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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

I figli sono diventati uno status symbol e essere genitori una prova di successo (e non si sa di chi è la colpa)

I figli sono diventati uno status symbol e essere genitori una prova di successo (e non si sa di chi è la colpa)
(getty)
Avere figli  in alcuni ambienti sociali e culturali sembra aver assunto un nuovo significato: non solo una scelta personale, ma anche una dimostrazione di successo, stabilità e privilegio.
di Eugenia Nicolosi

Siamo molto felici che avere figli non sia più considerato "normale", perché significa che le persone hanno iniziato finalmente a interrogarsi: li voglio, non li voglio, sono in grado, non sono in grado, e così via. D'altro canto, sembra che chi oggi faccia figli non viva più l'esperienza della genitorialità come una responsabilità immensa, peraltro biologicamente nell’ordine delle cose, ma come prova della propria levatura.

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Nel senso: oggi i figli, almeno in certi ambienti sociali e culturali, sono diventati uno status symbol e la genitorialità la prova di un presunto successo.

Il privilegio sociale di avere figli oggi

Oggi non basta più mettere al mondo un figlio, una figlia, o quattro: bisogna dimostrare di saperlo integrare dentro una vita desiderabile, produttiva, che non manca di nulla e ben raccontata. Il bambino non arriva a interrompere il racconto di sé dei genitori ma anzi lo completa, come viene completata l'estetica della famiglia. In una forzatura che pensiamo sia colossale, la famiglia non viene più vissuta come privata, nel suo caos legittimo, ma si trasforma sempre più spesso in una performance da raccontare.

Non si sa bene di chi sia la colpa, se dell’economia che rende i figli un privilegio, dei social che trasformano tutto in immagine, o di una cultura che non tollera più la fatica se non quando è fotogenica, ma il risultato è che oggi perfino la famiglia è vissuta - e pubblicata sui social - come una dimostrazione di successo. 

La nostra epoca ha il particolare talento di trasformare tutto ciò che è umano in linguaggio di mercato. Il corpo, il tempo, le relazioni, il dolore, il desiderio, la vecchiaia, perfino la spontaneità. Tutto è performance. Ed era inevitabile che, prima o poi, toccasse anche ai figli diventare parte della performance. E non, come abbiamo già detto, quando vengono coinvolti nei balletti social di genitori che poi - evidentemente - non hanno alcuna autorità su di loro. Ma come fossero una lampada di design o una borsa di lusso. 

Quindi nel senso della estetizzazione di bambini e bambine, bambolotti contemporanei di genitori che giocano a fare i genitori. Oggi, in certi ambienti, i figli sono la massima conferma di stabilità, e vengono mostrati come un'estensione dei genitori, una specie di decoro anzi, di ornamento per una vita "perfetta".

I bambini e le bambine sono stati inseriti in un sistema che li valuta soprattutto per come appaiono dentro l'immagine complessiva della vita dei genitori. Siamo felici, ripetiamo, che l'approccio alla genitorialità sia cambiato, stia cambiando.

La genitorialità come performance sociale

Per secoli avere figli, meglio se molti, è stato meno una scelta individuale e più il risultato di condizionamenti materiali, di norme religiose, di una combinazione di alta mortalità e limitato controllo sulla riproduzione.

Oggi almeno nelle classi benestanti e nei contesti più mediatizzati, il significato si è quasi capovolto. Avere figli è diventato una dimostrazione di risorse. Non solo economiche, anche se quelle contano enormemente. Servono tempo, reti di sostegno, case grandi, flessibilità lavorativa, salute mentale, capitale sociale ma soprattutto serve la capacità di assorbire il caos senza lasciarlo vedere.

Eccolo allora il nuovo ideale: il genitore, la genitrice, impeccabile nel lavoro, che viaggia, che si tiene in forma, che resta una persona interessante e coltiva amicizie, che mantiene il proprio stile e frequenta i luoghi giusti indossando i codici corretti. Il figlio e la figlia, in questo scenario, non sono la fine della vita precedente ma la consacrazione di un'esistenza sul podio dei vincenti. I figli sono "la" prova che quella persona può avere tutto.

Qui emerge un’altra particolarità: la nostra cultura finge di aver superato il narcisismo individualista, ma in realtà lo ha soltanto reso familiare. Crescendo il guardate me viene sostituito da guardate la mia famiglia: niente viaggi e cocktail o comunque non solo, crescendo al narcisista viene spontaneo mostrare ai followers la casa curata, il brunch perfetto e il bambino vestito in palette, meglio se durante un compleanno patinato. La famiglia, insomma, non come luogo di trasformazione radicale, ma come upgrade estetico del sé.

figli come status symbol da portare a spasso

E come crescono, allora, figli trattati così? Crescono spesso dentro una contraddizione fondamentale: sono amatissimi e insieme osservatissimi. I loro primi anni, che dovrebbero essere uno spazio relativamente protetto di esplorazione, errore, opacità e libertà, diventano un archivio. Ogni smorfia documentata, ogni outfit scelto, ogni festa scenografata, ogni momento convertito in immagine condivisibile. Diventano prodotto. 

Un bambino che cresce come estensione del brand familiare può interiorizzare molto presto un principio tossico: il suo valore sta anche nell’effetto che fa sugli altri, grazie al fatto che i momenti che vive vengono interrotti per essere registrati meglio, mentre il sorriso gli viene richiesto. Non perché spontaneo ma perché, per dire, viene meglio vicino all'albero di Natale.

Così il bambino impara presto che esiste una differenza tra ciò che prova e ciò che conviene mostrare e diventa competentissimo nello stare in scena prima ancora di aver imparato a stare da solo con se stesso. Le ricerche sul cosiddetto sharenting e sulla costruzione dell’identità in ambienti digitali mostrano proprio questo rischio: la perdita di controllo sulla propria immagine, la difficoltà a negoziare i confini, il possibile disagio nel trovarsi già definiti da una narrazione costruita da altri.

Avere una famiglia oggi, meglio se numerosa, è diventato lo status symbol per eccellenza perché richiede diverse forme di privilegio che operano contemporaneamente. A un livello più profondo non si tratta solo di avere figli: si tratta di mantenere lo stile di vita che avevi prima di diventare genitore mentre li hai. Compresa la cena al sushi bar più costoso della regione. Meglio se con il seggiolone al lato del tavolo, a dimostrazione che a tre anni il bambino è già all'altezza dei ristoranti di lusso.

i figli come mezzi di propaganda di sé

Le crescenti aspettative sui codici di ricchezza hanno già trovato risposte sul mercato: stanno sparendo i luoghi per bambini, così come sono in calo i negozi che vendono vestiti e giocattoli per bambini (colorati, pensati per chi li rovina banalmente) e spopolano le linee per l'infanzia di brand di lusso. 

E qui sta il privilegio, oltre che il problema. A parte i contesti in cui fare figli è ancora considerata cieca prassi "altrimenti c'è qualcosa che non va", nelle fasce di popolazione istruite a diventare genitori sono spesso persone particolarmente benestanti. E sempre loro sono quelli che più ne fanno sfoggio, proprio perché non è più "normale prassi", ma dimostrazione di privilegio. E ne fanno sfoggio producendo contenuti che hanno una estetica incredibile, nel senso di non credibile.

La genitorialità non è mai stata concepita per essere sofisticata. È uno spazio in cui l'estetica è caotica, rumorosa, disordinata, sporca di succhi di frutta e merendine. Loro, i nuovi genitori performer, l'hanno appiattita a una performance che pretende di veicolare momenti - e sofisticatezze - che non esistono. Ma fino a che punto si può ridurre una nuova vita a un'estetica progettata solo perché rispecchi l'idea che si vuole promuovere di se stessi?