Il villaggio che ci vuole (ma che non c'è) per crescere un bambino
Il problema è che per molti genitori non c'è nessun villaggio: per crescere un bambino ci vuole allora molto coraggio
Un proverbio del continente africano recita, più o meno, "per crescere un bambino ci vuole un villaggio". Significa che per crescere bene, riccamente, e in un ambiente sano e sicuro, un bambino o una bambina ha bisogno di interagire e raccogliere le cure e le esperienze di una intera comunità. Nei Paesi occidentalizzati questa cosa si verifica nei contesti in cui le famiglie non si allontanano dalla città di nascita e conservano nel loro quotidiano i rapporti con la parentela e la cerchia di amici. Cosa che, ahinoi, accade sempre più raramente.
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ci vuole un villaggio o comunque più di una coppia
Gli esempi di società africane con proverbi che si traducono in "per crescere un bambino ci vuole un villaggio" sono molti, non solo uno. In lingua Lunyoro (che si parla in Uganda) esiste un proverbio che dice "Omwana takulila nju emoi", la cui traduzione letterale è "Un bambino non cresce in un'unica casa". In Haya (lingua parlata in Somalia) c'è un detto, "Omwana taba womoi", che si traduce come "Un bambino non appartiene a un genitore o a una casa". O ancora, in lingua Jita (parlata in Tanzania) si dice "Omwana ni wa bhone", che significa che, indipendentemente dai genitori biologici del bambino, la sua educazione appartiene alla comunità. Per dire quanto l'idea di fondo sia condivisa.
Ma il nuovo paradigma della genitorialità prende forma da una serie di variabili ormai note: lasciare il lavoro, allontanarsi da amici o famiglie, o lavorare più ore per arrivare a fine mese. I Millennial hanno trascorso gli ultimi vent’anni cercando di trovare una propria posizione economica mentre attraversavano due recessioni, una pandemia, il picco del costo delle case e il peggior mercato del lavoro praticamente da sempre.
Il tutto, mentre in Italia lo stipendio medio è fermo agli anni Novanta (nel resto d'Europa si è adeguato all'innalzamento del costo della vita). E per costo della vita intendiamo anche la gestione di un bambino. Per fare solo un esempio: gli asili nido in Italia sono pochi (offrono posto soltanto a circa 4 bambini su 10) e quelli comunali hanno una retta mensile media attorno ai 500 euro. I nidi privati di 640 euro (ma possono arrivare anche a 800, a Milano).
dov'è il villaggio? il trend tik tok
La disgregazione della famiglia per ragioni più che altro economiche, le stesse pressioni economiche, gli orari di lavoro e l'aumento della mobilità hanno contribuito a far sì che le famiglie siano sempre più isolate. E alcune persone condividono contenuti online che mettono al centro proprio la difficoltà nella cura dei bambini e partono proprio dalla filosofia del "ci vuole un villaggio". Usano infatti hashtag come #MomsofTiktok (mamme di Tik Tok), #ittakesavillage (ci vuole un villaggio) e #wheresthevillage (dov'è il villaggio).
Le didascalie si somigliano: "Smettetela di dirci che ci vuole un villaggio per crescere un bambino, non c'è nessun villaggio", o ancora, "Le donne non sono destinate a crescere i propri figli da sole, motivo per cui molte di noi si sentono completamente isolate e depresse". E i temi sono ricorrenti: i genitori del bambino lavorano anche nei fine settimana mentre gli asili non offrono orari di apertura nei weekend. Ci sono poi i racconti di quando le coppie o i genitori single vengono raggiunti dai genitori, quindi i nonni del bambino, e ricevono aiuto per qualche giorno di respiro. Qualcosa che accade sporadicamente perché spesso le persone giovani o comunque in età per essere genitori vivono lontane dalle famiglie di origine.
Insomma che fine ha fatto il villaggio? Diventare genitore oggi è chiaramente più impegnativo di quanto si possa immaginare, perché le persone devono stare in equilibrio tra la scelta di un lavoro ben retribuito - o anche solo "un lavoro" - e l'assistenza e la cura gratuite fornite dalla famiglia di origine o dalla cerchia di amicizie storiche e fidate. E cosa si intende per "villaggio" se non esattamente quel sistema di supporto di cui le persone hanno bisogno per essere sia professionisti che genitori? In realtà anche le politiche per la famiglia che i Governi dovrebbero mettere a sistema.
I genitori Millennial e della Gen Z si ritrovano, invece, isolati. Infatti molti dei loro coetanei non possono permettersi di diventarlo o scelgono di non avere figli. La frase “ci vuole un villaggio per crescere un bambino” trasmette il messaggio che ci vogliono molte persone (“il villaggio”) per fornire un ambiente sicuro e sano per i bambini, dove ai bambini venga data la sicurezza, l'esperienza e la diversità di cui hanno bisogno per svilupparsi a tutto tondo. Ciò però non va frainteso: il "villaggio" non è composto solo da zii o zie, nonni e nonne, amici cari e insegnanti ma come tutti i membri della comunità, quindi anche la politica si deve prendere cura di un bambino. Tutti questi "abitanti del villaggio" possono anzi devono fornire assistenza diretta e indiretta ai bambini attraverso politiche non assistenzialiste, ma di cura.
Il proverbio infatti sottolinea l'importanza del coinvolgimento della comunità nella crescita dei bambini e delle bambine perché tirare su una persona non è esclusivamente responsabilità dei genitori ma richiede la partecipazione della comunità nel suo senso più ampio.
differenze, collaborazione, cura: i benefici del villaggio
I bambini non crescono in isolamento, anzi il loro sviluppo è influenzato da una varietà di fattori come la scuola, l'ambiente sociale, i coetanei e la cultura del posto in cui vivono. Quando i genitori hanno il sostegno della comunità, l'ambiente diventa più accogliente: in un modello di villaggio, i genitori hanno accesso a un ventaglio ampio di risorse e reti di supporto che possono aiutarli a soddisfare i bisogni fisici, emotivi e sociali dei loro figli. Nel modello di villaggio tutti lavorano insieme per il benessere dei bambini: genitori, nonni, amici, educatori, operatori sanitari e altri membri della comunità collaborano per garantire che i bambini ricevano la migliore assistenza possibile perché, senza gerarchie, l'idea è che tutti facciano qualcosa. Sempre perché la responsabilità di allevare i figli è condivisa tra tutti i membri della comunità, nella consapevolezza che i genitori non devono portare il peso da soli. Infatti, prima che le donne facessero il loro ingresso nel mondo del lavoro (Dopoguerra) il "villaggio" era costituito da gruppi di madri, sorelle, nonne, zie e amiche che svolgevano esclusivamente il lavoro di cura. Erano solo gli uomini ad avere il carico di responsabilità del guadagno, quindi gli unici a dover sposarsi per lavorare. Il villaggio, fino a un certo punto, c'era eccome (anche se era basato su una discriminazione di genere portentosa).
Ma la parte migliore del proverbio è che sottolinea l'importanza del coinvolgimento della comunità nelle sue differenze. il che significa che individui provenienti da contesti e culture diverse sono coinvolti nell'educazione dei bambini perché è meglio creare un ambiente che celebra la ricchezza della diversità: i bambini possono solo sviluppare comprensione e sentimenti di apprezzamento verso culture, credenze e filosofie di vita diverse.
Anche perché nessun genitore ha tutte le risposte, tutti invece possono imparare gli uni dagli altri. In conclusione, il detto “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” legittima le difficoltà di tutti quei genitori che ammettono, o solo sentono, che non possono farcela da soli.