Sogni in grande e altri vantaggi di crescere con una madre che lavora (ma attenzione a chi fa cosa in casa)
Crescere con una madre lavoratrice aumenta aspirazioni, autonomia e visioni più egualitarie dei ruoli di genere.
Ma se il lavoro di cura resta in carico alle donne, l’esempio rischia di essere distorto.
Le bambine e i bambini che crescono insieme a una mamma lavoratrice avrebbero una serie di vantaggi di natura psicologica e sociale. D'altro canto le madri che lavorano sono ancora la categoria più penalizzata di tutte sia in termini di qualità di vita che in termini di guadagni.
E, per chiudere, l'esempio virtuoso di una mamma in carriera potrebbe avere delle tossicità nascoste, come quando su quella stessa donna in carriera (o percepita come tale da figli e figlie) grava la totalità del lavoro domestico.
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Bambini e bambine che guardano la loro mamma uscire di casa per andare a lavorare crescono con dei vantaggi specifici tra i quali, ovviamente, l'apertura mentale alle aspirazioni professionali. Le figlie tendono a immaginare più facilmente una carriera, rispetto alle figlie di madri che non lavorano fuori casa, e a considerare il lavoro come parte normale della vita adulta. I bambini e le bambine sviluppano visioni di genere meno stereotipate e sono più propensi a considerare normale che sia uomini che donne condividano lavoro retribuito e lavoro di cura, quindi le responsabilità familiari.
per bambini e bambine i vantaggi sono sociali e psicologici
Sapere che la madre è impegnata a lavorare trasmette a bambini e bambine il valore dell’autosufficienza e della realizzazione personale e determina anche una maggiore adattabilità sociale: l’interazione con altre figure educative (scuola, nonni e nonne, caregiver) favorisce socializzazione e capacità di adattarsi a contesti diversi. In questo quadro il tempo familiare è intenzionale, tende a essere più concentrato e consapevole, non semplicemente dato per scontato.
Insomma le figlie e i figli crescono vedendo che una donna, che una madre, può avere una vita pubblica, ambizioni e autonomia e questo amplia l’orizzonte di ciò che considerano possibile. Le figlie delle madri lavoratrici, in particolare, partono con un vantaggio simbolico enorme: non devono compiere lo sforzo di immaginare la carriera come un territorio maschile nel quale chiedere permesso. Per loro è normale e normalizzata (salvo poi scontrarsi con la vita vera).
Infine, le figlie di madri occupate hanno maggiori probabilità di lavorare da adulte, di ricoprire ruoli di supervisione e di guadagnare di più. I figli maschi, invece, tendono ad avere atteggiamenti più egualitari verso il lavoro femminile e una maggiore partecipazione alla cura e al lavoro domestico.
chi fa le cose a casa quando la madre è in carriera?
Il punto, però, è che per quanto virtuoso, un esempio non è sempre neutro. Le bambine non vedono solo che la madre lavora. Vedono come lavora, e soprattutto cosa succede dopo. Se la scena quotidiana è quella di una donna che timbra, produce, regge il mercato del lavoro e poi torna a casa a fare il secondo turno, il messaggio educativo si complica e si distorce. Quella madre non sta insegnando solo l’autonomia ma anche che il prezzo dell’autonomia femminile è l’iperfunzionamento permanente. E quindi che emanciparsi significa il doppio del lavoro, non una redistribuzione.
Che quindi il lavoro retribuito non sostituisce il lavoro di cura: gli si somma sopra, come una valigia caricata su un’altra valigia. E infatti i dati italiani raccontano un Paese che celebra la donna che lavora ma organizza ancora la vita altrui come se la cura fosse un affare esclusivamente suo.
Secondo Eurostat, in Italia nel 2024 tra i 25 e i 49 anni è occupato il 64,9 per cento delle donne, tra quelle senza figli si sale al 68,5 per cento, con un figlio si scende al 64,8 per cento, con due al 62,5 per cento, con tre o più al 42,3 per cento. Tra le laureate la tenuta è più forte, ma il crollo legato alla maternità resta.
La fotografia generale vede l’occupazione femminile in Italia cresciuta negli ultimi dieci anni ma il divario con la media europea non si è chiuso: anzi si è allargato, passando da 12,7 a 13,2 punti. I dati Istat mostrano che nelle coppie di partner eterosessuali entrambi occupati il lavoro familiare continua a gravare in maggioranza sulle donne, nel Mezzogiorno la quota di lavoro domestico svolta dalle donne arriva al 70 per cento. Ancora Eurostat rileva inoltre che in Italia tra donne e uomini il divario nel tempo dedicato al lavoro di cura è di circa tre ore al giorno.
Questo vuol dire solo che non basta dire alle bambine guarda, tua madre lavora bisogna anche chiedersi in quali condizioni lavora, con quale sostegno, con quale distribuzione del carico di cura, con quale diritto alla stanchezza.
l'empowerment di una madre che lavora deve essere reale
Perché altrimenti l’esempio rischia di essere pedagogicamente ambiguo per non dire totalmente distorto e tossico. Sì, tua madre è indipendente. Ma è anche quella che si ricorda le visite mediche, firma i moduli, gestisce il frigorifero, compra il regalo, chiama la nonna, prepara la borsa per la palestra, controlla i compiti, tiene insieme la logistica affettiva della famiglia. Più che un modello di libertà, diventa una masterclass di sopravvivenza.
La retorica del buon esempio femminile, in Italia, ha spesso avuto questo enorme difetto: ha confuso il progresso con la resistenza, vendendo come empowerment il sacrificio moltiplicato. Ma crescere vedendo una madre che fa tutto non produce necessariamente figli e figlie più "giusti"; può produrre anche figlie convinte che amare significhi sobbarcarsi il mondo e figli convinti, più silenziosamente, che qualcuno quel mondo lo reggerà comunque al posto loro. Allora sì: vedere la madre realizzare obiettivi propri può trasmettere autostima, idea di possibilità, familiarità con l’indipendenza economica ma attenzione a cosa si vede nell'insieme.