Chi ha paura dei maranza? Una guida per genitori, oltre lo stereotipo
Il fenomeno che spaventa gli adulti sui social è davvero un'emergenza o il sintomo di un divario culturale tra generazioni? Cosa c'è dietro l'etichetta e perché dovremmo ascoltare invece di allarmarci.
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Quando un adolescente inizia a usare la parola "maranza" con gli amici, molti genitori reagiscono d'istinto con preoccupazione. Hanno letto gli articoli allarmistici, visto i servizi televisivi sulle "baby gang", sentito i discorsi nei gruppi Whatsapp. Ma cosa significa davvero questa parola?
Un termine che nasce dall'ironia e diventa stigma
Per capire il fenomeno maranza bisogna innanzitutto liberarsi dall'isteria mediatica e fare un passo indietro. Gabriel Seroussi, giornalista che si occupa di musica rap e comunità marginalizzate e autore del libro La periferia vi guarda con odio, racconta di come la parola non lo abbia inizialmente infastidito: "Era subito dopo il lockdown. Sui social, soprattutto su TikTok e Instagram, iniziavano ad apparire queste figure a metà tra il meme e il mito. Guardavo quei video brevi, ironici: ragazzi in tuta da calcio e Nike TN che raccontavano la propria quotidianità con un tono divertito. Si definivano così, maranza. Era tutto un gioco, poco più di una presa in giro".
Ma qualcosa è cambiato. Passando da TikTok alla propaganda politica, il significato della parola è stato stravolto e il suo peso amplificato all'interno del dibattito pubblico italiano. In televisione, giovani nordafricani venivano messi all'angolo da europarlamentari in cerca dell'applauso facile, mentre nel Paese si diffondeva un clima di paura e insicurezza.
La storia di questo termine è emblematica. Negli anni Ottanta era Jovanotti a definirsi maranza, termine che nel 1989 utilizzava nei brani "Bella storia" e "Il capo della banda" per descrivere un atteggiamento menefreghista e anticonformista tipico giovanile. Una parola che evocava il tamarro, il ragazzo pacchiano ma innocuo, legato al mondo delle discoteche milanesi.
La trasformazione: da parola giovanile a capro espiatorio
Nel corso del nuovo millennio, con la crescita della comunità marocchina a Milano (triplicata tra il 2001 e il 2012), il termine ha subito uno slittamento semantico: da "semplice tamarro" è passato a tratteggiare l'immagine dell'immigrato marocchino. Un processo che J-Ax degli Articolo 31 ha confermato: la parola è tornata in voga ma "ha un altro significato".
Il punto di svolta è arrivato con la pandemia. Secondo studi internazionali, il Covid-19 ha impattato significativamente sulla sfera psicologica degli individui, con crescita di sintomi ansiosi e aumento dell'assunzione di ansiolitici. Il senso di precarietà avrebbe inciso nella diffusione di valori legati alla conservazione dell'ordine e della stabilità.
È in questo contesto di ansia collettiva che Milano, pur registrando un calo dei crimini del 29% nel decennio 2011-2021, con furti diminuiti del 38% e uno dei tassi di omicidi più bassi al mondo, ha iniziato a percepirsi come pericolosa. E il maranza è diventato il volto perfetto di questa paura.
"C'è un enorme misunderstanding - spiega Seroussi - secondo la mia esperienza c'è un tema legato anche a come chiamiamo le cose: le modalità di espressione diverse tra generazioni. Perché il rap è la musica più ascoltata da tutti i giovani ed è il mezzo in cui questa realtà di periferia viene raccontata dal suo interno con linguaggi, neologismi, parole in arabo che forse non sono compresi dalle generazioni precedenti".
TikTok e il panico morale intergenerazionale
Durante la pandemia Twitch, la piattaforma di live streaming, ha visto un aumento dell'82% delle ore di utilizzo. Con le riaperture, molti streamer hanno puntato sulle dirette "in real life", mostrando la vita quotidiana per strada. Ed è qui che il termine maranza è esploso di nuovo, usato per definire i ragazzi che importunavano i creator durante le dirette.
Su TikTok il fenomeno si è amplificato. Video ironici, meme, trend musicali: una generazione si è riappropriata del termine con autoironia. Come racconta Seroussi, creator come Zre9a (seguito da oltre 200mila utenti) hanno creato contenuti del tipo "può un maranza fare ....", raccontando in forma leggera i pregiudizi di cui sono vittime le persone non bianche in Italia.
Ma gli adulti, improvvisamente presenti in massa sui social dei figli, hanno reagito con allarme. La ricercatrice pedagogica Devorah Heitner, autrice del libro di successo Growing Up in Public, avverte dei danni che i genitori provocano invadendo lo spazio di privacy dei figli sui social, senza comprendere le dinamiche giovanili.
Cosa dovrebbero capire i genitori
Come genitori, la domanda che ci si pone è legittima: bisogna preoccuparsi? No, se pensiamo ai nostri figli come vittime o carnefici di "baby gang". I dati sulla criminalità minorile non giustificano l'allarme sociale diffuso. Milano, epicentro del presunto fenomeno, è statisticamente più sicura che in passato. Il rischio è quello di cadere nel panico morale alimentato dalla politica e da una certa stampa, contribuendo a stigmatizzare intere generazioni e comunità.
Sì, se ci interroghiamo sul mondo in cui crescono i nostri figli. Il fenomeno maranza ci parla di identità fragili in cerca di riconoscimento: in un'epoca post-pandemica segnata da ansia e isolamento, i ragazzi cercano appartenenza attraverso codici estetici, musicali e linguistici che gli adulti faticano a decifrare. ma si parla anche di razzismo sistemico: come nota Seroussi, "sono un maranza? Cosa vuol dire esserlo? Non importa. Perché a rispondere, ogni giorno, sono gli sguardi degli altri, di chi non si prende nemmeno il tempo di sapere davvero chi sei". I nostri figli crescono in una società che giudica le persone in base all'aspetto, all'origine, al codice postale.
Un altro grande gap è il divario culturale generazionale: il rap non è più un genere di nicchia ma la colonna sonora di un'intera generazione. Non comprendere questo linguaggio significa perdere una chiave di accesso al mondo dei giovanissimi.
Una questione di classe e cultura
Come scrive l'artista italo-egiziano Mosa One nella prefazione al libro di Seroussi: "Come io voglio poter andare a una mostra con una tuta del Marsiglia, così La periferia vi guarda con odio entra nel mondo dell'editoria. In questo paese esistono ostacoli e pregiudizi, un muro che questo libro contribuisce ad abbattere. Si tratta di una parete fatiscente, ricoperta di brillantini per sembrare più chic, ma che è stata costruita con l'intento di discriminare la nostra cultura".
Il punto è che esiste una cultura giovanile, popolare, meticcia, grezza, urgente, che nasce nelle periferie e si esprime attraverso il rap, e che rappresenta lo specchio della contemporaneità italiana, quella ignorata da chi dovrebbe comprenderla e accettarla.
Cosa possiamo fare come genitori
Invece di cedere all'allarme, possiamo: ascoltare senza giudicare, chiedendo ai nostri figli cosa significhi per loro questa parola, quale musica ascoltano, perché certi artisti li rappresentano. Non per controllarli, ma per comprenderli. Possiamo inoltre educare al pensiero critico: aiutarli a decostruire gli stereotipi, sia quando vengono applicati agli altri sia quando vengono interiorizzati su se stessi. Riconoscere i nostri pregiudizi è un altro passo fondamentale: interrogarci su cosa ci spaventa davvero. È l'immagine? L'origine? L'aspetto? O è la perdita di controllo su un mondo che cambia?
Come conclude Seroussi nella sua prefazione: "Per chi ne fa parte, questo libro sarà come uno specchio. Per chi sta fuori, un'occasione per ascoltare, finalmente, qualcosa di vero".
Forse è questo che ci manca: l'ascolto. Non l'allarme, non il controllo, non la criminalizzazione. Semplicemente ascoltare cosa hanno da dire questi ragazzi, con i loro codici, la loro musica, le loro contraddizioni. Perché se continuiamo a guardarli con paura e sospetto, non faremo altro che confermare quel titolo così duro e vero: la periferia ci guarda con odio. E forse, dopo tutto quello che abbiamo fatto per meritarcelo, non possiamo nemmeno darle torto.
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