Quando l'intelligenza artificiale diventa un'alleata contro il cyberbullismo
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"Quando succede un casino, quando sono nei guai, cosa devo fare?". È questa la domanda che più spesso si pongono i nostri figli, sempre più esposti al digitale in età precoce e con una preoccupante autonomia di fruizione. Una richiesta d'aiuto che noi adulti facciamo fatica a intercettare, concentrati come siamo su convegni, pubblicazioni e ricerche che spesso non arrivano al cuore del problema.
A rispondere a questa urgenza arriva NetGuardian, un'applicazione che rappresenta un momento importante dal punto di vista scientifico e innovativo. Per la prima volta l'intelligenza artificiale trova un ruolo concreto nella costruzione di una maggiore sicurezza e nella preservazione del benessere dei ragazzi, applicata alla dimensione digitale.
Come funziona la tecnologia che "ascolta" senza spiare
NetGuardian, app sviluppata dall'Università di Padova in partnership con Fondazione Carolina e con il contributo di Fondazione TIM, utilizza un algoritmo di machine learning per analizzare le conversazioni testuali tra studenti. Non legge i contenuti specifici, ma identifica gli indicatori del livello di rischio nell'interazione digitale - i cosiddetti "Repertori Sentinella" - producendo un indice di esposizione suddiviso in quattro fasce: bassa, media, medio-alta e alta.
L'applicazione si compone di due parti: una piattaforma di messaggistica per gli studenti e una dashboard per i docenti che fornisce in tempo reale il risultato anonimo delle analisi sul grado di esposizione al rischio di cyberbullismo emerso dalla chat di classe. In base al livello di rischio rilevato, l'app suggerisce strategie di monitoraggio o l'intervento diretto della task force di Fondazione Carolina.
I risultati che ribaltano i luoghi comuni
La sperimentazione condotta da dicembre a maggio ha coinvolto 18 classi di istituti superiori in Lombardia e Piemonte, per un totale di 263 studenti tra i 13 e i 19 anni. I dati emersi sono sorprendenti e sfatano molti luoghi comuni.
Primo risultato: il 70% dei ragazzi non è in grado di riconoscere il livello di esposizione ai pericoli online. Il restante 30% riesce a identificare il rischio solo quando questo raggiunge i livelli più alti. Un dato che non deve sorprendere, come spiega il professor Gian Piero Turchi, responsabile scientifico del progetto: "L'esperienza non è sufficiente a educare gli studenti all'osservazione degli indicatori di rischio. Se attribuiamo valore formativo all'aver vissuto episodi di cyberbullismo, rischiamo di mantenere impreparati i giovani di oggi".
Ancora più significativo il fatto che il 100% degli studenti coinvolti in episodi di cyberbullismo non si è dimostrato più abile nel riconoscere i rischi rispetto ai coetanei che si sono dichiarati estranei a questi fenomeni. "Non esiste una predisposizione al profilo di cyber bullo o cyber vittima", aggiunge Turchi. "Il rischio si genera dalle modalità di interazione nella chat di classe".
Lo slang non è il problema
Contrariamente a quanto molti si aspettavano - pensando a effetti speciali alla Minority Report sull'anticipazione di elementi linguistici pericolosi - i dati raccontano altro. Durante la sperimentazione, il 50% dei partecipanti è stato invitato a utilizzare slang e frasi idiomatiche: il lessico giovanile, anche quello più estremo, non impatta sul grado di esposizione al rischio.
"Lo slang e il gergo giovanile, talvolta associabile a contesti iperbolici, non spostano i parametri che rilevano l'insorgere di fenomeni negativi nelle relazioni tra pari - spiega Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina -. Quello che emerge è piuttosto l'assenza di fiducia, di strumenti e di supporto alle giovani generazioni".
La richiesta d'aiuto che non sappiamo ascoltare
I dati di Fondazione Carolina, che incontra quasi 100mila studenti l'anno, confermano una realtà allarmante: 3 giovani su 4 hanno partecipato, direttamente o indirettamente, a episodi di bullismo online. Sotto il termine cyberbullismo si nascondono decine di condotte diverse - dalle challenge al sexting, dal vamping al grooming - che gli adulti di riferimento non sempre riescono a catalogare.
Il paradosso è che i ragazzi conoscono bene i fenomeni e l'importanza di un uso corretto del digitale, ma non sanno riconoscere i segnali di pericolo quando si presentano. Dalla sperimentazione emerge però un dato incoraggiante: il 70% dei partecipanti sarebbe disponibile a chiedere aiuto a un adulto di riferimento prima che l'esposizione ai pericoli possa generare situazioni di disagio effettivo.
La scelta dell'interlocutore dipende dalla prossimità relazionale: famiglia o adulti di riferimento (31%), amici (17,5%), esperti e autorità (11%), mentre il 32% dichiara di non rivolgersi a nessuno. Il problema è che per contattare un esperto, i ragazzi devono prima riconoscere che esiste una situazione di rischio - competenza che, come abbiamo visto, manca al 70% di loro.
Oltre la formazione: il bisogno di supporto
La sperimentazione di NetGuardian conferma quanto Fondazione Carolina sostiene dalla fine del lockdown: la necessità di cambiare il paradigma della presenza degli adulti nelle scuole. Le tradizionali fasi di sensibilizzazione - informazione sui fenomeni, peer education, certificazione delle competenze - sono superate dai fatti.
"Gli esperti chiamati nelle scuole si trovano davanti ragazzi che non solo conoscono molto bene i fenomeni, le devianze e le dipendenze digitali, ma li vivono sulla propria pelle - osserva Zoppi -. Oggi non può esserci formazione senza supporto".
Da questa consapevolezza nascono i servizi Re.Te. (Rescue Team) di Fondazione Carolina: tre équipe multidisciplinari sul territorio nazionale che garantiscono supporto tempestivo e gratuito a vittime e autori di violenza online. E il Centro Re.Te. (Recupero Terapeutico) di Milano, che accoglie e cura quelli che Zoppi chiama "i profughi dell'oceano digitale".
L'intelligenza artificiale al servizio della prevenzione
NetGuardian rappresenta un cambio di paradigma metodologico. Come spiega Zoppi: "Gli algoritmi e i controlli parentali sono utili ma non salvifici, perché agiscono a valle, quando il pericolo è già in atto. Il nostro modello di intelligenza artificiale ribalta questo schema, intervenendo a monte, prima che si creino i presupposti relazionali in grado di determinare effetti negativi".
Il 72% dei docenti coinvolti nella sperimentazione considera l'applicazione "un efficace strumento per il contrasto al cyberbullismo" e una svolta nel modo in cui la scuola può intervenire. Il restante 28% è in attesa di valutare meglio il funzionamento e di conoscere l'opinione degli studenti.
Una nuova alleanza tra tecnologia e umanità
NetGuardian non è fantascienza ma pragmatismo. Non sostituisce l'educazione o la relazione umana, ma offre strumenti concreti per intercettare situazioni di rischio prima che degenerino. In un'epoca in cui il digitale pervade ogni aspetto della vita dei nostri figli, l'intelligenza artificiale può diventare un'alleata preziosa nella costruzione di spazi online più sicuri. L'importante è ricordare che la tecnologia è uno strumento, non una soluzione magica. Come dice Zoppi: "Non possiamo delegare la nostra responsabilità educativa alle macchine. Il nostro posto naturale è a fianco dei nostri ragazzi". NetGuardian ci aiuta semplicemente a capire quando è il momento di essere ancora più vicini.
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