Non sono cose "di coppia", sono reati: l'Italia dei doveri coniugali non riconosce lo stupro quando ad agirlo è il partner
E peggio, lo insegna.
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Se c'è uno spazio in cui si fatica a riconoscere la violenza sessuale è quello interno a una relazione stabile, su tutte, il matrimonio. Lo stupro però è un reato previsto dal codice indipendentemente dalla relazione tra autore / autori e vittima. Solo non è ancora percepito a pieno come tale dalla coscienza collettiva: viene confuso con la stanchezza, con la routine, con un dovere che si crede reciproco. È il paradosso della violenza di genere: in questo caso (e solo in questo) il diritto è molto più avanti della cultura.
le donne dicono di "no" ma intendono "sì"
Dal punto di vista giuridico, in Italia non esiste una categoria autonoma di stupro coniugale: esiste la violenza sessuale, disciplinata dall’articolo 609-bis del Codice Penale. Dal 1996 è considerata un reato contro la persona, non più contro la morale pubblica. La norma non fa eccezioni se si tratta di partner, mogli o mariti: chiunque costringe un’altra persona con violenza o minaccia, a compiere o subire atti sessuali, commette reato. Ma la consapevolezza sociale di questa uguaglianza giuridica è rimasta fragile a causa di un retaggio culturale ingombrantissimo: l'intreccio tra la narrazione di donne che vogliono fare sesso ma devono dire di no per ostentare moralità e la questione dei doveri coniugali. Per secoli, il matrimonio è stato interpretato come una forma di concessione perpetua. Nel diritto romano la moglie era sotto la potestas mariti; nel diritto canonico si parlava di debitum coniugale, il dovere di concedersi. L’idea che il consenso potesse essere ritirato non esisteva.
Il corpo femminile era funzionale al dovere riproduttivo e al controllo morale, a maggior ragione dopo un matrimonio. Queste categorie giuridiche e teologiche hanno formato per secoli la mentalità che oggi è ahinoi ancora comune: l’uomo come soggetto, la donna come disponibilità. Ancora negli anni Settanta, in Italia, la violenza sessuale era classificata tra i reati contro la “moralità pubblica”. Solo con la riforma del 1996 il corpo della donna è diventato, giuridicamente, un territorio personale e non pubblico. Ma le norme non cancellano i secoli di sedimentazione simbolica. Oggi molte donne non riconoscono lo stupro coniugale nemmeno quando lo subiscono e non perché non comprendano la violenza in generale, ma perché la resistenza culturale del doversi dare al partner impedisce loro di individuarla. Il linguaggio che adottano le donne che la subiscono è infatti fatto di eufemismi: “non avevo voglia”, “lui insisteva”, “è mio marito”.
Ed ecco l’equivoco: l’amore, l'impegno, la stabilità della relazione vengono letti come diritto universale di accesso. Il consenso insomma è stato dato nel momento in cui si è deciso di andare a vivere insieme e rimane implicito, irrevocabile, nei secoli dei secoli.
I dati sulla violenza sessuale coniugale
La violenza sessuale all’interno del matrimonio o di una unione stabile rimane un fenomeno difficile da quantificare, ma i numeri disponibili raccontano comunque già una realtà. Per esempio che è più diffusa di quanto si creda e che le denunce sono in crescita. Non perché la violenza aumenti, ma perché cresce — lentamente — la consapevolezza che anche dentro una coppia esistono limiti invalicabili. Secondo i dati raccolti dall’Istat tra il 2006 e il 2021, l’1,2 per cento delle donne italiane ha subito uno stupro o un tentato stupro. Tradotto in persone, sono circa 246mila sopravvissute.
È un numero enorme, se si pensa che una parte significativa di questi episodi avviene non per mano di sconosciuti, ma di uomini con cui la vittima ha o ha avuto una relazione. In particolare, il 3 per cento delle donne con un partner attuale e il 5 per cento di quelle con un ex partner dichiarano di aver subito violenza sessuale. Proporzione che peraltro ribalta un vecchio mito: quello del pericolo che arriva dall’esterno. In realtà, la violenza sessuale — anche la più grave — si consuma soprattutto dentro le relazioni intime, tra persone che si conoscono, che condividono uno spazio e una storia.
Il matrimonio o la convivenza non proteggono, anzi: spesso rendono la violenza più difficile da denunciare, più confusa da riconoscere, più pericolosa da interrompere. Nel 2022, un report di SOS Villaggi dei Bambini ha aggiornato il quadro generale: il 31,5 per cento delle donne tra i 16 e i 70 anni, circa sette milioni di persone, ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Non si tratta solo di aggressioni episodiche, ma di un sistema di comportamenti che vanno dal controllo economico e psicologico fino al vero e proprio abuso sessuale.
lo stupro coniugale non è legato ad altre forme di abusi
Gli operatori e le operatrci che lavorano nei centri antiviolenza descrivono un profilo ricorrente: la violenza fisica e sessuale è spesso preceduta da segnali che si ripetono con una costanza inquietante: l’isolamento della donna dal suo contesto familiare e amicale, gelosia patologica, monitoraggio su abbigliamento, spostamenti e denaro, fino alla creazione di una vera e propria dipendenza economica.
In questo ambiente di controllo totale, il consenso sessuale è il primo atto di autodeterminazione a saltare. Lo stupro coniugale è evidentemente praticato anche fuori da altre dinamiche di violenza ma a volte non è un evento isolato, è parte di un paradigma. Rimane però un crimine invisibile e non perché manchino le leggi, ma perché manca il riconoscimento, non viene proprio percepito come un reato nè da chi lo subisce né da chi lo compie che - per quanto è normalizzata l'idea di doveri coniugali - potrebbe essere perfettamente un partner non violento.
"signora, sono cose tra marito e moglie": le reaction di forze dell'ordine e autorità
Uno dei nodi più critici è la formazione o meglio, la sua assenza, di autorità e forze dell’ordine. Troppo spesso chi denuncia uno stupro all’interno del matrimonio si trova di fronte a un muro di scetticismo e aperta minimizzazione. La frase «ma è suo marito» non appartiene solo al linguaggio comune ed è il riflesso di una cultura istituzionale (poliziotti e magistrati sono persone) che tende a considerare la violenza domestica come un conflitto privato, risolvibile o almeno accettabile e non come un reato.
La formazione di polizia, carabinieri e del personale giudiziario dovrebbe partire dal banale principio giuridico esplicitato nella nuova legge sullo stupro (nuova, del 1996) Ma che ancora non viene recepita: le donne non dicono di no ma intendono sì. È tutto qui il nodo che confonde le acque quando la prossimità tra vittima e autore di questo reato diventa l'alibi per sminuire la gravità del fatto.
Molte donne raccontano di essere state invitate a tornare a casa e parlarne e perfino a essere più chiare nel rifiuto. Risposte per fortuna sempre meno frequenti quando l'accusato è un estraneo. Ovviamente serve un cambio di paradigma: non basta conoscere la legge, bisogna saperla applicare dentro la complessità delle relazioni intime. Riconoscere un abuso coniugale non richiede competenze psicologiche ma la consapevolezza culturale della sua esistenza. Ed educare le forze dell’ordine è il primissimo passo, perché una vittima degli abusi del marito che viene rimandata a casa impara che quelli non sono abusi.
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