La guerra sarebbe un brutto ricordo dell'epoca in cui dominavano i maschi: la teoria ONU sulla leadership femminile
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Secondo l’ONU, la presenza femminile nei processi decisionali – sia a livello di leadership nazionale che nei negoziati di pace – è correlata a una maggiore probabilità di accordi duraturi, a una riduzione delle tensioni interne e a un maggiore investimento in politiche sociali piuttosto che militari.
Le cifre ovviamente raccontano come funziona, invece: nel 2023 solo il 13 per cento dei mediatori nei tavoli di pace erano donne. La loro esclusione dai grandi scenari geopolitici continua a essere la regola, non l’eccezione. Eppure, quando le donne arrivano al vertice, i dati indicano una tendenza ricorrente: un approccio più cauto, pragmatico e meno aggressivo nella gestione delle crisi internazionali.
il prezzo dei conflitti lo pagano le donne, le ragazze e le bambine
Il paper pubblicato dall'ONU inizia con una infelicissima quota di dati: oggi, guerre e crisi umanitarie si moltiplicano nel mondo, ma a pagarne il prezzo più alto sono spesso le donne e le ragazze. I dati parlano chiaro: mai come ora la violenza, l’esclusione e l’insicurezza colpiscono in modo sproporzionato il genere femminile nei contesti di conflitto. Nel 2023, oltre 170 conflitti armati hanno coinvolto più di 600 milioni di donne e ragazze, un numero raddoppiato rispetto a dieci anni fa. E non si tratta solo di numeri: in queste situazioni, le donne subiscono violenze sessuali, matrimoni forzati, insicurezza alimentare e perdita dell’accesso a servizi sanitari essenziali.
Le scuole vengono attaccate, specialmente quelle femminili, e milioni di bambine vengono private del diritto all’istruzione. Oltre metà dei rifugiati nel mondo sono donne e ragazze, e molte di loro affrontano ulteriori rischi nei percorsi migratori. Nei conflitti armati, una donna su due è in condizioni di insicurezza alimentare. In Paesi come Haiti, Sudan, Myanmar e Palestina gli attacchi contro ospedali e centri sanitari impediscono l’accesso alle cure, comprese quelle ginecologiche e ostetriche.
Eppure, nonostante siano tra le più colpite, le donne sono spesso escluse dai processi di pace. Solo il 5 per cento dei negoziatori* nei tavoli di pace nel 2023 erano donne, e meno del 20 per cento ha firmato accordi.
gli accordi di pace firmati da negoziatrici donne durano più a lungo
Dove le donne partecipano, però, gli accordi sono più duraturi ed efficaci. Le ricerche dimostrano che gli accordi di pace firmati anche da donne hanno maggiori probabilità di essere attuati e di durare nel tempo. Nonostante il loro ruolo cruciale, le donne sono ancora largamente escluse dai processi di pace e, secondo i dati raccolti da UN Women nel 2023, le donne rappresentavano solo il 5 per cento dei negoziatori, il 9 per cento dei mediatori e il 19 per cento dei firmatari di accordi di pace e cessate il fuoco.
Va sottolineato che il numero di accordi che includono riferimenti a donne e questioni di genere è aumentato nel tempo: tra il 1990 e il 2000 solo il 12 per cento ne faceva menzione, mentre tra il 2011 e il 2020 la quota è salita al 31 per cento.
In uno studio su 38 iniziative informali di pace, in tre quarti dei casi (27) erano attivamente coinvolti gruppi di donne impegnate nella costruzione della pace dal basso. Anche se escluse dai tavoli ufficiali, molte donne guidano iniziative decisive a livello locale. In Yemen, ad esempio, hanno negoziato l’accesso all’acqua per i civili e in Sudan, nel 2023, oltre 49 organizzazioni guidate da donne hanno creato la piattaforma "Peace for Sudan" per promuovere un processo di pace inclusivo.
escluse dai tavoli importanti, nonostante i dati parlino chiaro
Nei settori decisionali, la parità è lontana: il 27 per cento dei/delle parlamentari globali sono donne, ma nei Paesi in conflitto questa quota scende al 21 per cento. Nei governi locali e nei Consigli di sicurezza, la loro presenza è ancora troppo bassa. E mentre crescono le minacce verso le attiviste e le leader dei diritti umani, il mondo continua a offrire loro una protezione debole o inesistente.
La violenza di genere continua ad aumentare, anche come arma di guerra. In alcune aree, fino al 90 per cento delle aggressioni sessuali avviene con l’uso di armi. C'è però una nota di speranza. Molte donne guidano attivamente la pace a livello locale: in Yemen negoziano l’accesso all’acqua; in Sudan, decine di organizzazioni femminili si sono unite per promuovere un processo di pace inclusivo.
Inoltre, crescono le iniziative per includere più donne nelle missioni di pace e nei settori della sicurezza. Anche il cambiamento climatico, con i suoi impatti devastanti su territori fragili, colpisce in modo particolare le donne. Difendono le risorse naturali, ma spesso vengono minacciate o uccise per questo.
Finanziare i diritti delle donne nei conflitti è centrale, ma i fondi restano scarsi. Solo una minima parte degli aiuti internazionali va direttamente alle organizzazioni femminili locali. Le promesse non mancano, ma troppo spesso non vengono mantenute.
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