Ma che per caso le Destre odiano le donne? Spiegone friendly sulle novità: da Milei a Trump (e Meloni)
Tutto il mondo è paese, anche grazie ai social: sappiamo che Trump e Milei stanno intervenendo duramente su questioni legate ai diritti delle donne e che la premier Giorgia Meloni è una loro "alleata". Ma le destre odiano davvero le donne?
C’è un filo rosso (o forse dovremmo dire blu) che collega i leader della nuova destra globale, da Javier Milei in Argentina a Donald Trump negli Stati Uniti fino alla nostra Premier Giorgia Meloni: un atteggiamento che viene descritto dalle Sinistre e delle associazioni come ostile o, quantomeno, poco attento ai diritti delle donne. Ma, le destre, ce l'hanno davvero con le donne? E se sì, perché dicono invece di lavorare per tutelarle? Facciamo chiarezza.
Selena Gomez in lacrime per i migranti espulsi in catene da Trump: "Tutta la mia gente attaccata, anche i bambini"
Milei e Trump: due casi recenti di un fenomeno più ampio
Prendiamo due degli esponenti più rumorosi della destra contemporanea: Javier Milei e Donald Trump. Il presidente argentino, appena insediato, ha eliminato il Ministero delle Donne, dei Generi e della Diversità, accorpandolo sotto il Ministero del Capitale Umano (“capitale” da “capitalismo”: già da solo dice molto sul suo approccio al sociale). Ha anche tagliato i finanziamenti ai programmi per la lotta alla violenza di genere, vuole depenalizzare il femminicidio perché “crea privilegi e mette metà della popolazione contro l’altra” e si è schierato contro l’aborto, nonostante l’Argentina abbia approvato una delle leggi più avanzate in materia già nel 2020. Javier Milei ha promesso di “difendere le donne” dallo Stato assistenzialista e dalla “casta femminista” ma la sua prima mossa è stata tagliare fondi e chiudere ministeri. In teoria, dice di voler proteggere le donne da un sistema inefficiente e corrotto, ma il risultato pratico è un peggioramento delle condizioni per chi subisce violenza o discriminazione.
C'è poi Donald Trump: durante i primi quattro anni di carica (prima di Joe Biden) ha nominato nuovi giudici ultra-conservatori per la Corte Suprema. Una mossa funzionale all’abolizione della storica sentenza Roe v. Wade, che garantiva il diritto all’aborto a livello federale negli USA. Ha ridotto fondi per la salute riproduttiva e usa consapevolmente un linguaggio sessista, normalizzando un certo tipo di atteggiamento nei confronti delle donne (e delle minoranze sociali).
la strategia di comunicazione che serve per piacere anche alle donne
Donald Trump è un maestro della comunicazione strategica: sa che il femminismo non è popolare nel suo elettorato e quindi lo ridicolizza ma senza mai dire apertamente di essere contro le donne. Al contrario, si presenta come il loro più grande difensore. Ha nominato giudici che hanno eliminato il diritto federale all’aborto sostenendo che fosse una battaglia “pro-life”, per il bene delle donne stesse, ha detto che i movimenti femministi moderni stanno “rovinando le donne” e che il vero pericolo per loro sono le donne trans e le femministe radicali, non la disparità salariale o la violenza di genere, infine ha dichiarato che proteggerà le donne dai migranti, spingendo in avanti il classico stereotipo della minaccia esterna mentre ignora i dati sulla violenza domestica: nel mondo e negli USA le donne vengono colpite quasi esclusivamente dal partner o dall'ex partner. Trump non dice mai “le donne non devono avere diritti”, ma sposta il focus su “io vi proteggo dal nemico” (inventandolo).
Seppur diversi nello stile (Milei è un libertario esagitato, Trump un tycoon egocentrico), entrambi sono rappresentativi della nuova destra e, le sinistre (statunitensi, argentine, italiane) e chi si schiera a sinistra credono che la nostra civiltà sia alla vigilia di un nuovo Medioevo culturale e sociale, prevedendo anni di regressione sul piano delle libertà e dei diritti.
destra e sinistra: le donne sono sempre al centro delle questioni?
Ma questa frattura sul tema del genere tra destre e sinistre non nasce certamente oggi. Storicamente, destra e sinistra hanno avuto visioni molto diverse sul ruolo delle donne nella società. La destra, da sempre più legata a valori “tradizionali”, ha visto la famiglia come il nucleo centrale della società e, di conseguenza, ha promosso ruoli di genere ben definiti. Questo non significa che tutti i conservatori siano antifemministi, ma spesso i governi di destra si sono opposti a leggi che mettevano in discussione lo status quo (dal diritto di voto ai congedi di paternità, dalla legalizzazione dell’aborto alla parità salariale).
La sinistra, invece, ha storicamente abbracciato le battaglie femministe, sostenendo l’emancipazione lavorativa, il welfare a supporto delle madri, le leggi contro la violenza di genere e la libertà di scelta sulle questioni riproduttive. Non sempre in modo perfetto o senza ipocrisie, ma con una tendenza chiara verso il progresso dei diritti delle donne.
Questa differenza si radica nei valori promossi dalle fazioni: per la destra, la stabilità sociale legata alla famiglia è un valore fondamentale e qualsiasi cambiamento rispetto ai ruoli tradizionali è visto come una minaccia a quell’equilibrio. Per la sinistra, invece, la società è in continua trasformazione e le leggi devono adattarsi a essa e alle necessità che sopraggiungono per garantire maggiore equità e “legalizzare” la conquista di determinati diritti per tutelarli.
Negli ultimi anni la questione di genere è diventata uno dei fronti più caldi della politica. La crescita dei movimenti femministi e il loro impatto sulla società (dalle proteste contro la violenza di genere alle rivendicazioni salariali) hanno spinto alcuni leader conservatori a una reazione dura, spesso con un atteggiamento quasi di scherno.
Figure come Milei, Trump e Meloni (seppur con sfumature diverse) parlano spesso di femminismo in termini dispregiativi, riducendolo a una "moda radicale" o a una "strumentalizzazione ideologica". Questo perché per una certa destra populista, che fa leva sul malcontento popolare, il femminismo è visto come parte di un’élite progressista distante dalla "gente comune". Non a caso, uno dei cavalli di battaglia di questi leader è l’attacco ai finanziamenti pubblici per le politiche di genere: dipingerle come sprechi di denaro è un modo efficace per guadagnare consensi tra chi si sente economicamente frustrato. Il messaggio è chiaro: "Perché dovremmo pagare per cose come la parità di genere quando c'è gente che non arriva a fine mese?".
E l’Italia?
L’Italia non è esente da questo fenomeno, sebbene con sfumature diverse. Giorgia Meloni, prima donna premier italiana, ha costruito la sua ascesa politica con un paradosso: una leadership femminile che non sposa il femminismo. Pur essendo un simbolo di emancipazione per molte donne, il suo governo non ha promosso leggi a favore dell’uguaglianza di genere e ha spesso minimizzato le battaglie femministe. Una frase che gira sui social è infatti “Meloni ha sfondato il soffitto di cristallo per ricostruirlo subito dopo”. Inoltre, la Premier ha mantenuto una retorica molto legata alla "famiglia tradizionale", con politiche che incentivano la natalità e un welfare che sembra più pensato per sostenere le madri casalinghe che le donne lavoratrici. Non ha (ancora) smantellato strutture di supporto come ha fatto Milei, ma ha sicuramente ridotto la centralità delle tematiche di genere nell’agenda politica anche dando ampio spazio di manovra a ministre e ministri che, come Eugenia Roccella, si schierano contro l'aborto e ad associazioni come i Pro Vita nelle strutture sanitarie pubbliche.
in conclusione
Il punto è questo: quando la destra è al potere i diritti delle donne passano in secondo piano e, in alcuni casi estremi, vengono ridimensionati con interventi più o meno subdoli o evidenti. Questo non significa che ogni governo conservatore sia automaticamente “nemico delle donne”, ma certamente che – per una questione di ideologia fondativa - le politiche che adottano i partiti conservatori tendono a limitare le libertà piuttosto che garantirle.
Il rischio è che questa nuova ondata di destra freni o addirittura cancelli alcune delle conquiste femminii che sembravano ormai consolidate. La cancellazione del Ministero delle Donne in Argentina o la revoca della sentenza Roe v. Wade negli Stati Uniti sono segnali di una tendenza che potrebbe diffondersi in altri Paesi. Allora la domanda è: quanto di ciò che oggi diamo per scontato potrebbe essere rimesso in discussione domani? Chi si riconosce nei valori conservatori è consapevole dei rischi che si corrono quando effettivamente al governo c'è un partito conservatore? In chiusura, Trump, Meloni e Milei non sono “contro le donne” né si dichiarano apertamente contro le donne. Al contrario, dicono di volerle proteggere, ma sempre da qualcosa di esterno (il femminismo radicale, l’immigrazione, lo stato assistenzialista, le donne trans, i gay, l'aborto: cose che però sono prodotti delle battaglie delle donne). Allora, quando un (o una) leader dice di voler proteggere le donne, la domanda da farsi è: da cosa? E, soprattutto, a quale costo?