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Grazie Rose Villain, ci dai l'occasione di discutere di quote rosa, democrazia e libertà di espressione

Le quote rosa sarebbero discriminatorie secondo la cantante Rose Villain. 
Che però ne ha parlato sui propri social, rispetto alla propria musica e in risposta alla domanda di una emittente. Da una parte è l'occasione per parlare di quote rosa, dall'altra per chiederci se non stiamo esagerando con l'opinionismo 

Qualcuno ha pensato di chiedere a Rose Villain perché non ci fosse “nessun feat al femminile” e la cantante ha spiegato che "Per me la discriminazione sta nel dover mettere una quota rosa solo per avere una quota rosa, l'arte è senza genere". Qualcun altro ha pensato di costruire sopra la risposta social di Rose Villain un dibattito politico. Qualcun altro ancora ci è cascato, sollevando la questione delle quote rosa (ancora?), ripescando vecchi video di Michela Murgia, aizzando followers contro “la mentalità milanese del fatturato” di Rose Villain che, pare, sarebbe incompatibile con una riflessione di natura politica o femminista. Insomma, la risposta data da Rose Villain all'emittente radiofonica Radio Vega ha innescato una reazione a catena, perché noi, come società, non sappiamo dare alle cose il giusto peso.

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gli uomini non mollano gratis il loro privilegio, occorre una forzatura

Che gli uomini non cedono il loro spazio gratis, come in sostanza diceva Michela Murgia, è vero. Le quote rosa sono misure volte a garantire una presenza minima di donne in determinati ambiti lavorativi e istituzionali, con l’obiettivo di riequilibrare una situazione storicamente e sistematicamente svantaggiosa e che quindi non rispecchia la reale composizione demografica. Le donne sono oltre la metà della popolazione ma sono sottorappresentate ovunque. Il concetto nasce negli anni Settanta nei Paesi scandinavi che sono sempre più avanti di noi e si diffonde poi nel resto d’Europa. In Italia sono state introdotte con la legge n. 120 del 2011, nota come "Legge Golfo-Mosca", dal nome delle promotrici Lella Golfo (PDL) e Alessia Mosca (PD). Questa normativa ha avuto effetti tangibili, aumentando la partecipazione femminile nei ruoli decisionali.

Una imposizione? Sì, anche una forzatura: perché se le cose non cambiano da sole le forzature occorrono. E basta osservare la realtà per rendersi conto che se fosse vero che il merito e il talento bastano per emergere, le donne sarebbero equamente distribuite nelle posizioni di comando e non esisterebbero né il gender pay gap né gli abusi di potere. E senza meccanismi correttivi è così che resterebbero le cose. Non per caso, non per una coincidenza astrale: per un sistema che ha normalizzato la penalità di genere.  

se la voce di rose villain vale quanto quella di michela murgia (con tutto il rispetto)

Il commento di Rose Villain sulle quote rosa ha forse il merito di aver messo in luce che ancora molta gente non ha chiaro il senso di questo strumento. Che non è “un punto di arrivo”, anzi tutt'altro. Le quote rosa servono a costruire una nuova normalità nell'attesa che diventi fisiologica. "L'arte è senza genere", ha detto la cantante, aggiungendo che per lei la vera discriminazione è la necessità stessa di istituire quote rosa. Peccato che qui non si stia parlando di arte, ma di equilibri di potere. E anche nell'industria musicale sono sbilanciati. Comunque, il problema non è l'industria musicale, Rose Villain o la legge del 2011.  

La vera domanda da porsi è: ha senso trasformare una story di Rose Villain in una questione politica degna del dibattito pubblico? Senza offesa per la cantante, ma perché mai avrebbe senso alimentare una discussione su un tema politico delicatissimo – soprattutto in questo momento storico – per una story Instagram di Rose Villain?

Con tutto il rispetto per l’artista, davvero il suo pensiero buttato lì così, out of context, magari senza pensarci troppo, magari distrattamente mentre guardava una serie o stava a fare l'aperitivo, meritava di diventare il centro di un confronto sulla parità di genere e sugli strumenti necessari per costruirla negli spazi istituzionali?

Allora serve guardare al fatto da un'altra prospettiva: davvero ogni voce ha lo stesso peso? Ogni opinione merita lo stesso spazio o di innescare gli stessi, accesi, dibattiti? La libertà di parola è sacrosanta ed è alla base di ogni democrazia ma “democrazia” non significa che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore. Abbiamo preso la malsana abitudine di credere che chiunque si esprima, su qualsiasi cosa, vada ascoltato allo stesso modo, nell'illusione tutta social che l’opinione di una cantante rispetto a una questione politica abbia lo stesso valore di una politologa, o di una antropologa, insomma di chi studia e analizza il fenomeno in questione ogni giorno della sua vita, per mestiere e all'indomani di anni di studio.

Lo abbiamo visto anche con il Covid: in piena pandemia c'erano virologi/virologhe e infettivologi/infettivologhe che cercavano di spiegare cosa stesse accadendo ma bisognava subire le opinioni improvvisate di attori, cantanti e influencer o sportivi, come se un monologo su Instagram valga quanto una pubblicazione scientifica su The Lancet. Insomma, forse non siamo al delirio collettivo ma ci stiamo arrivando.

quote rosa ma anche di altri colori

Tornando alle quote rosa e rispettando l'opinione di chiunque, pure di Rose Villain: in alcuni spazi è necessario più che mai forzare la presenza di donne ma anche di persone appartenenti ad altre soggettività discriminate che non hanno voce né l'opportunità di contribuire alla costruzione di una società davvero democratica. Parliamo di spazi politici, nel giornalismo, nei luoghi decisionali per la salute pubblica o per la pianificazione di spazi urbani a misura di tutti e tutte, non solo di “uomo”. Ed è un dato di fatto.

E allora, le quote rosa esistono perché senza non ci sarebbero donne nei luoghi decisionali ma servirebbero anche “quote nere e marroni”, “quote arcobaleno”, “quote di disabilità”. E no, non è una gentile concessione che alimenta discriminazioni, è una strategia concreta per riequilibrare un sistema sbilanciato. Chi le contesta in nome di un'utopica meritocrazia ignora che questa meritocrazia non esiste: senza regole che riequilibrano il gioco, il gioco resta truccato. Inoltre, finché continueremo a confondere il diritto a esprimersi con l’illusione che tutte le idee e opinioni siano ugualmente valide, continueremo a restare ferme. O, peggio, rischiamo di tornare indietro.