Da quarant'anni nascono più maschi che femmine (biologicamente parlando). Abbiamo qualcosa da dire alle bambine
Anche se il divario non è enorme nel lungo periodo può influenzare diversi aspetti della vita delle bambine e delle ragazze.
Condividi su
Secondo un’inchiesta di InfoData, il Sole 24 Ore, basata sui dati di Istat da circa quarant'anni in Italia nascono sistematicamente più maschi che femmine. Dal 1999 a oggi, per la precisione: si calcola che per esempio tra le persone di 25 anni ci siano 370mila ragazzi in più rispetto alle ragazze.
Una proporzione del genere — stabile da quasi quarant’anni — ha alcune implicazioni interessanti per le bambine, sia nel presente che in prospettiva futura. Anche se il divario non è enorme (circa 105-106 maschi ogni 100 femmine), nel lungo periodo può influenzare diversi aspetti della vita delle ragazze e delle donne.
partiamo dai dati: una bambina ogni cinque / sei bambini, da quarant'anni
Il tasso di mascolinità alla nascita, ovvero il rapporto tra nascite maschili e femminili, si mantiene stabilmente tra 1,05 e 1,06: in pratica nascono circa 105–106 maschi ogni 100 femmine. Il valore “naturale” atteso a livello mondiale si situa tra 1,03 e 1,07. Un breve chiarimento, prima: quando si parla di mascolinità "alla nascita" si intende il sesso biologico, quello attribuito alla nascita in base ai caratteri fisici (cromosomi, gonadi, organi riproduttivi). Diverso è il genere: riguarda l’identità sociale, culturale e psicologica (maschile, femminile, non binario, etc.). E già che ci siamo, ancora diverso è l'orientamento sessuale: concerne l’attrazione romantica o sessuale verso persone di uno stesso genere o di genere diverso.
Oggi parliamo di dati che riguardano esclusivamente il sesso biologico assegnato alla nascita; genere e orientamento non entrano nel conteggio né nell’analisi del fenomeno. E ci chiediamo, proprio partendo dal dato, sta succedendo per cause naturali o interventi umani? Secondo la letteratura demografica, a livello globale il rapporto tra maschi e femmine alla nascita tende naturalmente a privilegiare i maschi in misura lieve (circa 105 maschi per 100 femmine). Quindi un rapporto di 1,05–1,06 - come quello italiano - rientra in un range considerato normale.
Nei Paesi in cui il rapporto supera stabilmente 1,07 o 1,08, si sospettano pratiche di aborto selettivo o preferenze culturali per figli maschi, come accade in alcune zone dell’Asia o dell’Europa dell’Est. In Italia però non ci sono prove che avvengano pratiche del genere, non su ampia scala almeno.
Succede solo in Italia? No. La maggioranza dei Paesi del mondo occidentale e anche molti europei mostrano tassi simili (tra 1,03 e 1,07). In Italia il dato è stabile da decenni, così come in altri Paesi europei. Il fenomeno non è quindi unico né indice di anomalia nazionale.
ma ora la parte interessante: che significa tutto ciò per le bambine
Pur se non gigantesca, l’eccedenza maschile alla nascita può contribuire a squilibri tra i giovani adulti, con possibili ripercussioni su mercato del lavoro e perfino relazioni sentimentali. Il fatto che nascano più maschi può alimentare riflessioni culturali sulla persistente preferenza sociale per il figlio maschio.
Con più coetanei maschi che femmine, le bambine (e poi le donne adulte) potrebbero trovarsi, almeno numericamente, in una posizione di "minoranza relativa" nei contesti affettivi, lavorativi, sociali.
Ciò potrebbe portare una maggiore pressione sulle ragazze a conformarsi a ruoli o aspettative sociali, specialmente se la dinamica demografica si somma a stereotipi culturali già esistenti (e lo fa). Essere "numericamente di meno" - oltre che percepite come culturalmente "di meno" - dovrebbe piuttosto diventare una leva per investire di più in istruzione, empowerment e visibilità. Ma non avviene, non ancora: in Italia, dove storicamente le donne hanno dovuto lottare per affermarsi in spazi pubblici e decisionali, questa dinamica di inferiorità numerica potrebbe rallentare ancora e ancora la corsa verso la parità. Con meno bambine in giro, si possono generare effetti a catena anche sull'offerta educativa e servizi per l’infanzia, potenzialmente modellati su una popolazione maschile che è numericamente dominante, oltre che culturalmente dominante. E questo inevitabilmente va ad alimentare la competitività tra le bambine e le ragazze - oltre che nel lavoro, quando saranno adulte - perché saranno ambienti con una composizione di genere sbilanciata. In sintesi per le bambine, nascere in un contesto dove i maschi sono lievemente più numerosi potrebbe non significare nulla, non fosse che al di là dei numeri esiste uno squilibrio di genere culturale che tende già a privilegiare i maschi.
Il dato numerico è neutro ma la società no
Il dato, solo apparentemente neutro, si inserisce in un contesto già fortemente segnato da disuguaglianze di genere. In altre parole, non è il numero in sé a essere preoccupante, ma l’ambiente socioculturale in cui quel numero agisce. Un surplus maschile in una società già diseguale, in cui le donne partono già svantaggiate, rischia di aggravare il peso delle disuguaglianze e creare l'effetto paradosso: più rare, ma meno potenti.
La storia ci insegna che la scarsità numerica femminile non ha mai garantito maggiore rispetto, autonomia o visibilità per quella donna, o quelle donne, che attraversano gli ambienti maschili. Al contrario, l'essere "una" o comuque "poche" ha alimentato dinamiche di controllo ("sei preziosa, quindi devi comportarti come vogliamo"), feticizzazione, sessualizzazione o oggettivazione ("valore di scambio" nei rapporti anche di lavoro) e pressioni sociali al conformismo inteso come asse matrimonio / maternità come destino.
L’indice di mascolinità alla nascita rientra nei fenomeni naturali, ma la società in cui quei bambini e bambine crescono non è neutra. È una società che ancora si aspetta che le bambine siano "educate e composte", mentre attribuisce ai maschi il primato nella tecnologia, nella leadership, nella libertà sessuale. In questo contesto, il fatto che nascano meno bambine rischia di diventare una nuova asimmetria, una nuova arma silenziosa della disuguaglianza. La sfida però, per capirci, non è correggere il rapporto di nascite, ma trasformare una società ancora patriarcale in una che riconosce e legittima l'esistenza delle bambine - e ragazze e donne - indipendentemente da quanti maschi la circondano a casa, a scuola, a lavoro.
Condividi su