Gli scioperi dei mezzi sono fondamentali ma sono (anche) una questione di genere
Il sistema dei trasporti pubblici è già carente e impatta, negativamente, sulla vita di donne e categorie marginalizzate.
E quando c'è lo sciopero dei mezzi? Le prime vittime sono, ancora, le donne e le categorie marginalizzate.
Nella maggior parte dei Paesi europei sono le donne a usufruire maggiormente dei mezzi pubblici o a spostarsi a piedi (gli uomini hanno un mezzo privato). Questo cosa ci rivela? Ci rivela che quando vengono pianificati i – sacrosanti – scioperi dei mezzi, ad andarci di mezzo sono soprattutto le donne.
Quanto è importante che le donne si sentano libere di viaggiare (anche) da sole?
Andiamo con ordine. Gli scioperi in generale sono uno strumento di lotta che oseremmo definire sacro: la classe operaia e la classe lavoratrice se ne avvalgono per rivendicare il potere di fermare il funzionamento della macchina che produce ricchezza, una ricchezza che classe operaia e lavoratrice sostanzialmente non vedono. E fermano la macchina non per capriccio ma per ottenere spazi di manovra, per avviare delle negoziazioni utili al miglioramento della qualità del loro lavoro e della loro vita. Lo sciopero è anche uno strumento di lotta femminista: quello indetto “globalmente” da Non una di meno in celebrazione dell'otto marzo vuole bloccare per una intera giornata il circuito di lavoro produttivo e riproduttivo delle donne perché venga notato – dentro e fuori casa – quanto sia fondamentale.
Gli scioperi in sostanza hanno il potere di far cadere i Governi (quello di Genova del 1900), di paralizzare le città (Milano e Torino, nel 1944), di fermare un Paese: nel 2002 c'è stato il primo sciopero generale dopo vent’anni di immobilismo, organizzato contro la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Lo sciopero quindi è non solo legittimo, ma legale e perfino doveroso, anche se oggi è ormai mortificato da una serie di provvedimenti che da qualche anno ne annientano il potere. Tra i risultati (voluti) di questi provvedimenti c'è un grande equivoco: molte persone credono che si debba chiedere il permesso alle Questure per occupare strade e piazze, in realtà per legge quello che occorre fare è comunicare alle Questure che in data x si occuperà quella strada o quella piazza.
Ma che c'entrano le donne con gli scioperi dei mezzi
Niente al mondo è gender neutral. Ogni aspetto dell'esistenza atterra in modo diverso sulle persone a seconda del genere in cui si riconoscono o di cui abitano il corpo. In tal senso, nemmeno il mondo dei trasporti è gender neutral. Intanto donne, persone non binary e uomini compiono scelte diverse quando si tratta di come, perché e quando spostarsi da un punto all’altro, perché diverse sono le motivazioni alla base di questi spostamenti. Ma la scelta dipende anche dal modo in cui il sistema influenza la pianificazione dei trasporti.
Tanto per iniziare, "a livello mondiale quando le donne viaggiano, effettuano una percentuale maggiore di spostamenti utilizzando i mezzi pubblici e camminando. Gli uomini effettuano più spostamenti in auto, moto e bicicletta. I modelli di mobilità delle donne spesso non sono una questione di preferenza ma di necessità. Responsabilità di cura, accesso ridotto a un'auto e un reddito disponibile inferiore modellano le scelte di trasporto delle donne", recita una nota della Banca Mondiale del 2022. E uno studio del 2023 del Parlamento Europeo rivela che nella maggior parte dei Paesi Ue sono le donne a usufruire maggiormente dei mezzi pubblici o a spostarsi a piedi.
E questo nonostante un ampio ed evidente tema di sicurezza reale e percepita: sappiamo che le donne si sentono insicure quando viaggiano sui mezzi pubblici e in generale nello spazio pubblico perché le città e i trasporti non sono pianificati e costruiti secondo una prospettiva gender neutral, per la sicurezza di tutti: non mettono al sicuro tutte le persone, ma solo determinate persone, con determinati corpi e possibilità. Per esempio possibilità economiche di prendere mezzi di trasporto personali o taxi. Le donne, le ragazze e le persone lgbtqia+ sono costrette a organizzarsi in modo da percepirsi sicure quando attraversano gli spazi pubblici e quando si avvalgono della mobilità pubblica. Questione di orari e compagnia che determinano a volte anche il “se” si sentono sicure a muoversi in alcuni punti o in alcuni orari. Impatta sulla vita? Certo: anche sulla carriera, quindi sul reddito, quindi sulla possibilità di avere un mezzo privato.
Lo straordinario a lavoro, come la riunione che finisce tardi, potrebbe essere un privilegio di cui gode chi non ha paura di rischiare la vita tornando a casa. Allora in generale potersi muovere liberamente con i mezzi pubblici è un privilegio? Sì. Lo studio del Parlamento Europeo inoltre sottolinea come il sistema di trasporto pubblico sia usato come “mezzo di controllo e coercizione” tra le vittime di violenza da parte del partner all’interno di una relazione: le difficoltà di avvalersi dei mezzi di trasporto pubblici sono un fattore determinante per la dipendenza dal partner, che, come sappiamo, nella maggior parte dei casi sono i primi autori di violenza. Quindi la difficoltà delle donna sul piano della mobilità è una gigantesca limitazione.
il lavoro di cura (delle donne), impossibile senza mezzi pubblici?
Gli scioperi dei mezzi sono direttamente collegati alla vita e alle prospettive delle donne, appunto le maggiori fruitrici del sistema pubblico di trasporti. Quando il sistema di trasporto collassa – o viene fermato per sciopero – ad andarci di mezzo è anche il lavoro di cura, che è quasi sempre a carico delle donne. E anche quello produttivo: secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) anche la sola mancanza di trasporti sicuri riduce la probabilità che le donne partecipino alla forza lavoro di oltre il 16%. La sola mancanza di mezzi di trasporto affidabili serali implica una propensione inferiore, da parte delle donne, ad accettare lavori che prevedono turni notturni. E non solo: le donne sono le principali caregiver familiari. Uno stop alla mobilità pubblica è uno stop alla mobilità cosiddetta “di cura”: le donne impiegano oltre cinque ore a settimana nello svolgimento dei lavori di cura e queste ore comprendono gli spostamenti associati al lavoro di cura, come accompagnare bambini e parenti bisognosi o non autosufficienti nei posti in cui devono andare, raggiungere bambini e parenti non autosufficienti per prendersene cura.
Volendo andare a conclusione: un sistema di trasporti già carente e non sicuro, in Italia e pure all'estero, impatta sulla vita delle donne limitandole nella libertà, nelle opportunità di impiego, nel reddito, nella qualità della vita (il minority stress dell'attraversamento dello spazio publico è costante) e nei servizi che ricevono e prestano. Quindi nell'intero sistema di cura. Da questa prospettiva, per quanto sia legittimo scioperare, è chiaro che a subirne le conseguenze sono al solito le categorie già più fragili. Però questo è un tema immenso, ed è quello della “guerra tra poveri”. Dal momento che le principali vittime dello sciopero dei mezzi sono le persone che quei mezzi li prendono per necessità, non certo i ministri e i capi di aziende. Ma tant'è.