Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Bebe Vio, più forte del destino

A undici anni le amputano gli arti a causa della meningite: diventa campionessa nella scherma paralimpica e protagonista di tante preziose iniziative.
di Sandro Bocchio & Giovanni Tosco

"Nei miei giochi la carrozzina era una astronave". È speciale sentirselo dire da una bambina, ma Beatrice “Bebe” Vio era una bambina speciale, diventata una donna speciale. La sua vita cambia radicalmente a undici anni quando, nell'ospedale di Treviso, riconoscono i segni della meningite nella piccola paziente. Papà Ruggero e mamma Teresa pensano che il problema si risolva con un antibiotico, la realtà dice altro, quando Bebe viene ricoverata il 20 novembre 2008 a Padova. Il medico racconta che, in quelle condizioni, possiede solo un 3% di possibilità di sopravvivenza, perché la necrosi le sta divorando il corpo, attaccando arti e organi interni. Esiste una sola soluzione, quella dell'amputazione di braccia e gambe. Una sentenza terribile, ma anche la strada da percorrere.

Le Bianconere raccontano i loro primi ricordi legati al calcio

Quattro protesi per ripartire

I chirurghi cominciano dagli avambracci per arginare l'infezione. Due settimane dopo, l'intervento alle gambe, sotto il ginocchio, per la guarigione definitiva. Bebe Vio esce dall'ospedale dopo centoquattro giorni di ricovero per avviare una nuova avventura nella vita, sostenuta dalla famiglia: con i genitori ci sono anche il fratello Nicolò e la sorella Maria Sole. Lo fa come faceva prima dell'intervento, innamorandosi della realtà. La carrozzina diventa l'astronave su cui viaggia durante i giochi con gli amici mentre a Budrio, vicino a Bologna, entra nel Centro protesi dell'Inail: gli interventi hanno preservato gomiti e ginocchia, per cui è possibile inserire quattro protesi. Il protocollo prevede sei mesi per imparare a usarle, lei ne impiega due e mezzo perché, ad agosto, vuole andare in vacanza. Con gli altri pazienti vive il percorso riabilitativo come una competizione in cui ci si sprona a vicenda a concludere per primi l'esercizio. Perché se il carattere è la prima forza di Bebe, il secondo è lo sport: "Mi ha dato la voglia di uscire dall'ospedale". A cinque anni aveva provato con la pallavolo, ma si annoiava a stare in gruppo. Si ritrova in una palestra dove i bambini salgono in pedana vestiti in modo strano, con un attrezzo tra le mani: è innamoramento fulmineo per la scherma. Uno sport che, senza braccia e senza gambe, scopre in una nuova dimensione: "Sulle tue gambe, scappi in fondo alla pedana quando hai paura. In carrozzina non puoi, devi solo attaccare. A me piace così". È prezioso l'aiuto di papà Ruggero, che inventa una protesi con cui tenere l'arma: un meccanismo rudimentale che, di perfezionamento in perfezionamento, è quello che Bebe adopera ancora oggi.

media_alt
(getty)

Sul tetto del mondo

Si scopre subito una predestinata nella scherma. Debutta nel maggio 2010 a Bologna, a tredici anni, nel fioretto nella classe B, per atleti senza gambe e con ridotta funzionalità del corpo. È la prima al mondo a gareggiare con quattro protesi. Nel 2011 avvia una serie inesorabile di successi, laureandosi campionessa italiana Under 20, mentre nel 2012 e 2013 lo è a livello assoluto. La propongono per i Giochi di Londra 2012, è però troppo giovane e senza la necessaria esperienza internazionale. Va comunque nella capitale britannica come tedofora delle “future promesse”, spinta da oltre mille candidature giunte al Comitato paralimpico internazionale. L'appuntamento è rimandato di quattro anni, nel frattempo irrompe tra le atlete di punta. Il 19 settembre 2015 è campionessa del mondo a Eger, in Ungheria, con medaglia di bronzo nella prova a squadre. L'anno dopo, a Varsavia in Polonia, è battuta in finale dalla russa Viktoria Boykova: un incidente di percorso sulla strada verso Rio de Janeiro 2016 quando, il 14 settembre, all'Olimpiade in Brasile, in semifinale travolge la cinese Yao Fang (15-1) e in finale la connazionale Zhou Jingjing (15-7). Due giorni dopo un'altra medaglia, il bronzo a squadre con una rimonta su Hong Kong (45-44) suggellata dalla sua ultima stoccata. È la nuova regina della scherma, un titolo rafforzato dalle vittorie negli anni seguenti agli appuntamenti mondiali: doppio oro (singolo e a squadre) a Roma nel 2017; oro a Cheongju, in Corea del Sud, nel 2019 (nessuna avversaria raggiunge la doppia cifra nei vari incroci); oro a Terni nel 2023, dove parte con un 15-0 all'ucraina Pozniak e chiude con un 15-8 alla cinese Rong Xiao in finale. In mezzo un'altra Olimpiade, quella di Tokyo nel 2021, con un oro singolo e un argento a squadre, battuta dalla Cina.

L'obiettivo è Parigi

Giochi olimpici, quelli giapponesi, disputati nel pieno della pandemia legata al Covid-19: "Era tutto perfetto - racconta Bebe Vio -, ma sentivo la mancanza del pubblico. Parigi metterà cuore e organizzazione". Un appuntamento, quello a cavallo tra agosto e settembre, in cui l'azzurra arriva non solo come avversaria da battere, ma anche come testimonial dell'Olimpiade paralimpica. Per capire la popolarità raggiunta da Vio, Usain Bolt è il suo omologo per i Giochi di fine luglio.

media_alt
(getty)
E, accanto alla Bebe campionessa, c'è anche quella che si impegna per ragazze e ragazzi che hanno vissuto la sua esperienza. Lo fa con l'associazione Art4sport, creata con la famiglia per dare protesi, stampelle e carrozzine a quarantadue amputati dai quattro anni in su. Perché queste rappresentano un costo importante: bambine e bambini crescono e, come cambiano le taglie dei vestiti, cambiano anche quelle di ciò che li aiuta a essere indipendenti. E lo sport diventa terapia: "Abbatte ogni barriera, mi fa sentire felice insieme con gli altri. Vogliamo fare inclusione da tutti i punti di vista, anche attraverso lo sport: alleggeriamo le incombenze della famiglia e aiutiamo a individuare l'attività più adatta. Sta crescendo la cultura delle persone, oggi apprezzano ciò che una volta era considerata diversità. Nei bambini è cambiata la percezione. Mi chiamano Barbie perché ho gli arti di plastica, è un nuovo concetto di bellezza". Una donna impegnata, una campionessa planetaria. E anche oltre. Dal 2021 un asteroide di Giove ha il suo nome, 111571 Bebe Vio: "Il suo entusiasmo e la sua gioia di vivere sono uno straordinario esempio di rinascita dopo una difficile malattia", questa la motivazione. Parole che sono il manifesto di una esistenza che, un tempo, sarebbe stata considerata limitata e che Bebe ha trasformato con una forza di volontà non comune: "Io posso fare tutto quello che voglio fare".