Miss Italia non deve morire perché è già stato ucciso. E no, non dalla cultura: dai social
La docuserie Netflix è un'opportunità imperdibile per guardarci allo specchio: tra l'accanimento terapeutico sul concorso di bellezza per eccellenza e la consapevolezza che Miss Italia è uno spirito molto, molto resistente
Condividi su
Miss Italia non è un concorso da salvare perché non occorre: da una parte è già bello che deceduto, dall'altra paradossalmente non corre il minimo pericolo di morire. Mi spiego: Miss Italia come programma televisivo è probabilmente un corpo agonizzante, mantenuto in vita artificialmente, un fossile che gli affezionati si ostinano a lucidare nella speranza che qualcuno torni a guardarlo. Ma le sue dinamiche, la mentalità sessista, infantilizzante e oggettivante che sta dietro al concorso sono più vive che mai.
"miss italia non deve morire", la docuserie targata netflix è sorprendente
"Miss Italia non deve morire" è la docuserie di Netflix che racconta la lotta per la sopravvivenza del concorso con un’ironia tagliente (chissà se consapevolmente) e ne mette in scena l’inesorabile agonia (questo di certo volontariamente), pur rievocando ogni tentativo di modernizzazione, patetiche mani di vernice su una macchina da rottamare. E non perché non abbia avuto senso, per esempio, iniziare a chiamare le concorrenti per nome invece che con i numeretti, ma perché nonostante i nomi, Miss Italia resta un concorso di bellezza televisivo in un mondo che la televisione non la guarda più. E poi ci sono le giovani donne che partecipano: alcune parlano di inclusione, talento, perfino di politica e femminismo (pochissime e spesso a vanvera). Ma lo fanno mentre indossano un numero su un costume da bagno, poco prima di sfilare su una passerella e sottoporsi, mute, allo sguardo di giudici che non le ascoltano.
Miss Italia: "un concorso per mogli ideali"
La docuserie è allora un viaggio in un universo parallelo e resistente, in cui gli uomini possono ancora parlare di una sfilata di "mogli ideali", riuscendo spudoratamente, nella stessa frase, a definire il concorso "non offensivo". Un mondo di cui – per fortuna o purtroppo – ci si dimentica finché non si incrocia una pubblicità che annuncia la messa in onda. Anzi finché non si alza qualche polverone social. La cultura che ha creato, alimentato e idealizzato Miss Italia è qui, è viva, nei discorsi maschilisti degli uomini che ci lavorano e negli sguardi di speranza delle giovani che si sono allisciate i capelli per sfilare nei centri commerciali di provincia aspirando al titolo di “Miss Conegliano Calabro”. Le più emancipate lo fanno affibbiandosi hashtag: "Il mio hashtag è #ambiziosa", dice una, mentre la competizione resta una gara di corpi muti, tra chi sogna di essere la prossima Anna Valle o Miriam Leone, nell’illusione di essere ascoltata mentre racconta aneddoti di vita confezionati ad arte, tra ricordi d'infanzia tutti uguali e citazioni di Papa Giovanni Paolo II.
Ma tutta la verità, nient’altro che la verità, sulla natura del concorso esplode come un vulcano quando le telecamere di Netflix si spostano sul backstage. Qui uomini parecchio più adulti delle partecipanti vengono ripresi mentre commentano che “quella c'ha un culo grosso così”, quindi non può passare le selezioni. Hai voglia di raccontare aneddoti d'infanzia e dire che ti piace il calcio.
Tutto è evidentemente rimasto uguale a ieri, compreso il piglio dell'erede del fondatore Enzo Mirigliani. La colta, raffinata e delusa Patrizia, vittima di un presente che l'ha spodestata e che sogna il ritorno di un passato in cui tutto era più facile, per lei di certo. Intanto tenta di svecchiare il concorso confrontandosi con una giovane partecipante sui "trend social" e monitora l'andamento delle selezioni da una SPA, chiamando i suoi collaboratori mentre lei si concede una pedicure. E nel disastro sociale e periferico dal quale emergono le sue protegée questa scena da first world la ravvicina un po' troppo a Effie Trinket di Hunger Games. “Le donne devono aiutarsi tra loro”, spiega a un gruppo di cloni. Viene però il sospetto che mettendo centinaia di ragazzine in competizione per ottenere l'approvazione di un gruppo di maschi non si costruisca proprio un clima di sorellanza.
C’è poi una finestra sul futuro del concorso e la apre – inconsapevolmente – Nicola Pisu, il giovane rampollo di casa Mirigliani. Alla domanda "Qual è la tua strategia per il futuro di Miss Italia?", risponde: "Fa troppo caldo per questi discorsi troppo complessi". E il fatto che nessuno abbia pensato di tagliare la scena dalla docuserie dimostra due cose: o la docuserie stessa è una stilettata alla vacuità generale del concorso, o alla famiglia Mirigliani-Pisu è sembrata una risposta sagace. In entrambi i casi, vale la pena guardarla.
Val la pena di parlare di Aurora, "l'alternativa"
Tra le concorrenti c’è Aurora. Aurora è la prova del cortocircuito sociale a cui stiamo assistendo: capelli corti, occhiali da vista, piercing, polemica sempre pronta su estetica mainstream, grassofobia e minigonne. Aurora è l’anticonformista, quella che problematizza i canoni di bellezza, che prova a portare in scena un'idea di femminilità diversa. Ma man mano che passa le selezioni si appiattisce sempre di più per aderire a quei canoni che tanto la inorridiscono. Critica le regole del gioco mentre si adegua mestamente a esse, biasima gli uomini che oggettivano i corpi, dicendo che a Miss Italia "non c'è oggettificazione", mentre una tutor le insegna a tenere la postura che avrà quando starà in silenzio a farsi valutare dalla giuria "Allora ragazze, schiena e pancia!".
Aurora è una di quelle “diverse” perché ha fatto i compiti. Ha recepito anzi, ha imparato a memoria gli slogan femministi che ha letto sui social. Ne parla con i genitori, intavolando discorsi politici sulla minigonna mentre il padre, giustamente, le domanda, “ma che ci vai a fare a un concorso di bellezza?”. E cosa vuole, in fondo, Aurora? Vincerlo. Vuole sentirsi dire che è bella perché che lo vogliamo oppure no, noi come Aurora, non riusciamo a emanciparci dallo sguardo che ci giudica. E Aurora, come tutte noi, vuole far voltare tutti quando entra in un ristorante.
Che poi è il criterio di giudizio orgogliosamente espresso da uno degl agenti provinciali, uomini che sembrano usciti da un film di Ciprì e Maresco che di mestiere selezionano giovani ragazze con sogni di gloria nello showbusiness. "La bellezza è quando una entra in un ristorante e tutti si voltano", spiega l'agente siciliano con la sicurezza di chi crede, anzi, di chi sa bene che nella maschiocrazia italiana il suo sguardo è ancora quello dominante. Del resto non farebbe il mestiere che invece fa. E non ha senso vergognarsi di dirlo ad alta voce, figuriamoci se ha senso provare a negarlo.
Il funerale di Miss Italia c'è già stato: l'hanno ucciso i social
Miss Italia non deve morire perché Miss Italia è già morto. E non certo perché la società si sia evoluta, ma perché le ragazze che un tempo avrebbero sfilato in passerella ora si aprono un profilo su TikTok e monetizzano direttamente. Diventano attrici, modelle e influencer, diventano famose senza bisogno di farsi valutare da una giuria di uomini di mezza età che non sanno pronunciare "followers" e dicono "follòuers" con l'accento sulla O, o "astag" eppure continuano a comandare, a giudicare.
Paradossalmente i social si sono sostituiti alle telecamere televisive che rendevano il concorso sensato ai fini della "fama", trasformandosi contemporaneamente nella presa elettrica che lo mantiene in vita: le polemiche, le critiche e i meme sono la corrente che permette a Miss Italia di esistere ancora un altro anno. Ma la fama, le giovani donne, la cercano altrove e la trovano pure prima e seguendo sempre gli stessi schemi.
Ogni giorno per le donne è una sfilata in passerella che le vedrà giudicate solo per la loro bellezza e la loro capacità di stare zitte. Abbiamo banalmente trovato modi più diretti di un concorso per oggettificare le donne mentre contemporaneamente le illudiamo di una libertà di scelta che non hanno. Qualsiasi cosa facciamo, pensiamo o diciamo, verremo sempre valutate per come appariamo. Se Miss Italia deve morire o meno, allora, non è nemmeno un tema, la giuria sessista, composta da uomini che non sanno nemmeno pronunciare la parola “followers” ma di cui insipiegabilmente cerchiamo l'approvazione, l'abbiamo dentro. Ed è questa che dovremmo lasciare agonizzante, smettendo di nutrirla.
Condividi su