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Uno per creare, uno per sognare e gli altri: la "Teoria dei 4 Hobby" in un mondo che ha dimenticato come farli

Uno per creare, uno per sognare e gli altri: la Teoria dei 4 Hobby in un mondo che ha dimenticato come farli
(getty)
I social hanno tanti pregi, ma oggettivamente hanno annientato la cultura degli hobby: eppure una teoria vuole che per stare bene occorra praticarne non uno, ma ben quattro.
di Eugenia Nicolosi

Quante persone conosciamo che praticano almeno un hobby? Forse un paio. E quasi sempre l'hobby in questione è la lettura. Di recente una tiktoker ha parlato di una teoria secondo cui occorrebbe praticarne quattro, differenti tra loro, per stare bene. Ma non è la prima a pensarci. Sul web si trovano pagine e pagine di forum dedicati alla questione e, secondo alcuni utenti, gli hobby dovrebbero essere almeno cinque: uno "fisico", uno "cerebrale", uno "creativo", uno "di servizio" e uno "spirituale".

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Bei discorsi, ma è innegabile che viviamo in un’epoca dominata dai social media e da un intrattenimento passivo sempre più pervasivo. E che, quindi, la capacità di dedicarsi a uno, tre o cinque hobby, sia sempre più rara.

La teoria dei 4 hobby (anzi cinque)

Secondo quanto una content creator di nome Isabella dice nel suo video "my big four", abbiamo bisogno di praticare quattro hobby per sentirci soddisfatte nella vita: quattro come le diverse categorie a cui gli hobby apparterebbero, sempre secondo lei. Dovremmo insomma coltivarne almeno uno per ogni categoria per sentirci realizzate.

Ha spiegato che la prima categoria è legata al fare/creare qualcosa, quindi artigianato, scrittura, uncinetto, comporre musica o fare ceramiche e giardinaggio. La seconda categoria è legata al fruire, quindi ad apprezzare l'arte che qualcun altro ha fatto, il che può significare ascoltare musica, guardare la retrospettiva di grandi registi/e o artisti/e, leggere libri o collezionare oggetti.

@monkeypants25

my big four are: baking, reading, birdwatching, and playing board games

♬ suono originale - isabella

La terza categoria è legata a tutto ciò che incoraggia a uscire o a essere in attività: un corso di flamenco o di yoga, una passeggiata per il quartiere. E infine la quarta categoria è legata a tutto ciò che innesca interazione sociale. Questa categoria di hobby può solitamente essere combinata con una delle altre tre, come un club del libro o un corso di cucina o ceramica.

Una teoria precedente, cioè decennalmente precedente a quella della giovane tiktoker, vuole che ci sia una quinta categoria di hobby: quella che permette di coltivare la propria spiritualità leggendo di religioni varie ed eventuali o meditando. E anche le prime quattro sono diverse: l'hobby fsico, come dare da mangiare agli uccellini al parco, l'hobby cerebrale, come guardare e ragionare su contenuti informativi, studiare di filosofia o ingegneria. C'è quello "creativo", quindi scrivere poesie, dipingere, fare la cercamica o decorare spazi e quello "di servizio", come offrire cibo a persone senzacasa, aiutare i volontari di un canile.

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Ma c'è un problema di fondo: che siano quattro, cinque o venti è indifferente perché a praticare hobby sono pochissime persone. La maggior parte ha infatti candidamente ammesso di non avere un hobby o un interesse proprio l'anno scorso, nel 2024, durante un sondaggio condotto dall'agenzia di statistica statunitense AYTM. La cosa positiva è che comunque sapevano che fosse importante coltivarne almeno uno e vorrebbero più tempo per farlo.

"Hobby" significa "creare": siamo passate dall’arte alla performance

La parola "hobby" è la forma abbrevviata del termine inglese "hobby horse" dove hobby è il diminutivo del nome proprio Robin o Robert e horse è, in italiano, "cavallo". L'hobby horse era un giocattolo costituito da un bastone il cui pomo era a forma di testa di cavallo, ci si metteva a cavalcioni e si fingeva di montare per davvero. Nei decenni è diventato un modo generico per definire qualsiasi passatempo costruttivo.

Un tempo infatti la creatività era sostanziale nella vita di adulti e bambini, sia per necessità (ci si impegnava per trovare soluzioni alternative e non costose) sia per diletto, per far passare il tempo e per migliorare come esseri umani.

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(getty)

Cose come dipingere, scrivere, suonare, costruire oggetti con le proprie mani erano atti di espressione pura, non destinati necessariamente a essere visti o giudicati dagli altri. Si faceva per passione, per sperimentare e per godere delle creazioni proprie o delle altre persone. Oggi, invece, creare sembra essere diventato sinonimo di produrre contenuti con l’unico obiettivo di mostrarli e mostrarsi per ottenere like e visibilità. La creazione si è trasformata in una performance costante, ingabbiata nei meccanismi di approvazione degli algoritmi.

Il problema è che questa dinamica svilisce il piacere stesso della creazione. Quando esiste un metro del successo che valuterà la propria creazione e se questo metro è il numero di visualizzazioni o i like, l’autenticità viene sacrificata in favore di ciò che funziona meglio in termini di engagement.

dal viaggio di crescita interiore alle visualizzazioni: colpa dei social? sì

Prendiamo per esempio la fotografia e la scrittura praticate come hobby, non quelle che sono dei mestieri veri di fotografe/i e scrittrici o scrittori. Sono le due arti, i due passatempi, che più hanno subito l'ondata di appiattimento da social. Tutti sono diventati fotografi con Instagram, tutti sono diventati scrittori (e opinionisti) con Facebook. E a parte il fatto che dietro una buona foto o un buon testo c'è tanta roba e che non bastano dei like per legittimarsi come fotografo o scrittore, si è perduto proprio il senso dell'arte: scrivere e fotografare per hobby significava spingersi in viaggi di crescita. Oggi significa buttare sui social qualsiasi contenuto piegato al godimento del pubblico o dello sfogo personale. Che è comprensibile anche se non sano, perché a dare soddisfazione ora è il "like".

Ma un like non è un mezzo per esplorare le proprie emozioni né è utile a migliorarsi e, inoltre, il piacere che offre dura talmente poco ed è talmente superficiale che ne servono altri per sentirsi bene. E altri ancora, e ancora. Chisà se si tornerà mai a creare qualcosa senza la necessità di condividerlo con il mondo intero, pregando che una moltitudine di estranei lo veda e lo apprezzi. 

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E a proposito di apprezzamento: apprezzare l’arte, la musica, la lettura o le piante che crescono grazie alle nostre cure dovrebbe essere un’esperienza immersiva, un momento di pausa dal caos quotidiano per nutrire l’anima e la mente. Ma, manco a dirlo, l’abitudine di vivere costantemente con uno smartphone in mano ha ridotto la nostra capacità di concentrazione e di fruizione profonda. Non riusciamo nemmeno a vedere un film senza controllare le notifiche, ascoltiamo musica mentre rispondiamo a messaggi, compriamo piante già grandi per lasciarle morire in un angolino. E non è che nel frattempo i social facciano il loro dovere, cioè quello per cui sono nati: dovevano essere un modo per riunirsi, ritrovarsi e conoscere persone nuove. Sono uno strumento che, però, dà l'impressione di socializzare mentre ci rende sempre più isolate e isolati.

l'iper consumo di emozioni non è "socializzare"

Questo iperconsumo superficiale ha un costo: ci priva della possibilità di immergerci completamente nelle esperienze, nostre o altrui, e di lasciarci toccare in profondità da ciò che vediamo o ascoltiamo. Quindi per farla breve, la quarta categoria di hobby cioè quella dedicata alla socializzazione, non comprende affatto l'uso dei social. 

Sulla carta avremmo più libertà che mai e più strumenti che mai per coltivare hobby autentici, eppure ci lasciamo risucchiare dal tempo passato sui social, spesso senza neanche rendercene conto. Scorriamo centinaia di contenuti al giorno, ma alla fine ci resta solo una vaga sensazione di vuoto. E perfino chi sa che il tempo dedicato a un hobby arricchisce la vita trova sempre una scusa per rimandarlo.

Forse la vera sfida oggi non è trovare il tempo per gli hobby, ma avere il coraggio di spegnere il telefono e immergersi nel mondo reale. Dedicarsi alla creazione, all’apprezzamento, al movimento e alla socializzazione in modo autentico non è solo un modo per stare meglio, ma un atto di resistenza contro un sistema che ci vuole costantemente distratte e alienate. Dopo che abbiamo prodotto e fatturato, chiaro.