Il "femminismo di destra" che fa (giustamente) discutere perché sembra solo propaganda xenofoba
Hanno fatto scalpore al Salone del Libro di Torino, ma anche altrove: le donne del Collettivo Nemesis si propongono come "femministe di destra".
Al Salone del Libro di Torino 2025, tra le consuete celebrazioni letterarie e i dibattiti, ha trovato spazio una presenza non del tutto nuova e abbastanza problematica: quella del collettivo Nemesis, autodefinitesi “femministe di destra”. La loro partecipazione ha attirato attenzione mediatica ma ha anche sollevato preoccupazioni nel mondo femminista, proprio per l’ambiguità e il revisionismo che questo tipo di attivismo comporta: i concetti espressi in favore di telecamere e contro il transfemminismo non poggiano su basi reali, alimentano il razzismo già sistemico e la xenofobia e creano allarmismo.
Michela Murgia sull'importanza dell'intersezionalità a Repubblica delle Idee 2020
Inoltre, veicolano false informazioni per ottenere consensi: non è vero che "loro parlano con gli uomini" e le transfemministe no (anzi), né è vero che la violenza di genere arriva da oltre i confini, né é vero che italiani e francesi non sono patriarcali (lo sono eccome). Ma andiamo con ordine.
Nemesis nasce come movimento esplicitamente legato all’estrema destra. Come evidenziato da un’analisi dettagliata di Facta, si tratta di un collettivo che riprende temi classici del femminismo – la lotta contro la violenza maschile, la difesa del corpo delle donne – ma li riformula all’interno di una visione xenofoba e nazionalista. Secondo loro, il pericolo maggiore per le donne non sarebbe il patriarcato in sé, ma l’uomo straniero, con una narrativa che punta il dito in particolare contro i migranti musulmani. Ma non solo.
In cosa credono le "femministe" di Nemesis
Le donne del Collectif Némésis si autodefiniscono "femministe identitarie e anticonformiste", ma le loro dichiarazioni e azioni delineano un'agenda fortemente politicizzata, incentrata su posizioni anti-immigrazione e anti-Islam. Fondato in Francia nel 2019 da Alice Cordier, il gruppo sostiene che le donne europee siano minacciate principalmente dalla violenza di uomini stranieri, in particolare musulmani, e critica il femminismo tradizionale, ormai diffuso, perché dichiarandosi antirazzista non affronterebbe adeguatamente questa presunta realtà.
Durante una manifestazione a Parigi - nel 2019 - Némésis ha esposto cartelli con slogan come "52 per cento degli stupratori in Île-de-France sono stranieri" suggerendo un legame diretto tra immigrazione e violenza sessuale. In seguito, il collettivo ha affermato che altri gruppi femministi preferiscono concentrarsi su temi "aneddotici" come la scrittura inclusiva o il sessismo nella pubblicità, trascurando, a loro dire, la violenza perpetrata da uomini di origine "non europea" che è evidentemente una loro ossessione. I dati del CNR infatti restituiscono il contrario, cioè che la violenza di genere viene perpetrata soprattutto negli ambienti domestici e nella cerchia ristretta: da conoscenti/amici (34,2%), da familiari conviventi (25,4%) e dal partner (25,1%).
Le posizioni di Némésis sono state ampiamente (e ovviamente) criticate dalla maggioranza delle organizzazioni femministe che le accusano di razzismo e di strumentalizzare il femminismo per promuovere un'agenda xenofoba. Il collettivo è perfino stato espulso da diverse manifestazioni femministe in Francia e Svizzera, come la Grève féministe, per aver diffuso messaggi discriminatori e divisivi.
In sintesi, le dichiarazioni delle donne di Némésis si concentrano su una narrazione che attribuisce la violenza di genere principalmente ai migranti, ignorando le dinamiche sistemiche del patriarcato e le intersezioni tra sessismo, razzismo e altre forme di oppressione. Questa visione è in contrasto con i principi del femminismo intersezionale, che riconosce la complessità delle esperienze delle donne e l'importanza di combattere tutte le forme di discriminazione: non quella di proteggere le donne bianche.
il femminismo di destra è femminismo?
Il cosiddetto “femminismo di destra” mette a tema i "valori femminili", di "difesa della maternità", di "femminilità da tutelare", il tutto condito da una retorica che si oppone tanto al patriarcato ma pure all'ideologia woke. Ma è sufficiente rivendicare i diritti delle donne per potersi dire femministe, femministi? La risposta, se si prende sul serio il significato politico e storico del termine femminismo, è no.
Il femminismo non è semplicemente l’atto di essere donne che parlano in pubblico o che criticano un supposto maschilismo, quando poi si alleano con gli uomini di estrema destra che di quel maschilismo fanno costruzione. E non è nemmeno abbastanza l’essere donne in ruoli di potere per dichiararsi "femminista". Il femminismo è – e resta – un movimento di liberazione. Non può esistere un femminismo che difende solo alcune donne a scapito di altre. Un femminismo che ignora le disuguaglianze strutturali, che si presta a logiche nazionaliste, che rifiuta la pluralità delle soggettività discriminate e non trova alleanze, non è femminismo: è propaganda.
Dichiararsi femministe di destra allora sembra più che altro un'operazione ideologica subdola: a chi serve, a chi è utile trasformare la questione della violenza di genere e della discriminazione sistemica in un problema di “sicurezza etnica”? Quello che Nemesis rappresenta è un tipico esempio di femminismo identitario, un fenomeno in crescita nei movimenti conservatori europei. E questa variante del femminismo si fonda su una logica esclusiva e gerarchica: difende solo alcune donne – quelle occidentali, bianche, cisgender, eterosessuali – e costruisce il proprio nemico non tanto nel maschilismo diffuso e sistemico (di cui pare abbastanza alleato) ma nell’altro culturale. È un femminismo che non unisce, ma divide.
un femminismo che esclude non può essere femminismo
Ma il femminismo per sua natura non può che essere intersezionale. Un femminismo che non riconosce le interconnessioni tra sessismo, razzismo, classismo e omofobia è un femminismo incompleto e, ovviamente, molto pericoloso. Come insegna l’elaborazione di studiose come Kimberlé Crenshaw, non si può combattere il patriarcato lasciando intatte altre forme di oppressione: lottare per i diritti delle donne significa lottare per tutte le donne, non solo per quelle che rientrano in una visione ristretta e normata dell’identità femminile.
E tornando a Nemesis. non è una frangia rassicurante, né una "deviazione" innocua o una provocazione culturale. Sembra a tutti gli effetti parte di una strategia di lungo corso dell’estrema destra, che tenta di appropriarsi del linguaggio dei diritti per svuotarlo di contenuti progressisti e usarlo come strumento identitario. Usando le donne. È un femminismo che nei fatti porta avanti un progetto politico reazionario.
Le cosiddette femministe di destra promuovono una visione selettiva e gerarchica dei diritti: si battono (almeno in apparenza) per la tutela delle donne ma tacciono o si oppongono apertamente ai diritti delle persone LGBTQIA+, delle donne migranti, delle lavoratrici sfruttate. Rigettano l’intersezionalità – ovvero l’analisi delle interconnessioni tra sessismo, razzismo, classismo, omofobia – come una minaccia alla “vera causa femminile”. E un femminismo che discrimina non è femminismo, ma solo un altro strumento di conservazione del privilegio.