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Siamo una società che vive per il weekend. Ma il punto più inquietante è perché.

Il weekend è rimasto l’ultimo spazio legittimo per fermarsi ma molte persone non staccano mai davvero.
Un editoriale su lavoro, tempo libero e speranza.

La premessa è che il weekend è un privilegio per poche, per pochi. E vien da ricordare lady Violet, una magnifica Maggie Smith in Downton Abbey. Quando l'industrializzazione con i suoi cartellini timbrati e i suoi stipendi entra a passo svelto nei salotti aristocratici post vittoriani, tutta una classe decisamente not working impara suo malgrado che dal lunedì al venerdì si lavora. Oggi per tornare ad avere quei due giorni a settimana di pausa daremmo una falange.

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siamo una società che vive per il weekend perché il resto della settimana siamo macchine

In che senso "viviamo per il weekend"? Nel senso che viviamo nel weekend. Il resto della settimana galleggiamo. E non perché lavoriamo troppo (non solo), ma perché non abbiamo più tempi collettivi di sospensione: non si esce quasi più, non si hanno quasi più hobby, non si fa mondanità di alcun tipo.

E il weekend è rimasto l’ultimo spazio legittimo per fermarsi senza doversi spiegare, benché quasi nessuno riesca più a farlo. Perché alla fine sappiamo che la domenica una marea di gente apre le mail di lavoro. Nei fatti quindi, non stacchiamo mai. Eppure guardiamo al weekend sempre con una quota di speranza. E infatti lo carichiamo di tutto: felicità, relazioni, riposo, identità, attivismo, informazione, approfondimenti. Cioè lo carichiamo troppo. Il weekend oggi funziona come una stampella emotiva perché regge una settimana che, da sola, non starebbe in piedi.

Non è tempo libero è tempo compressissimo. Due giorni per recuperare sonno, vedere le persone che amiamo, vivere, consumare esperienze e ricaricarci. E qui sta la trappola: vivere per il weekend - inteso come "solo nel weekend" - significa accettare che il resto della settimana non ci appartenga.

Significa normalizzare l’idea che dal lunedì al venerdì si sopravviva assolvendo a compiti che ci disumanizzano e logorano e che la vita vera sia rimandata a un domani che non arriva mai.

Il punto non è se il programma è un bagno caldo o una notte di follia

Quindi quando diciamo che viviamo per il weekend non intendiamo nel senso eroico del resistiamo tutta la settimana per goderci due giorni. Piuttosto in quello più silenzioso e un po’ stanco di chi ha imparato a concentrare la vita negli spazi rimasti liberi, perché altri non ce ne sono più. Per chi riesce a goderselo e a sottrarsi alla follia collettiva che impone performatività, il weekend resiste come piccolo spazio di libertà e ok che non è molto, ma è qualcosa.

Forse dovremmo difenderlo senza idealizzarlo e allo stesso tempo chiederci se davvero vogliamo una vita in cui il resto del tempo serve solo ad arrivarci. Non si tratta di lavorare meno in astratto ma di immaginare di nuovo tempi condivisi in cui fermarsi non sia un’eccezione ma una possibilità normale. Anche perché due giorni di pausa - ammesso che siano realmente due giorni di pausa - non spezzano davvero il flusso, al massimo lo rendono tollerabile