distanza nel 1896, ad Atene, nelle prime Olimpiadi moderne. Poi una presenza non ufficiale, come quella di Violet Percy, nel 1933 e nel 1936 alla maratona di Londra. Poi nulla, fino a quando le generazioni nate durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi non decidono di contestare le convenienze sociali. Anche nell'atletica leggera, dove la maratona di Boston è considerata dagli appassionati un appuntamento imperdibile: creata nel 1897, è la più antica al mondo. E qui entrano in gioco il pettorale e le foto, ciò che fa la differenza tra Roberta Louise “Bobbi” Gibb, nata nel 1942, e Kathrine Switzer, nata cinque anni dopo. Entrambe amano la corsa, entrambe vogliono che la maratona si apra anche alle donne. Gibb prova a iscriversi nel 1966, riceve una risposta negativa. Apre la busta e, invece del pettorale, trova la lettera di Will Cloney, direttore della corsa: "Le donne non sono fisiologicamente in grado di correre una distanza come quella della maratona e, secondo le regole dilettantistiche, non possono sostenere le corse oltre un miglio e mezzo". Un affronto per Gibb, abituata ad allenarsi su percorsi ben più lunghi, ispirata dal padre docente di chimica alla Tufts University School of Special Studies. Un modo di essere libera e di ribellarsi alla società dell'epoca: "Mia madre era solita dire che non avrei mai trovato un marito se avessi continuato a correre tra i boschi, insieme con i cani dei vicini - racconta in una intervista alla Bbc -. Io guardavo alla sua vita e a quella delle sue amiche. Erano così ristrette, al punto che non potevi possedere una carta di credito senza il permesso del marito". La risposta negativa non la scoraggia. Sale su un pullman per raggiungere in quattro giorni Boston da San Diego, dove si era trasferita. Alla partenza si presenta con un outfit improbabile: canottiera, i bermuda del fratello e un paio di scarpe sportive da ragazzo ai piedi. Nessuno, all'epoca, aveva pensato a calzature da corsa adatte alle donne. Si mimetizza tra i cespugli del percorso prima della partenza, per evitare i giudici, poi si mischia al gruppo, dove è accolta benissimo. "La strada è di tutti, impediremo di cacciarti", le dicono i partecipanti. E Gibb porta al termine l'impresa, nonostante la scarpe troppo piccole le facciano sanguinare i piedi e i crampi provocati dalla mancata idratazione. Lo fa con un tempo di tutto rispetto: 3 ore, 21 minuti e 40 secondi.
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La testardaggine di Kathrine
Nella foto - la prima della nostra storia - taglia il traguardo con un sorriso tirato. Un evento storico che, comunque, non fa rumore, anche se la intervistano e John Volpe, governatore del Massachusetts, si congratula con lei. Le impediscono di prendere parte alla festa post-gara: "Riservata agli uomini". È la prima crepa nel muro di maschilismo che protegge l'ambiente di Boston. Manca però l'ufficialità di una apertura alle donne e allora occorre attendere il 1967, quando entra in scena Kathrine Virginia Switzer, studentessa di giornalismo all'università di Syracuse, nello stato di New York, dove si divide tra le lezioni, gli articoli per il giornale dell'ateneo e la corsa. Scopre subito la discriminazione: gli atleti maschi ottengono borse di studio, lo sport al femminile è considerato puro gioco o attività collaterale. Lei si sfoga con Arnie Biggs, postino dell'università e veterano di Boston. Ha disputato quindici maratone, i suoi aneddoti sono magnetici. Fino a quando, dieci miglia dopo dieci miglia ogni sera, Kathrine sbotta: "Basta parlare di Boston, corriamo questa dannata gara!". Biggs replica adducendo le solite scuse, ma lasciando aperto uno spiraglio: "Se esistesse una donna in grado di partecipare, saresti tu. Devi però dimostrarmelo: corri questa distanza e io ti porto a Boston". Lo convince tre settimane prima dell'evento, percorrendo quasi cinquanta chilometri. Gareggerà, a patto che l'iscrizione sia ufficiale.
Soltanto le iniziali
E Switzer supera lo sbarramento degli organizzatori, firmandosi K.V. Switzer, allegando il certificato medico e versando i tre dollari richiesti. Inutile indicare il sesso, essendo una corsa unicamente maschile, non è richiesto sul modulo… Partono in quattro: Kathrine, il suo fidanzato Tom Miller (nazionale nel lancio del martello), Biggs e John Leonard, compagno di allenamento. Il 19 aprile è un freddo mercoledì di primavera, con vento e pioggia pronta a trasformarsi in neve. Switzer indossa una tuta intera, i guanti e il primo elemento che la distingue da Gibb: il pettorale numero 261. L'accoglienza del gruppo è cordiale, partenza a mezzogiorno e i primi chilometri scorrono via senza problemi. Fino a quando Kathrine sente una portiera sbattere e un rumore alle spalle. Dall'auto è sceso Jock Semple, ex maratoneta e giudice della corsa, che cerca di fermarla strappandole il pettorale. Qualcuno scatta una foto dell'aggressione (la seconda immagine della nostra storia), uno scatto che stavolta fa il giro del mondo, portando la rivoluzione nella maratona. Semple è bloccato da Miller, che lo solleva e lo fa volare sul marciapiede. Kathrine è sconvolta, ma riparte: "Se avessi mollato, nessuno avrebbe creduto che le donne fossero in grado di sostenere ventisei miglia. Semple e quelli come lui avrebbero vinto!. Chiude in 4 ore e 20 minuti, accanto a lei ci sono John e Arnie. Ai giornalisti dice: 2Le donne meritano di correre, meritano uguali diritti". Incontra di nuovo Semple, che la minaccia ("Sei in un grande guaio"). In un'intervista recente a Qn racconta: "Non mi ha mai chiesto scusa, però mi ha dato un bacio sulla linea di partenza nell'edizione del 1973. Negli anni siamo diventati amici: ero con lui poco prima che morisse, gli volevo molto bene. Come puoi non amare chi ti ha aiutato a cambiare il mondo?".
Da Boston a Los Angeles
Era quello che avrebbe voluto fare Gibb, che in quel 1967 corre per la seconda volta alla maratona. Di fronte alla risonanza mediatica ottenuta da Switzer cerca di correggere l'imprecisione. Scrive a giornali e tv, dicendo che è stata lei la prima. Nessuno la ascolta. È l'ipocrisia dei tempi: sei fai le cose di nascosto, lasciano perdere; se provi a cambiare le regole, diventi un avversario. Switzer ha comunque aperto una via. Nel 1970 si disputa la prima maratona di New York, che l'anno successivo ammette le donne. Nel 1972 Boston si adegua. Kathrin vince nel 1974 a New York e arriva seconda nel 1975 a Boston. Gareggia in quarantuno maratone e si ripresenta nel 2017, a cinquant’anni dalla prima volta, per l'evento celebrativo: ha di nuovo il pettorale numero 261, che da quel giorno più nessuno potrà indossare. Gibb ha la soddisfazione di un riconoscimento retrospettivo della Baa, organizzatrice di Boston: le assegna il primo posto nelle edizioni 1966, 1967 e 1968, ammettendo la regolarità della sua partecipazione. Si dovrà invece attendere fino al 1984 per vedere la maratona ai Giochi. A Los Angeles la statunitense Joan Benoit vince in 2 ore, 24 minuti e 52 secondi davanti a Grete Waitz e Rosa Mota. Ma nella memoria rimane impressa l'immagine della svizzera Gabriela Andersen-Schiess che entra nello stadio venti minuti dopo, al limite del collasso per un malore e per il calore. Ha le gambe ciondolanti, il corpo pende in avanti. Quando qualcuno cerca di soccorrerla, lo allontana. Non vuole essere squalificata, vuole tagliare il traguardo. E ci riesce, dopo quasi 6 interminabili minuti necessari per percorrere l'ultimo giro e mezzo. Conclude camminando, al 37° posto, subito crolla a terra per poi riprendersi in seguito. La testimonianza visiva della determinazione femminile, pronta alla fatica più dura per rivendicare l'uguaglianza dei diritti anche nell'atletica leggera.
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