La bufala delle femministe che si vestono male e non si truccano (e odiano i maschi)
È comodo perché così non appena una femminista si mostra truccata o non vestita male la si può accusare di incorenza.
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Fa comodo a molte persone stereotipizzare le femministe per accusarle di essere incoerenti e di non rispettare le regole che si sono date solo perché indossano gonne corte, il rossetto e un make up elaborato. Guai, poi, ad avere gioielli. Ma la verità è che le femministe non si sono mai uniformate sotto nessuna regola rispetto a cosa indossare o a come truccarsi, non rispetto allo stile (semmai sono attente alla manodopera e ai diritti delle persone che lavorano per ottenere quel paio di scarpe). E anzi, le femministe se la sono meritata, la libertà di non omologarsi le une alle altre. Ma ripetiamo, fa comodo utilizzare la cifra dell'insulto per sminuire e togliere legittimità alla voce delle femministe. E parliamo solo di femministe e non di femministi perché ovviamente il dito si punta solo sulle donne (e perché di solito chi insulta non sa che esistono uomini femministi e persone non binary femministe). Chi insulta di solito non sa gran ché.
le femministe chiedono ai loro ragazzi l'anello di fidanzamento? (risate)
E chi fa del sarcasmo sull'orologio da polso di una femminista o sulla borsa di un'altra femminista dimostra solo quanto poco ne sa delle lotte femministe che sì, certamente hanno dato e danno spazio alla “moda”: intesa perà come industria capitalista da una parte e intesa come questione legata al rafforzamento e alla riproduzione delle gerarchie di genere dall'altra. Ciò non toglie che si può essere femministe col patentino con una giacca da 2mila euro. Le femministe si sono sempre preoccupate di come gli abiti indossati dalle donne possano rafforzare e riprodurre la gerarchia di genere e una scuola di pensiero crede che invece la chiave per la liberazione femminista sia proprio smettere di preoccuparsi di come ci si veste.
Un'altra replica che la soluzione è dare alle donne maggiori possibilità di scelta. Sempre. Nell'armadio come altrove. Ma non c'è un approccio che soddisferà tutte le femministe donne (cis o trans) del mondo: il femminismo è fatto di correnti e le correnti sono attraversate da istanze diverse. Alcune femministe sono più vicine di altre all'ambientalismo, per fare un esempio. E infatti la questione dell'apparenza e dell'estetica non si riduce sottolineando che “l'importante è stare bene con sé stesse” (stiamo semplificando) e che ci sia una prospettiva etica dietro alla scelta di cosa comprare.
le femministe possono indossare una gonna corta e i tacchi?
Se un abitino rosa e aderente, scarpe col tacco e borsette di glitter bastano a essere giudicati come ipersessualizzanti, frutto di un'ossessione per l'apparenza della donna che li indossa che vuole solo soddisfare lo sguardo maschile, un tailleur pantaloni e giacca viene ugualmente giudicato male. Indossandoli stai copiando l'abbigliamento maschile per simulare il potere maschile. Allora come dovrebbero vestirsi le femministe? Come ci si veste per evitare di sostenere, rinforzare o essere complici della dinamica di subordinazione? Il problema forse non risiede in ciò che una femminista decide di indossare, ma nel modo in cui considera un tipo preciso di abbigliamento che indossa: una femminista con la gonna corta la indossa per aderire agli stereotipi del femminile sessualizzato o perché si sente a suo agio con la gonna corta? E se sta a suo agio con la gonna corta, è perché ha introiettato il diktat patriarcale che vuole le donne vestite per compiacere il maschio o perché è libera da tutto ciò? Insomma non c'è fine: la questione dell'abbigliamento e del trucco si intrecciano con la questione dell'occupazione femminile, dell'emancipazione, del sex work, dell'antirazzismo, dell'oggettificazione. E potremmo continuare all'infinito. Ma davvero all'infinito.
le femministe si possono truccare (bene)?
O andiamo al make up. Alcune femministe del passato temevano che se avessero rinunciato al rossetto sarebbero state etichettate come “radicali”. Altre potrebbero aver riconosciuto che, sebbene in una prima fase indossassero il rossetto con lo scopo di attirare le attenzioni di un uomo o per farsi benvolere da donne non dichiaratamente femministe, alla fine lo indossavano per loro stesse. E ancora oggi la questione del trucco può diventare divisiva: si mescola con l'ageismo, con il razzismo, con l'industria della bellezza. E potremmo continuare all'infinito anche in questo caso.
Le femministe hanno storicamente considerato l’abbigliamento come tema centrale per la creazione di relazioni sociali patriarcali: l’abito femminile contribuisce alla subordinazione attraverso varie forme di oggettivazione sessuale. I tacchi a spillo rendono le donne lente, traballanti e facilmente acchiappabili, le gonne corte e le scollature profonde le rendono ipersessualizzate, e i tessuti decorati trasformano le donne in tesori da possedere. La scrittrice Simone de Beauvoir osservava che gli abiti femminili non aiutano le donne a vivere nel mondo ma piuttosto vestono le donne “da preda dei desideri maschili”', sia che l'abito camuffi, deformi o modelli il corpo, in ogni caso lo consegna alla vista.
Ciò che rende l'abbigliamento da donna “femminile” è proprio il modo in cui riduce le donne, in modi più o meno sottili, a oggetti da guardare. Anche perché l'abbigliamento da donna ha modellato la psicologia delle donne: la saggista Andrea Dworkin sottolinea che gli abiti regolano letteralmente la “mobilità fisica delle donne” e, così facendo, modellano la loro psicologia, intelletto e creatività.
le femministe non si vestono "male": si vestono come vogliono
Altro giro, altra corsa: alcune femministe si sono concentrate sugli effetti dannosi dell'eccessiva attenzione delle donne all'abbigliamento, indipendentemente dagli indumenti che indossano. La madre del femminismo britannico Mary Wollstonecraft, ad esempio, già nel Settecento diceva che nel “fare berretti, cuffiette e guarnizioni, per non parlare dello shopping, della caccia agli affari, ecc, le donne mettono l'energia che dovrebbe essere diretta verso il mondo al servizio di un vano occuparsi di sé”. Le teoriche femministe hanno sostenuto che l'attenzione delle donne ai vestiti è anche una vera e propria "servitù": una dipendenza, una perdita di tempo, costosa e dolorosa per l'autostima oltre che una strizzata d'occhio al capitalismo. Semplicemente cercando di tenere il passo con le mode e spesso accettando la dipendenza economica per sostenere tali abitudini, le donne hanno sostenuto l'avanzamento del potere maschile e capitalista.
La scelta come liberazione
Già negli anni Settanta le donne hanno iniziato a credere che un modo per superare la subordinazione fosse in generale aumentare il loro ventaglio di opzioni. Nessuna norma di abbigliamento e cura dovrebbe essere quindi imposta alle donne, né da forze patriarcali né da quelle femministe: essere libere significa indossare ciò che si vuole. La scelta come liberazione consente alle donne di abbracciare i piaceri e il potenziale creativo dell'abbigliamento. Ma cosa succederebbe se le donne scegliessero di passare ore e ore a comprare tacchi alti e micro abitini attillati? O se spendessero una fortuna in biancheria modellante? Nella scelta come liberazione questi sarebbero gusti personali inattaccabili che non possono essere sottoposti a nessuna critica. Quindi, per concludere: volevamo solo dare un assaggio, ma veramente piccolo, di come dentro al femminismo si dibatta la questione dell'abbigliamento con lo scopo di disinnescare in partenza ogni forma di giudizio rispetto a come deve vestirsi una femminista per essere giudicata tale. L'importante è come ci si comporta quando si sceglie di abbracciare una filosofia come quella femminista.
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