Paese che vai, supermercati che trovi: viaggiare oltre la superficie turistica
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Il fenomeno dell'overtourism, oltre a congestionare centri storici e itinerari monumentali, sta modificando l'aspetto di moltissimi luoghi: i centri delle città ormai si somigliano tutti (stessa fila di brand intervallata dagli stessi fast food e negozi di souvenir). Ed è per questo che sono sempre di più le persone che, quando viaggiano, entrano più volentieri nei supermercati o negli altri luoghi di servizi alla cittadinanza che nei musei e nelle cattedrali: vogliono afferrare la "vera" cultura di quel posto.
niente musei: ora si va nei supermercati
Ci sono persone che lo fanno da sempre ed esistono, da anni, canali Youtube dedicati a questo. Oggi però sono molti gli account social che registrano la tendenza in crescita: niente località assaltate da turisti e niente selfie davanti a monumenti "instagrammabili", ora si va nei supermercati, alle Poste, nelle botteghe frequentate da persone del luogo, negli spazi insomma, che sono ancora autentici e che possono realmente essere come una finestra sulla cultura e le abitudini di una particolare popolazione.
Sbirciare oltre la superficie turistica e allontanarsi dai posti creati per l'uso e il consumo di turisti distratti dai loro stessi selfie e che mangiano gli hamburger dei fast food (o la pizza dei fast food) ovunque si trovino, ci sono i luoghi - per ora - intoccati e intoccabili. "Per ora", perché l'esperienza di Barcellona potrebbe essere un monito: i mercati della Boqueria o di San Antonio hanno smesso da un pezzo di essere autentici. Allo stesso modo i mercati storici di Palermo (Vucciria, Ballarò, Capo) non hanno più botteghe ma pub e negozi di souvenir costosissimi (e pacchiani). Allo stesso modo, ancora, la Kasbah di Tunisi ha perso la sua autenticità per trasformarsi in uno show di folklore per gli occidentali. Lo stesso vale per le "esperienze": escursioni e visite organizzate in groppa a elefanti in India o, perché no, la gita tra i templi: non è certo il modo in cui i residenti passano le loro giornate.
Quindi paradossalmente, per entrare nello spirito e nella cultura del luogo che si visita non restano altre vie che i corridoi delle merendine, dei latticini o della frutta delle catene nazionali di supermercati, l'equivalente dei nostri Carrefour o Coop ma anche i piccoli negozi di alimentari che resistono nei quartieri non gentrificati.
È lì che si ottengono indizi su come vivono le persone, dalla grandezza dei cartoni del latte negli Stati Uniti o nell'esaltazione della frutta perfetta in Giappone. Allo stesso modo, scegliere di alloggiare fuori dai centri delle città, ormai repliche gli uni degli altri, significa osservare la cittadinanza. Quella vera: come si vestono, che orari hanno, l'odore delle cose che cucinano, cosa si trova nei bar o nelle enoteche frequentate dai locali.
Chiaramente nel marasma di servizi alla cittadinanza, i negozi di alimentari o i grandi supermercati sono the place to be. Qui si entra per comprare ciò che si mangia in casa propria. E mentre lo fanno, le persone del luogo stanno aprendo una finestra sulla loro cultura attraverso la quale viaggiatori e viaggiatrici possono guardare. E non è noioso per niente, anzi: conoscere la cultura del posto in cui si va dovrebbe essere lo scopo del viaggio.
le destinazioni sono diventate ormai dei "turistifici"?
Passeggiare nei supermercati stranieri o nei quartieri residenziali stranieri è rimasta forse l'unica esperienza "culturale" che si può fare viaggiando. Colpa dell'overtourism, che sta forzando una separazione sempre più netta tra "turisti" e "viaggiatori". Per overturismo si intende infatti quel tipo di congestione, la folla insomma, che si crea dove c'è un eccesso di turisti. Tale fenomeno ultimamente sta causando conflitti tra turisti e persone del posto e non è perché gli abitanti di Santorini o Barcellona sono territoriali e possessivi.
L'Organizzazione Mondiale del Turismo (UN Tourism) infatti denuncia l'impatto che l'overturismo ha sulle destinazioni, o su parti di essa: dall'influenza sulla qualità della vita dei residenti - costretti a lasciare la propria casa in affitto perché i proprietari ne fanno un b&b - fino all'esperienza di viaggio degli stessi turisti. Ma il problema più grave è che le conformazioni delle città, il cuore della loro unicità, quindi, stanno cambiando per assecondare esperienze di viaggio sempre più piatte e tutte uguali: i negozi sono sempre e solo gli stessi, i ristoranti, quando non sono i fast food che conosciamo, hanno tutti lo stesso menu ("tipico", tra molte virgolette) e i franchising della stessa caffetteria sono intasati da persone che prendono dei costosi e instagrammabili Pumpkin Spice Latte. A Parigi come a Madrid, a Santorini come a Londra. E inoltre, come si visita un museo subendo continui spintoni e accalcamenti, mentre quattro gruppi diversi assistono alle spiegazioni di guide che parlano - urlando - in quattro lingue diverse?
il problema del turismo è il turismo
Le prime avvisaglie di questo fenomeno si avevano già davanti a La Gioconda di Leonardo da Vinci, custodita al Louvre di Parigi: una folla costantemente appostata davanti al piccolo dipinto ha impedito a milioni di persone di osservarla, studiarla, empatizzare col quadro e scoprirne i dettagli. Da qualche anno a questa parte, e per ragioni di varia natura che non sono tutte negative, molte più persone viaggiano e occupano strade, piazze, musei, ristoranti e spiagge di destinazioni battute, nel mondo, come lo sono le isole e le capitali. Infatti le persone che vogliono conoscere luoghi e culture sono sempre più spinte nelle città piccole, sconosciute e arroccate. Oppure, quando non si vuole perdere il piacere di scoprire località "turistiche", devono studiare itinerari paralleli e scoprire cosa fanno e soprattutto dove sono i residenti. Nei supermercati.
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