Kamala Harris può essere la svolta
Che però ha la prospettiva di genere, la visione progressista e ha rimescolato le carte nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti.
Condividi su
La vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris sta tentando di conquistare l'ufficio ovale sostituendo l'attuale presidente Joe Biden (che oggi la sostiene) nella battaglia contro il repubblicano Donald Trump. Potrebbe essere la prima donna e la seconda persona razzializzata (è nata a Oakland da madre indiana e migrante e da padre di origine giamaicana) a diventare presidente degli Stati Uniti. Ed è una svolta che serve alla Politica, all'Occidente e pure ai repubblicani.
Kamala Harris, da zero a cento in pochi giorni
Sarà anche una "gattara senza figli" come ha detto tre anni fa il vice presidente in corsa (con Trump) J.D. Vance, ma, dopo la decisione di Joe Biden di farsi da parte nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti, il partito democratico ha segutio le indicazioni di quest'ultimo, dando sostegno politico alla campagna elettorale della vice presidente Kamala Harris e riattivando una campagna di donazioni che sembrava ferma da settimane: "84 milioni di dollari nel giro di due giorni", spiega la scrittrice Francesca Cavallo, che, durante il suo periodo negli Stati Uniti, ha incontrato (e conosciuto e sostenuto) Harris nella sua prima tornata elettorale. Oltre all'appoggio di Biden anche quello dell'ex presidente Barak Obama: Kamala Harris è la grande favorita dei democratici, dunque, potrebbe essere realmente lei la candidata del partito contro Trump.
"E proprio Trump con i suoi tentativi di insultarla senza riuscire a trovare la parola più adatta a denigrarla", commenta Cavallo, oggi tornata a sostenere Harris e a seguirne le vicende elettorali, "ci dimostra che, per quanto sapesse della possibilità che Biden si ritirasse e che lasciasse la strada libera a Harris, non si aspettava di certo questa esplosione, anche rispetto alle donazioni monumentali che ha ricevuto. Oltretutto Trump ha appena rinunciato al confronto previsto per settembre: un conto era dibattere con Joe Biden, un altro conto è farlo con Kamala Harris: sarebbe un condannato (indagato tra le altre cose anche per l'assalto a Capitol Hill) che si confronta con una ex procuratrice degli Stati Uniti, lei avrebbe avuto troppe carte per distruggerlo pubblicamente".
la politica per le donne, non "delle" donne: pro e contro di Kamala Harris
Donna, progressista, nera, figlia di migrante, giovane e che parla apertamente di diritti civili e sociali. In pochi giorni Harris sta già facendo recuperare terreno al partito democratico nei sondaggi. Chi la sosteniene crede che la situazione possa solo andare migliorare e che possa anche essere un processo di miglioramento molto rapido. Il che è un bene per chi teme che Donald Trump possa tornare nella stanza ovale e che aveva dato la campagna per persa dopo gli ultimi incontri di quest'ultimo con Biden e dopo l'attentato. Di cui oggi però non si parla praticamente più. Ed è l'effetto Kamala Harris.
E infatti indicano tra gli altri vari "pro" la sua energia nell'attaccare Trump anche negli ultimi anni in qualità di vice presidente. A cominciare dalla feroce difesa del diritto all'aborto sicuro e legale, come altra prova del fatto che potrebbe essere "la" militante energica che blocca le politiche ideologiche del candidato repubblicano. Harris è anche considerata "una moderata", il che mette in crisi un grossissimo bacino di donatori: la Silicon Valley della California. "Ha un'energia trascinante", conferma Cavallo, "e ha una posizione moderata che le permette di attirare l'interesse di tutti quegli indecisi che trovano l'estrema sinistra e l'estrema destra di Trump inaccettabili".
Ma non solo: "lei è californiana, progressista, giovane: improvvisamente il partito democratico ha una persona che può diventare il punto di riferimento per gli investitori della Silicon Valley che inizialmente avevano individuato come uomo partita J.D. Vance, l'eventuale vice presidente di Trump (se venisse eletto), ma che davanti alla dinamite Harris che gira per il Paese hanno iniziato a porsi domande".
Quali sono i "contro" di Kamala Harris? Banalmente, il suo essere una ex procuratrice (quindi ufficiale delle Forze dell'Ordine con potere giuridico) e il suo essere una moderata. E in particolare il suo essere moderata rispetto alla questione palestinese. Harris ha detto poche ore fa, "Non resterò in silenzio sulle sofferenze di Gaza", ma fino a ora non ha adottato - e non adotterà, ovviamente - una posizione totalmente dissonante rispetto a quella tenuta da Biden. Quindi l'elettorato radicale di sinistra non si riconoscerà in questa candidatura. "Ma non c’è alcun dubbio sul fatto che "Bibi" Netanyahu, il primo ministro israeliano, speri che vinca Trump", commenta Francesca Cavallo, "ha detto chiaramente che se non vengono restituiti gli ostaggi a Israele ci saranno gravissime conseguenze. In sostanza se si è pro Gaza è difficile sostenere Trump alla Casa Bianca".
Gli americani "sono pronti ad avere una donna nera presidente, hanno già eletto Barak Obama, a cui sono ancora affezionati, e hanno sostenuto Hillary Clinton. Che pur non vincendo ha aperto la strada per mettere al centro delle agende le difficoltà delle donne nello spazio politico e pubblico", specifica la scrittrice.
"Il sessismo è non associare le donne al potere"
Lucio Caracciolo, esperto di geopolitica e fondatore e direttore della rivista Limes, registra la risalita nei sondaggi del partito democratico. Si augura che Donald Trump non torni a occupare la Casa Bianca, ma è scettico. E tra i fattori che potrebbero minacciare la vittoria di Harris individua il sistema elettorale statunitense.
"Le speranze che Harris ha di vincere sono quelle che aveva Joe Biden: un po’ meno del 50 per cento. Ma tutto può cambiare e rivoluzionarsi, storicamente è capitato che a diventare presidente fosse il candidato con meno voti perché il sistema elettorale d'oltreoceano è sufficientemente astruso: diciamo che non decidono milioni di elettori, piuttosto i grandi elettori di alcuni particolari Stati".
Il sistema funziona in due fasi: la prima, che non è prevista dalla Costituzione, consiste nel classico voto della popolazione nella scelta dei candidati dei due principali partiti (le primarie). La seconda, costituzionalmente regolata, prevede l'elezione dei cosiddetti "grandi elettori" nei singoli Stati: senatori e deputati che voteranno a scrutinio segreto sia il / la Vice Presidente che il / la Presidente. "In fin dei conti i giochi sono in mano a pochi elettori che votano negli Stati chiave e fanno la loro scelta sulla base dell'ideologia: i democratici voteranno per il partito democratico a prescindere dal candidato o dalla candidata", aggiunge Caracciolo.
Da una parte allora c'è Donald Trump: "un misogino convinto della propria superiorità rispetto al resto del pianeta che vuole giocare la carta del candidato a cui Dio ha risparmiato la vita miracolandolo quando gli hanno sparato". Dall'altra Kamala Harris: se gli americani sono pronti o meno ad avere una donna nera presidente è irrilevante, secondo Caracciolo "il problema di Harris non è tanto quello di essere una donna, che dappertutto - compresi gli Stati Uniti - è difficile ancora associare a ruoli di potere. Tra i democratici si parla della sua debolezza come candidata, secondo molti non ha brillato nel ruolo di vice presidente, che è un ruolo già sgradevole di per sé perché, a parte qualche rara eccezione, conta molto poco. Kamala Harris si è esposta su poche questioni, sembra che sarebbe meno filo israeliana del suo eventuale predecessore Biden, ma è ciò che sembra oggi: poi quando si diventa presidente tutto si trasforma. In ogni caso, meglio evitare che Trump torni presidente".
Condividi su