Nel buio della stanza di Luca: viaggio nell'isolamento sociale di un adolescente
Dall'inizio del lockdown Luca non è più uscito di casa. Si è chiuso nella sua stanza, connesso solo ai videogiochi e al mondo virtuale. La madre Priscilla racconta nel podcast "Crepe" il loro viaggio nel fenomeno hikikomori: dall'accettazione alla rinascita
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“Luca aveva tredici anni quando ha smesso di uscire di casa. Prima della pandemia era un bambino solare, pieno di energia, con una vita sociale vivace e una famiglia che lo sosteneva. Ma con l’arrivo del lockdown, qualcosa si è incrinato. Le giornate si sono fatte tutte uguali, scandite da lezioni a distanza, silenzi e una crescente distanza emotiva. Quando le restrizioni sono finite, Luca non è più riuscito a tornare a scuola. Non usciva, non parlava, non rispondeva. Viveva di notte, nel suo mondo fatto di videogiochi connessi all’altro lato del mondo, dormiva di giorno, e passava ore davanti al computer. La sua camera era diventata un rifugio, ma anche una prigione”, Priscilla racconta così la storia di Luca, suo figlio oggi 18enne, caduto alcuni anni fa nel baratro del ritiro sociale.
Hikikomori: quando la società diventa troppo stretta
Il termine che descrive ciò che stava vivendo Luca è "hikikomori", parola giapponese che indica chi si ritira volontariamente dalla vita sociale per lunghi periodi. In Italia il fenomeno è sempre più diffuso tra gli adolescenti, ma resta spesso sommerso, confuso con fragilità o pigrizia
L'iperconnessione è principale responsabile dell'autoisolamento. Uno studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature, del gruppo di ricerca Musa del Cnr-Irpps, su campioni rappresentativi a livello nazionale composti rispettivamente da 3.273 e 4.288 adolescenti con un'età compresa tra 14 e 19 anni, mostra che non solo dal 2019 al 2022 sono drasticamente aumentati i giovani che si limitano alla sola frequentazione della scuola nella loro vita, ma anche che nel mondo adolescenziale è significativamente diminuita l'abitudine a trascorrere il tempo libero faccia a faccia con gli amici: i "lupi solitari" sono addirittura triplicati in tre anni, passando dal 15 al 39,4% .
Il baratro
Per Priscilla accettare questa realtà è stato straziante. "Ma la cosa più difficile è stata sentirsi dire dagli altri "Obbligalo a uscire!", come se bastasse un atto di volontà per spezzare catene invisibili ma pesantissime. Un tema fondamentale in una situazione come questa è l’accettazione: ho capito che per aiutare mio figlio, dovevo tendergli la mano. Allora gli ho detto: Non importa se non vai a scuola. L’importante è che torni a stare bene – racconta –. A un certo punto ho compreso che non ce l’avrei fatta a salvarlo da sola e mi sono rivolta a un’associazione”.
Luca ha iniziato il suo percorso di uscita dal ritiro sociale grazie all’intervento di una psicologa che, con delicatezza e costanza, ha cominciato a fargli visita direttamente a casa: “Gli si è avvicinata giocando con lui ai videogames, entrando nel suo mondo – racconta la madre -. Poi hanno iniziato a scendere sotto casa a fare due passi, a prendere un gelato”. Con il tempo, Luca ha accettato di partecipare a una “squolina”, una piccola scuola informale all’interno di un’associazione specializzata nel supporto a ragazzi ritirati. In quell’ambiente protetto, privo di giudizio e pressioni, ha potuto riavvicinarsi gradualmente alla socialità, condividendo spazi e attività con altri giovani che vivevano esperienze simili. Lì ha riscoperto il piacere di imparare, di parlare, di essere ascoltato. Il passo successivo è stato ancora più significativo: Luca ha scelto di restare nell’associazione anche dopo il suo percorso, per aiutare altri ragazzi in difficoltà. Ha iniziato a collaborare con gli educatori, a raccontare la sua storia, a offrire supporto a chi si trovava ancora nel buio. Questo ruolo attivo ha consolidato la sua rinascita, trasformando il dolore vissuto in una risorsa preziosa per gli altri.
Il percorso: passi piccoli, cadute, riprese
Il cambiamento non è arrivato all'improvviso. Ci sono stati mesi di educatori, incontri, proposte respinte con pazienza e riprovate con ostinazione. Priscilla ha dovuto imparare a lasciare andare il controllo, a non forzare, a non giudicare. "Oggi Luca ha ripreso a studiare, ha seguito un percorso formativo e ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio degli altri", racconta con una voce in cui si sente insieme fatica e speranza. Luca collabora ora con un'associazione che si occupa di ragazzi in difficoltà. Ha ritrovato un senso, uno spazio nel mondo che prima lo soffocava. Non è stato un miracolo, ma un percorso fatto di cadute e risalite, di giorni bui e spiragli di luce.
"Non è stato un miracolo. È stato un lavoro di squadra, un atto d'amore continuo", commenta Priscilla. Un invito a non sottovalutare i segnali del disagio adolescenziale, a non colpevolizzare né se stessi né i propri figli, a cercare aiuto senza vergogna. Perché anche quando tutto sembra perduto, c'è sempre una strada che merita di essere percorsa. Anche quando quella strada passa attraverso il buio più fitto. E forse proprio lì, nelle crepe più profonde, può filtrare la luce più necessaria.
Perdere i segnali o ritrovarli?
Priscilla è una delle protagoniste di Crepe, una serie podcast di Onepodcast in collaborazione con Generali che attraverso le testimonianze dirette di chi vive queste difficoltà e l'expertise di professionisti qualificati, vuole illuminare i meccanismi che alimentano le nuove forme di sofferenza e individuare percorsi di resilienza e supporto. Perché comprendere come il mondo che cambia stia influenzando la nostra salute mentale è il primo passo per costruire strategie di prevenzione e cura che tengano conto della complessità del nostro tempo.
Nella serie si parla di ritiro sociale ma anche di bullismo e cyberbullismo, emarginazione e ansia da prestazione dovuta alla eccessiva esposizione ai modelli falsi e irraggiungibili mostrati dai social network attraverso le voci e i racconti di chi ci è passato in prima persona.
La visione dell’esperto
"Il fenomeno degli hikikomori è una delle sfide più complesse e sottovalutate della nostra epoca - afferma lo psichiatra e consulente della comunità per minori e adolescenti Villa Danilo in Liguria, Norberto Miletto -. Non si tratta semplicemente di ragazzi pigri o svogliati, come spesso si tende a pensare superficialmente. Parliamo di giovani che vivono un disagio profondo, spesso invisibile, che li porta a ritirarsi dal mondo per proteggersi da una realtà percepita come ostile, giudicante, o troppo esigente. Il ritiro sociale è una risposta estrema a un dolore che non trova parole, a una fragilità che non ha spazio per esprimersi. La pandemia ha agito da detonatore, ma le radici del problema sono più profonde: ansia, depressione, bullismo, aspettative familiari o scolastiche troppo elevate. È fondamentale non colpevolizzare né i ragazzi né le famiglie, ma costruire una rete di ascolto e intervento precoce. Serve un approccio multidisciplinare, che coinvolga educatori, psicologi, medici, e soprattutto serve tempo. Non si esce da una condizione di ritiro con una terapia d’urto, ma con pazienza, rispetto e relazioni autentiche. Ogni piccolo passo verso l’esterno è una conquista. E ogni storia, come quella di Luca, ci ricorda che anche dal silenzio più profondo si può tornare a vivere”.
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