Tutto quello che devi sapere se ti chiamano "signorina"
Signorina: donna non sposata ma anche bambina rimproverata, medico donna non riconosciuta, persona di genere femminile a cui è sconsigliato praticare alcune attività.
Ci piace? Per niente.
Il collega Riccardo Angelini aveva scritto su il Secolo d'Italia un pezzo dal titolo Adesso anche dire “signorina” è un modo per svilire le donne. Michela Murgia dixit…
"Nella cupola", scrive Angelini che ringraziamo per l'associazione del movimento femminista con le organizzazioni mafiose, "che sforna nuove norme lessicali ogni giorno Michela Murgia è una delle tardo-suffragette più rappresentative. E lei si dà da fare come meglio può. Così intervenendo a Le parole per dirlo su Raitre, mentre gli altri ospiti annuivano estasiati, come se ne esce? Dicendo che usare la parola signorina è un modo per depotenziare le donne. Figuriamoci poi a chiamarle per nome, perché ciò che ci identifica è il cognome… Guai a dire Biden e Kamala, (Kamala Harris, ndr) dunque, come fa certo giornalismo maschilista. Un mix di sciocchezze". La sentenza di Angelini è questa.
Invoca poi la Treccani perché secondo lui, "stando al vocabolario Treccani, la parola signorina non solo non ha nulla di offensivo ma è addirittura una forma di rispetto. E cita letteralmente il primo comma del valente dizionario: Titolo di cortesia e di rispetto con cui ci si rivolge o ci si riferisce a donna giovane non sposata, premesso al cognome. Per concludere "Quanto al fatto che il cognome sia quello che più identifica la persona forse ciò è vero per la burocrazia ma non certo per tutte le espressioni artistiche che alle donne si riferiscono".
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Signorina: che dice Treccani
Ma Riccardo (seguiamo il suo consiglio e facciamo a meno del cognome, che serve solo per la burocrazia e noi non siamo certo burocrati), ha tralasciato che sì: su Treccani Signorina è Titolo di cortesia e di rispetto. Ma anche "spesso scherzoso, parlando a bambine: vogliamo smettere, signorina, di fare i capricci?" o ancora il dizionario scrive che equivale a "Ragazza" e viene usato per separare attività e prodotti non adatti al genere "non è uno spettacolo adatto a una signorina". O ancora: "Signorina: quando si trovi nella fase di passaggio tra la fanciullezza e l’adolescenza".
O ancora: "Donna giovane non ancora sposata: ha due figlie signorine; Anche, più genericamente, donna non sposata, a prescindere dall’età: è ancora signorina, ha preferito restare signorina".
O ancora: "l'espressione da, per signorine, per sottolineare caratteristiche fisiche o psichiche considerate, secondo certi stereotipi, tipiche del sesso femminile: il rugby non è uno sport da signorina, questo non è un ambiente, un lavoro per una signorina".
Comodo fermarsi al primo comma, non è vero Riccardo?
Michela Murgia
Michela Murgia allora non ha costruito una teoria dal nulla, ha solo letto fino alla fine cosa dice Treccani e non come Riccardo, solo il primo rigo. E infatti Michela Murgia si è limitata a sottolineare che "il linguaggio non esprime solo concetti, esprime anche rapporti di potere e per questa ragione va vigilato, contestato e se serve anche cambiato. Non bisogna smettere fino a quando le cose che vogliamo vedere realizzate e quelle che sentiamo pronunciare non saranno perfettamente conseguenti".
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Sei proprio una signorina
Digitando la parola signorina sui motori di ricerca delle immagini si ottengono un miliardo di fotografie del profumo di Ferragamo e la copertina del libro di Chiara Sfregola, edito da Fandango, che si intitola proprio così e quello dell'attrice e regista Franca Valeri, Diario di una signorina snob.
C'è poi un contenuto abbastanza elaborato a cura dell'Accademia della Crusca che ci racconta come nasce, da dove origina, l'usanza di appellare le donne non sposate, le bambine e le adolescenti signorina. La parola potrebbe essere stata formata a partire dal maschile signorino, documentato dal 1501, oppure sul modello dello spagnolo señorita, che pare cronologicamente anteriore o ancora come diminutivo di signora, attestato già in italiano antico, se pure nel significato di ‘padrona’ e per di più non riferito a donne ma a entità astratte o spirituali.
non sono una signora (cit).
Per molto tempo signorina risulta riferito o indirizzato a giovani nobildonne, a prescindere dal fatto che fossero sposate o meno. E la Crusca sottolinea che il significato di donna non ancora sposata non risulta documentato prima dell’Ottocento e anzi la più antica attestazione, al momento, è quella che si ha in una battuta della commedia I mariti di Achille Torelli, del 1867.
Ma signorina è oggi meno usato: tra i romanzi vincitori del premio Strega dal 1947 al 2006 e opere di narrativa uscite nello stesso arco cronologico signorina ha 609 occorrenze in 60 opere (mentre signora ne ha 2530, distribuite in 91 opere). Nei romanzi dal 2000 al 2006 le attestazioni sono solo 22. Per l’uso di signorina come semplice appellativo negli anni Cinquanta possiamo fare riferimento all’indagine dello svizzero Robert Rüegg, Zur Wortgeographie der italienischen Umgangssprache (Berna, Francke, 1956): il concetto di “giovane donna nubile” è reso con signorina in 43 delle 54 province considerate e spesso gli informatori aggiungono la precisazione “generalmente più distinta e adulta” rispetto a ragazza, termine che pure ha una buona frequenza.
il problema dell'uso di "signorina"
Il problema maggiore nell’uso di signorina è dovuto alla particolarità non esclusiva della lingua italiana) di avere due forme femminili, distribuite in rapporto al diverso stato civile, in corrispondenza di una sola forma maschile (signorino è di uso solo scherzoso o ironico).
La dissimmetria tra maschile e femminile è stata considerata sessista e, almeno a partire dai primi anni Ottanta, l’uso di signorina per riferirsi a una donna non sposata è stato progressivamente sconsigliato. E di certo la crescita dei rapporti di convivenza e delle maternità al di fuori del matrimonio civile o religioso ha aumentato le ragioni per evitare la parola signorina usando al suo posto signora. Di conseguenza, anche nel caso di donne sposate signora ha finito con l’essere premesso al loro cognome e non a quello dei mariti.
Oggi l’accettazione del termine signorina da parte delle dirette interessate risulta "alquanto oscillante", secondo la Crusca. Ci sono ancora (molto meno che in passato, però) donne di una certa età non sposate che, interpellate come signora, correggono l’allocutivo con un no, signorina; signorina, prego o simili, come la signorina Silvani della saga di Fantozzi interpretata dalla mitica Anna Mazzamauro. Così come ci sono anche giovani donne che percepiscono l’allocutivo signorina quasi come un insulto: la Crusca ricorda che nel 2015 in un paio di occasioni l’onorevole Pina Picierno, del Partito Democratico, reagì "vivacemente" dopo che il leghista Matteo Salvini l’aveva chiamata signorina.
In definitiva, nella maggior parte dei contesti nell’uso allocutivo è oggi consigliabile rivolgersi a una donna con signora e non con signorina; nel caso di una persona molto giovane (intorno ai 20 anni), in contesi informali la si può interpellare direttamente con il tu mentre in contesti più formali il suggerimento della Crisca è quello di chiederle il nome (con la dovuta cortesia!) e di usare quello, continuando a darle del lei.
Ti stanno sminuendo
In un post Instagram l'account Norabookcoffee scrive: Tutte le volte che ti chiamano 'signorina' non ti stanno facendo un complimento. Ti stanno sminuendo. Dietro 'signorina' c'è ageismo: "lo dico perché sei così giovane!" Come se essere (o sembrare) giovane sia comunque meglio di qualsiasi altra condizione. C'è classismo: le cameriere e le cassiere sono tutte 'signorine', come se non meritassero di essere chiamate 'signora". E c'è tanto, ma tanto, sessismo: nessun uomo viene chiamato signorino, mai. Per esempio le farmaciste sono 'signorine', mentre il farmacista è 'il dottore'. E ancora: "ti chiamo signorina perché non sei sposata", quindi sei una creatura a metà che aspetta di essere completata (da un uomo, ovviamente). Quando ti chiamano signorina, ti stanno rimettendo a posto.
signora o signorina? Dottoressa, grazie
È una vecchia storia quella di avvocatesse, farmaciste, dottoresse, architette o ingnegnere (e qualunque altra professione) che sul posto di lavoro vengono chiamate signorine a fronte invece del chiamare dottore, avvocato, architetto il loro collega parigrado. Esanum.it, il network di informazione fatto da medici, ha recentemente pubblicato un appello dal titolo Siamo Dottoresse, non signorine
La carriera delle donne medico è spesso ostacolata da ostracismi e discriminazioni. Iniziano con un dialogo tipo. «Signora o signorina?»
«Dottoressa, per favore»
«Ti vorrei chiedere quali farmaci...»
«Mi dia del Lei, per favore»
Breve dialogo, nulla di inventato, che si ripete ogni giorno in centinaia di ospedali o studi medici dove ad indossare il camice c’è una donna, soprattutto se giovane. Nessun paziente si permette di chiamare un medico “Signor”, tutti usano l’appellativo “Dottore” o, se ci sono capelli o barba bianchi, “Professore”. Invece, molti pazienti, uomini o donne che siano, anziani o giovani, colti o meno, quando hanno di fronte una donna in camice bianco o in divisa, comunque chiaramente identificabile, si rivolge a lei chiamandola “Signorina”. Alcuni forse la credono una non ben identificata aiutante del medico, tanto che spalancano gli occhi quando si sentono dire «Non dobbiamo aspettare nessuno, il medico sono io, la visito io». Altri sanno bene che lei è il medico, ma la cosa evidentemente va al di fuori dei loro schemi semantici lessicali e non riescono a trovare altre parole se non quel “Signorina”. Come se si avesse di fronte una signorina qualsiasi, una donna che si trova là per caso, senza nè arte nè parte, e non una professionista.
Non si tratta solo di formalità, non si tratta solo di buona educazione. Elementi che, comunque, da soli, potrebbero anche bastare. Si tratta di rispetto. Rispetto per una professione, per un titolo di studio e per tutto quello che è servito ad ottenerlo. Non riteniamo fuori luogo ricordarlo oggi, in occasione della “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne”. La violenza difficilmente nasce per caso, spesso è alimentata da precise circostanze, ambienti, schemi di pensiero. Gli stessi che portano a pensare che ad un medico donna ci si possa rivolgere dandole del "tu" e chiamandola “Signorina”. E non si pensi che il problema stia solo nell’appellativo “Signorina” o nel come i pazienti si rivolgono ai medici donna. Si parla semplicemente di rispetto. E la mancanza di rispetto, soprattutto se continuata ed ostinata, secondo noi è da considerarsi una vera e propria violenza.