Non bastavano le bambole intelligenti del sesso: in Cina (pare) si progettano mogli robot per uomini che nessuna vuole
La risposta all'emancipazione femminile non è (ancora) la divisione dei ruoli di cura: dalla Cina potrebbero arrivare le "mogli robot".
A Shenzhen, la città - laboratorio a trazione tecnologica, la startup Starpery Technology ha deciso di dare un volto (e un corpo, e una voce) al desiderio di compagnia artificiale. L’azienda avrebbe annunciato la produzione di oltre 500 bambole intelligenti (dotate di intelligenza artificiale integrata), capaci di parlare, muoversi, reagire agli stimoli e imparare dai comportamenti del loro “partner”.
Il trailer di Roast in Peace: Totti, Saviano, Lucarelli e Lamborghini pronti al roast del vip morto
Non più fredde sculture di silicone, ma prototipi relazionali, dotati di sensori e modelli linguistici personalizzati. Il CEO, Evan Lee, avrebbe dichiarato al South China Morning Post che i primi esemplari interattivi saranno pronti entro agosto 2026. Pare che l'obiettivo ufficiale non sia soltanto quello di innovare il mercato degli adult toys, ma anche di costruire una connessione emotiva tra uomo e macchina rendendo l’interazione più naturale, praticamente affettiva.
cosa sono davvero le mogli robot
Dal punto di vista tecnico il salto è evidente. Perché una conversazione non sia solo un call-and-response, serve che l'oggetto possegga una rete di microprocessori sensoriali, modelli linguistici multimodali, attuatori meccanici per espressioni facciali e un sistema di apprendimento continuo capace di adattarsi ai gusti e alle emozioni del proprietario.
Il mercato cinese è oggi il più vasto al mondo per la robotica antropomorfa, superando Stati Uniti, Giappone e Germania in termini sia di produzione che di vendita. Ma c'è un "ma": Starpery ha ambizioni più ampie. Cioè creare robot in grado di assistere persone anziane e persone disabili. E direi eccoci.
Dietro il linguaggio neutro dell’innovazione c'è una tensione culturale difficile che trabocca da ogni lato. Perché le prime produzioni riguardano quasi esclusivamente “mogli robot” pensate per un pubblico maschile. Robot cioè che svolgano il lavoro di cura. Una scelta ci dice tantissimo sulla la tentazione di progettare l’altro, l'altra — in questo caso, una persona di genere femminile — come presenza silenziosa, curante, instancabile, disponibile, programmabile.
umane o robotiche, la cura tocca sempre alle "donne"
Da un lato, c’è chi legge in queste invenzioni la possibilità di ridurre la solitudine, o persino di sperimentare nuove forme di intimità. E per questo esistono già le bambole dotate di intelligenza artificiale: a Berlino esiste già il primo cyber brothel per sperimentarle. Dall’altro, è impossibile non notare che l’immaginario dei “companion robot” resta quasi sempre sbilanciato verso un modello eteronormativo e patriarcale, dove la tecnologia diventa un modo per aggirare l’emancipazione femminile.
Come se il messaggio implicito fosse: “Voi vi emancipate? Bene, allora creeremo versioni di voi che non parlano, non dissentono e non chiedono nulla".
La domanda di fondo non è se sia giusto costruire una macchina che simula la cura o perfino l’amore, ma che cosa perdiamo quando accettiamo l’idea di un affetto a senso unico. I robot possono imparare il linguaggio dell’empatia, ma non l’esperienza del conflitto, della libertà, del disaccordo, che poi sono la sostanza delle relazioni umane.
Il rischio, più che tecnologico, è simbolico: che l’intelligenza artificiale diventi lo strumento con cui una parte del desiderio maschile tenta di riconquistare il controllo perduto nella storia dell’uguaglianza estromettendo gli "elementi di disturbo", cioè le donne vere. Il futuro allora non si gioca solo nei laboratori di Shenzhen, ma nel modo in cui decidiamo di raccontare e progettare la compagnia.