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La brava ragazza non esiste, ma ia sua costruzione simbolica sì (ed è opprimente): l'impatto sociale di una trappola

La brava ragazza non esiste, ma ia sua costruzione simbolica sì (ed è opprimente): l'impatto sociale di una trappola
(getty)
Dietro la superficie di educazione, compostezza e misura si nasconde uno dei più efficaci strumenti di controllo sociale che la cultura patriarcale abbia mai elaborato.
di Eugenia Nicolosi

La brava ragazza non ha tatuaggi (visibili), non esprime opinioni di rottura (in pubblico), ha una relazione eteronormativa e stabile (ufficialmente). La brava ragazza sceglie percorsi di vita che non rompono schemi, rispetta i ruoli, le gerarchie e le tappe di un'esistenza scritta per lei da qualcun altro: genitori, società e perfino istituzioni cattoliche. Ma la brava ragazza non esiste: è un mito che le bambine vengono invitate a inseguire, nella speranza che una volta adulte aderiscano il più possibile a degli standard di purezza, garbo, invisibilità. 

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dispositivi di controllo e dove trovarli

La “brava ragazza” non è un ideale etico. È un progetto politico. Dietro la superficie di educazione, compostezza e misura, si nasconde uno dei più efficaci strumenti di controllo sociale che la cultura patriarcale abbia mai elaborato. Il suo scopo non è formare donne migliori, ma persone gestibili. La “brava ragazza” non alza la voce, non si espone, non contesta. È la cittadina perfetta per un ordine che non tollera la disobbedienza. Rispetta le gerarchie, riconosce l’autorità, non disturba la narrazione dominante, non si intromette quando qualcuno parla anche se quello che dice sono aberrazioni.

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Non fa politica, perché le è stato insegnato che la neutralità è virtù, che la moderazione è intelligenza. È educata a non essere pericolosa. Questo modello si infiltra ovunque: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei partiti, nei media. Nei consigli di amministrazione si celebra la manager “equilibrata”, cioè quella che non fa troppo rumore, che sa stare al suo posto. Nella politica si applaude la candidata “istituzionale”, cioè quella che non minaccia i rapporti di forza. Ogni volta che una donna sceglie la prudenza per sopravvivere, il sistema ottiene una piccola vittoria e lei un riconoscimento fantoccio: il mantenimento del ruolo, un marito perfino (gli uomini sposano le brave ragazze). 

La trappola funziona perché si presenta come un complimento, nell'idea che le caratteristiche premianti per le femmine siano quelle che i maschi considerererebbero mortificanti. E infatti, gli elogi distribuiti a chi si conforma al mito della brava ragazza sono il linguaggio levigato della sottomissione. Servono a tenere in riga chi potrebbe ribaltare i tavoli. Non è un caso che, quando una donna esce da questo schema, quando mostra rabbia, passione, disobbedienza, è “isterica”, “aggressiva”, “inadeguata”, "non femminile". L’estetica è solo l’involucro del dispositivo, la vera ingegneria del consenso si gioca sul piano politico. La “brava ragazza” non mette in discussione le regole del gioco, le rispetta con disciplina. Si adatta al linguaggio maschile del potere, ne imita i codici, si giustifica per esistere.

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È il volto gentile di una società che preferisce le donne come decorazione, non come interlocutrici, non come persone da trattare da pari a pari. Dietro la retorica della grazia e della misura si muove l’intero apparato della rape culture, la cultura dello stupro. I corpi femminili vengono disciplinati a essere visibili ma non provocanti, curati ma non vanitosi, sensuali ma “di classe”. L’abbigliamento diventa una prova morale, non una scelta personale. Da qui nasce il doppio vincolo perverso della cultura dello stupro: una ragazza mite, vestita bene e che non fa tardi la sera non rischia niente. Le altre sì.

E infatti lo slut shaming è il suo rovescio necessario: la punizione riservata a chi osa violare i confini del modello.Lo slut shaming è il braccio sociale di questo controllo che punisce la libertà raccontando l’autonomia come una vergogna. Ogni volta che una donna viene giudicata per il suo desiderio, la sua libertà o la sua voce, si rafforza l’idea che l’onore femminile non appartenga a lei ma alla comunità che la osserva. È un meccanismo di sorveglianza collettiva che mantiene il sistema della “brava ragazza” perfettamente funzionante.

Mantiene in vita l’idea che l’ordine sociale sia neutro, che il potere sia meritocratico, che il patriarcato sia un problema risolto, serve ad addomesticarle tutte. La brava ragazza è funzionale a una società che ha scambiato la deferenza per civiltà. E il giorno in cui le “brave ragazze” decideranno di non esserlo più, il potere dovrà finalmente fare ciò che non ha mai voluto fare: trattarle da pari.