Alice Marble, la tennista che visse mille vite
Alice Marble conquistò 18 titoli del Grande Slam, fu giornalista, scrittrice, attrice, stilista e frequentò il jet set di Hollywood e Wall Street. Un suo editoriale aprì le porte del tennis agli atleti neri. E durante la Seconda guerra mondiale fu addirittura una spia a caccia di nazisti.
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Ci sono campionesse i cui successi nello sport diventano nulla rispetto a quello che sono riuscite a fare nella vita. Per certi versi è un paradosso, sia chiaro, specie quando siamo di fronte ad atlete come Alice Marble, vincitrice di diciotto titoli del Grande Slam: cinque nel singolo, sei nel doppio e sette nel doppio misto. La tennista statunitense lasciò un segno definitivo anche al di là dei successi conseguiti, tanto che il Wimbledon Lawn Tennis Museum, nel suo “Pocket History of Champions”, ha scritto: «La storia del tennis femminile può essere suddivisa in due ere, prima e dopo Alice Marble. Fu lei a inventare l’odierno stile di gioco aggressivo».
L’INCONTRO CON ELEONOR
La morte prematura del padre l’aveva costretta a un’infanzia di povertà, dalla quale cercò riscatto e trovò riscatto attraverso lo sport: prima il softball, poi il tennis. Decisivo nella sua ascesa ai vertici mondiali fu l’incontro con Eleonor Tennant, altra straordinaria tennista che, una volta abbandonata l’attività agonistica, si era dedicata a insegnare a personaggi illustri di Hollywood. La prese sotto la sua ala protettiva, tra loro si instaurò un rapporto strettissimo che scatenò inevitabilmente i pettegolezzi dei malpensanti, data anche la dichiarata bisessualità di entrambe. Ma questi sono dettagli insignificanti, specie in una storia del genere.
L’ASCESA VERSO IL TOP
Marble vinse i suoi titoli tra il 1934 e il 1940, periodo in cui fu costantemente ai vertici delle classifiche mondiali: per cinque anni fu la numero uno, nel 1939 e nel 1940 venne nominata dall’Associated Press “atleta dell’anno”. Fu costretta a fermarsi dopo essere svenuta sui campi in terra rossa del Roland Garros a causa della tubercolosi. Rimase a lungo in un sanatorio ma, una volta guarita, riprese a giocare, e tornò la campionessa che era. Nel frattempo, i suoi pensieri erano dedicati anche ad altro. E quest’altro è molto ampio. Era infatti nota per la sua abilità canora (per la voce da contralto fu più volte invitata a esibirsi nei locali di New York), lo stile, la familiarità con le élite non solo di Hollywood ma anche di Wall Street, per gli articoli su giornali e riviste, per far parte dello staff che diede vita ai fumetti di Wonder Woman tenendo una rubrica settimanale che si intitolava “Wonder Women of history… as told by Alice Marble” in cui raccontò storie di grandi donne in forma di fumetto. Scrisse un monologo sulla sua “volontà di vincere” che recitò in giro per gli Stati Uniti. Avviò un’ulteriore carriera come disegnatrice di abbigliamento sportivo ma anche di vestiti di uso quotidiano: d’altronde, aveva già scandalizzato tutti scendendo in campo in pantaloncini anziché con il gonnellino.
L’AVVENTURA IN EUROPA
Diventò addirittura una spia, pensate. E che spia! Già, perché nel frattempo si era sposata con Joe Crowley, un ufficiale dell’aeronautica militare la cui morte portò alla richiesta da parte del governo statunitense di trasformasi in un’agente segreta. Accettò. Le venne chiesto di andare in Svizzera e introdursi nella villa di un ex amante per prelevare una lista di criminali nazisti. Non ebbe esitazione, raggiunse l’Europa, rintracciò l’uomo, suscitò di nuovo le sue attenzioni e una notte, mentre lui dormiva, scivolò nello studio, trovò facilmente la combinazione della cassaforte e fotografò la lista. Fuggì in auto lungo le strade tortuose, ma si accorse presto di essere inseguita. Il furto non era passato inosservato. Poco dopo, l’altra vettura la costrinse a fermarsi. La macchina fotografica con la preziosa prova che aveva rubato le fu strappata con forza dalle mani. Alice capì che non avrebbe potuto recuperarla e scappò via. Sentì degli spari, un improvviso bruciore alla schiena. Nulla di grave, riuscì a fuggire nella notte. Aveva memorizzato diversi nomi. Il compito era stato comunque portato a termine.
CONTRO IL RAZZISMO
Alla fine della guerra, si dedicò alla scrittura del suo primo libro “The Road to Wimbledon” e a una nuova causa, l’integrazione razziale del tennis. In un editoriale pubblicato sul “Lawn Tennis Magazine” chiese che Althea Gibson potesse partecipare ai campionati statunitensi, cosa che le era vietata in quanto di pelle nera. «Se il tennis è uno sport per gentiluomini e gentildonne - scrisse in quel luglio 1950 - è il momento che iniziamo a comportarci come tali e non da ipocriti bigotti. Se davvero è rimasto qualcosa nel nome della sportività, è più che tempo di mostrare cosa la sportività significhi per noi. Se Althea Gibson rappresenta una sfida all’attuale gruppo di tenniste, è solo un atto di onestà permettere loro di raccoglierla sul campo. Se le venisse rifiutata l’occasione di trionfare o di fallire, resterebbe un marchio indelebile contro uno sport cui ho dedicato gran parte della mia vita e proverei amaramente vergogna». Un mese dopo, il suo appello venne accolto e una nuova stella iniziò a brillare nel firmamento del tennis.
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