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Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Cronaca immaginaria del conclave che elegge una papessa (e nessuno cade dalla sedia)

Madonna al Met Gala del 2028
Madonna al Met Gala del 2028  (getty)
Mettiamo che un giorno succeda. Dopo secoli di cardinali in tonaca rossa e conclavi pieni di fumo, mobili bar depredati e testosterone, una voce si affaccia dal balcone di San Pietro e dice: "Habemus Papessam".
La folla si scatena, la stampa si accalca, i social esplodono.
di Eugenia Nicolosi

Immaginiamo la scena: fumata bianca, un tappeto di gente in visibilio in piazza San Pietro, telecamere di tutto il mondo puntate sul balcone. Una figura, con postura solenne e vestita di bianco, esce lentamente fuori dall'ombra per mostrarsi al sole e alle folle. Ma non è un uomo anziano, con la voce roca, un accento straniero e lo sguardo austero: è una donna. Il mondo trattiene il fiato. Habemus Papam? No, Papessam. Fantapolitica ecclesiastica? Sicuramente. Ma proviamo a giocarci questa fantasia fino in fondo.

Conclave: dal romanzo bestseller di Robert Harris il film con Sergio Castellitto e Isabella Rossellini

la fantasia di sentir gridare: "habemus papessam"

In uno scenario ottimistico — diciamo pure fantafemminista — accade la Chiesa ha finalmente riconosciuto alle donne lo stesso spazio, potere e autorevolezza degli uomini. Dopo secoli di esclusione sistematica e programmata, le donne possono scalare le gerarchie e predicare, consacrare, perfino guidare l'istituzione millenaria, in sostanza possono finalmente sognare di occupare il posto riservato al massimo potere (terreno) esattamente come lo sognano i maschi.

Nel nostro primo scenario l’elezione della papessa non sarebbe uno choc né un caso isolato, ma il frutto maturo di una rivoluzione interna che è stata costruita con il tempo. Oppure — in un secondo scenario più realistico, e quindi più amaro — il Conclave ha bisogno di una scossa, di chiudersi con un’operazione di facciata per ripulire l’immagine del Vaticano ormai insozzata dagli ultimi decenni di scandali, eretti su altri decenni di scandali. Ed ecco la sorpresa: una donna al soglio pontificio. Non per convinzione, mettiamo, ma per convenienza. "La Chiesa è cambiata!", titoleremmo noi giornalisti e giornaliste. "La rivoluzione è servita". Ma lo sarebbe? No.

Perché l’elezione di una donna al soglio pontificio, per quanto clamorosa e storicamente dirompente, non basterebbe — non potrebbe bastare — a trasformare l’architettura del potere ecclesiastico: sotto la veste bianca, la macchina del potere sarebbe oliata a dovere dalle stesse forze che la oliano oggi. E infatti la papessa chiamata a guidarla non sarebbe lì per rovesciarla, ma per garantirne la sopravvivenza grazie all'adozione di un volto più “moderno”. In questo secondo volo creativo, sempre più realistico del primo ma ovviamente del tutto irrealizzabile, una papessa non farebbe altro che sedersi su una sedia costruita da uomini, per uomini, in funzione degli uomini.

una papessa femminista vs un "papa donna"

Una papessa femminista invece non si limiterebbe a occupare una poltrona o a inserire qualche donna in più nei ranghi del potere: farebbe politica e la farebbe da una prospettiva realmente rivoluzionaria, smontando cioè pezzo per pezzo i dogmi e i tabù patriarcali sui quali si regge il potere del Vaticano. Non scomunicherebbe più chi interrompe volontariamente la propria gravidanza ma parlerebbe apertamente del diritto all'autodeterminazione, per esempio, anche dal momento che la Bibbia non condanna apertamente l'aborto: gli uomini di Chiesa lo condannano. Ovvio: non ne farebbe una celebrazione, ma lo riconoscerebbe come una pratica esistente che se agita fuori dalle tutele del sistema sanitario diventa rischiosa per la vita e la salute.

Lo stesso succederebbe al divorzio: oggi gli omocidi reo confessi possono partecipare alla messa e prendere la comunione, le persone divorziate - in teoria - no. Una papessa femminista uscirebbe dalla sfera dell'ipocrisia, ponendo fine alla pressione del “matrimonio indissolubile” che condanna milioni di donne alla sottomissione. Accoglierebbe chi si separa senza trasformarlo in un "fallito" spirituale, uscendo dall'idea che divorziare sia un peccato meno perdonabile dell'omicidio

Le donne nella Chiesa avrebbero una interlocutrice che le ascolta quando denunciano discriminazioni sistemiche, abusi e maltrattamenti nei conventi, nei noviziati e nelle stanze vaticane: la fine della complementarietà delle donne - della subordinazione delle suore - sarebbe reale. Sarebbe la fine dell’equivoco per cui le donne sono “uguali ma diverse” (cioè subalterne). 

Cher in concerto a Zurigo - 2019
Cher in concerto a Zurigo - 2019  (getty)

Forse neanche una papessa femminista parlerebbe di piacere, corpi e desiderio come doni divini, ma supererebbe certamente il moralismo sessuale che ha demonizzato tutto ciò che non è procreativo, riconoscendo che la scelta di una vita casta e consacrata alla Fede appartiene a chi entra negli Ordini, non al mondo laico. Ecco: una papessa femminista riconoscerebbe e legittimerebbe la laicità degli Stati, ponendosi come guida spirituale per chi bussa alla sua porta e non come inarrestabile macchina di evangelizzazione dei popoli liberi. Allo stesso modo invertirebbe la propaganda di condanna delle persone Lgbtqia+ e alle coppie e alle famiglie omogenitoriali, riconoscerebbe gli effetti positivi (sulla cultura, sulla salute pubblica, sul progresso sociale) dell'educazione affettiva e non ostacolerebbe apertamente, inserendosi con la forza nelle strutture pubbliche (scuole, ospedali, università, uffici pubblici), le iniziative progressiste che sostengono l'emancipazione dei giovani e delle donne.

Con una papessa femminista il Vaticano non cercherebbe di sovradeterminarsi: resterebbe uno Stato confessionale ma etico, svuotato dell’uso politico della fede.

Ed ecco perché non avremo mai una papessa

Le religioni monoteiste, tutte, sono costruzioni patriarcali. E non è un’opinione ma un dato strutturale. Il potere discende dall’alto — da un Dio maschio — ed è distribuito in modo gerarchico, verticale, con una filiera maschile che controlla, interpreta, trasmette. Le donne non sono previste come soggetti pienamente abilitati a parlare, decidere, comandare. La Chiesa cattolica, in particolare, è una delle ultime monarchie assolute rimaste in Europa e, oltretutto, con l’aggravante spirituale.

Si regge su un’ideologia punitiva, demonizzante e giudicante che confonde l’autorità con il sacro e che ha sempre trovato nel corpo femminile un problema da gestire, contenere, colpevolizzare. E proprio come accade in qualsiasi organismo che espelle batteri e minacce, chiunque - maschio, femmina, non binary - fa o farebbe carriera in questo sistema dovrebbe comunque sottostare ai vincoli e alle idee del sistema stesso proprio per fare carriera. Altrimenti verrebbe espulso o espulsa, altro che papato.

Se anche dovessero eleggere una papessa, non sarebbe una rivoluzione ma solo un "papa donna": non andrebbe a scardinare l'impalcatura ma anzi, la sua leadership rafforzerebbe il paradigma che ha sempre ostacolato l’emancipazione delle donne, quello in cui per addolcire le masse potrebbe prevedere l'elezone di una donna, purché non agisca come tale. Una papessa — ok diciamolo: come una premier — può essere donna quanto vuole ma se sale al potere senza decostruire un sistema che resta patriarcale, clericale, autoritario, conservatore, la sua presenza non servirebbe a molto e non cambierebbe nulla.

La forma di un corpo non è un pacchetto che arriva completo di filosofia femminista: se pure quel corpo siede ai vertici del potere ma non interveniene sulle dinamiche che mortificano i corpi uguali al suo è solo un corpo femmina, non una mente femminista. Insomma non ci resta che sognarlo questo cambio di passo. Eventualmente la scelta (nostra) cadrebbe su Cher o su Madonna, anche perché già posseggono gli outfit. O perché no, Lady Gaga.