Gender Gap: le invisibili barriere all’ingresso dell’industria musicale italiana
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Nel 2022, la top 5 di Sanremo, per il disappunto del vincitore Marco Mengoni (che commentò sul palco stesso dell’Ariston quanto male ci fosse rimasto e quanto le cose dovessero cambiare nel nostro Paese), fu di soli cantanti uomini. Quest’anno sui ventisette performer in gara, si contano solamente nove donne, un terzo del totale: un lieve aumento rispetto alla solita percentuale, negli anni precedenti anche inferiore di ¼. Distogliendo gli occhi dal palco e puntandoli in platea, scrutiamo anche la commissione artistica in cerca di un panorama più equo, ma no, niente da fare. Anche tra i giudici c’è una sola pennellata rosa, il nome di Federica Lentini, capoprogetto Rai. Uno scenario che prescinde dal Festival stesso – per il quale, lo assicura Amadeus, il criterio di selezione è interamente basato sul talento e non sull’identità di genere – ma si ripete in modo identico in tutti i talent show della televisione italiana: da quando ad X-Factor la categoria specifica “donne” è stata abolita, le concorrenti riuscite ad entrare nel programma sono talmente poche da essere quasi un miraggio.
I DATI DEL GENDER GAP NELLA MUSICA ITALIANA
Affidandoci ai numeri, scopriamo che in Italia le donne compongono solo il 27% fra gli artisti, il 12,5% fra i compositori e il 2,6% nella produzione. Le artiste soliste in cartellone per i concerti nell’ultimo anno sono state meno del 18% del totale. Il pregiudizio che regna sovrano è che le cantanti non riescano a riempire gli stadi, nonostante il comprovato hype scatenato da star internazionali della musica come Beyoncé, Dua Lipa, Madonna e, non per ultima, Taylor Swift, il cui Eras Tour, impresa epocale e irripetibile, ha superato ogni record al punto da divenire un fenomeno leggendario. Anche in Italia, dove nelle statistiche d’ascolto su Spotify le performer femminili non entrano nemmeno nella top ten a causa della poca rappresentanza nei generi musicali più apprezzati a livello locale (rap, trap e urban), i dati dei concerti ci mostrano al contrario una serie di sold out per artisti come Elodie e Madame. Laura Pausini è da anni la punta di diamante della musica italiana nel mondo, forse apprezzata più all’estero che in patria, scalzata di recente dalla giovane Victoria, la bassista dei Måneskin, divenuta ormai un'icona globale d'ispirazione alle ragazze di ogni continente. La situazione è, dunque, più sfaccettata di quanto si potrebbe credere a primo acchito.
UNA PICCOLA VI(C)TORIA MA NON ABBASTANZA
Qualche soddisfazione il 2023 ce l’ha saputa regalare: per la prima volta dopo 15 anni (dopo l'indimenticabile Sincerità di Arisa del 2009, per intenderci) abbiamo una vincitrice a Sanremo Giovani, Clara, con il singolo Boulevard.
Nella categoria canto di Amici di Maria De Filippi, Angelina Mango si è aggiudicata, oltre al riconoscimento principale, anche i premi della critica e della radio per la sua maturità a calcare il palco e già si avvia verso una carriera promettente tanto in loco quanto all’estero. Annalisa, con Bellissima e soprattutto Mon Amour, il divertente e provocante tormentone dell’estate, ha infranto ogni record: divenendo la prima italiana in tre anni a raggiungere la vetta della classifica singoli, conquistandosi il primo posto in Amazon Music e spopolando su TikTok. Le due canzoni già citate sono infatti i brani più utilizzati sul social in tutto il paese.
I CATTIVI PRONOSTICI PER IL 2024 MUSICALE
Questi piccoli passi, però, non bastano. Il 2024 appena inaugurato getta già delle ombre deprimenti, in prospettiva: al Lucca Summer Festival, tra i tredici nomi dei partecipanti l’unica donna scelta è Diana Krall. E ancora: durante gli I-Days di Milano, distribuiti in otto giorni, le cantanti presenti saranno soltanto tre (Doja Cat, Avril Lavigne e Lana Del Rey). E ancora: dei dieci appuntamenti dei Rock in Roma, le uniche artiste donne (le Babymetal) potranno esibirsi una sola serata. E ancora... questo elenco dovrebbe essere già degno di imbarazzo. Anzichè 'ancora', forse è il momento di dire ‘basta’.
IL PREGIUDIZIO ALLA BASE DEL GENDER GAP
Alla già trita e ritrita opposizione “se non vengono inserite nelle classifiche o negli eventi è perché non sono abbastanza brave” occorre dare una risposta chiara e inequivocaile: i modelli e gli standard di riferimento che definiscono cosa sia adatto o opportuno sono stabiliti da chi occupa posizioni di potere nell’industria. La questione non è particolare ma generale; dal piano qualitativo è imperativo spostare la riflessione a quello più strutturale. Le cantanti vendono oggettivamente di meno perché, alla base, hanno meno possibilità di ingresso in un mondo, come quello della musica, praticamente inaccessibile a chi non ha le giuste conoscenze. Lo conferma anche Alessandra Micalizzi, autrice del libro Women in Creative Industries e ricercatrice del SAE Institute, per il quale ha condotto una recente indagine sul divario di genere, specialmente nell’industria discografica, dalla quale riprendiamo le seguenti considerazioni.
LE TANTE SFACCETTATURA DELL’INDUSTRIA DELLA MUSICA ITALIANA
Trascurando un momento il discorso cantanti, analizziamo il panorama italiano dal punto di vista delle altre professioni legate all’ambito musicale come quelle di cantautrici, arrangiatrici, produttrici: in quest’ultimo settore specifico, la presenza femminile è quasi sottoterra: 2,6%. La convinzione, di nuovo, è quella che le donne non siano in possesso di determinate abilità o capacità per lavorare in modo tecnico e serio alla musica. Nel management, nella discografia e nella promozione, la parità numerica è raggiunta, invece, ma le lavoratrici femminili sono sempre in posizioni di minore potere, subordinate all’autorità di un uomo. Praticamente in nessun caso il riconoscimento di un progetto va a loro completamente, ma viene piuttosto ridistribuito: sul cantante, sull’etichetta. L'idea di una donna direttrice artistica, responsabile e originale, non esiste.
Questioni di immagine: il problema delle performer
Se ci concentriamo sui problemi specifici incontrati al contrario dalle performer, ovvero coloro che salgono sul palco e si esibiscono, ci incagliamo nell’insormontabile iceberg degli stereotipi di immagine. Il set di regole non-scritto che regola i corpi delle cantanti consiste in una lista contraddittoria ed infinita: tipi di volto, colore della pelle, forme delle singole parti del corpo, tipi di capelli, trucco, quantità di peli accettabili in certe aree, i vestiti che si indossano. Anche il carattere delle artiste deve rispettare certe norme, specialmente in termini di sensualità e remissività, perché le personalità forti ancora non riscontrano i gusti del pubblico o dei colleghi. “Nella musica, il corpo della performer diventa parte integrante del progetto artistico, posizionando la fisicità al centro delle dinamiche uomo-donna. Questo porta a un maschilismo esasperato nel linguaggio e a una violenza che può assumere varie sfumature, da quelle esplicite a quelle più sottili," queste le lucide parole di Alessandra a riguardo
Quali sono le soluzioni al gender gap?
Ci sono una serie di step vitali da compiere per giungere ad un miglioramento sostanziale della situazione. Innanzi tutto, gli uomini interni all'industria musicale, oltre a riconoscere il problema del gender gap come qualcosa di effettivo e reale, devono comprendere quanto si tratti di qualcosa che li riguarda da vicino: il “meccanismo di rimozione” che fa sì che la questone sia percepita come distante ed astratta deve giungere al traguardo.
In secondo luogo, le tanto discusse “quote rosa” che fanno storcere il naso a tutti, uomini e donne insieme, si pongono come praticamente inevitabili, almeno finché la visibilità e l’accesso alle professioni musicali non sarà più equo e bilanciato. Infine, bisogna continuare a sensibilizzare sul tema, criticando giustamente questo mondo dalle barriere invisibili perché sfili finalmente il sipario e riveli tutte le sue contraddizioni, sfidando i suoi stessi dannosi stereotipi, e offra infine delle opportunità concrete alle donne del presente e del futuro.
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