Cinema e femminismo 4 minuti di lettura

Stazioni d’Italia: come si declina la comune femminile ne "La Chimera" di Alice Rohrwacher

Nell’ultimo capolavoro della regista Alice Rohrwacher, La Chimera, si delinea un anelito un po’ più concreto degli altri: un nucleo tutto al femminile di giovani mamme che vivono e lavorano insieme per il futuro dei loro figli. Ecco come è declinato il tema di un'utopica società di sole donne in uno dei titoli più preziosi e sognanti del cinema italiano recente.

La Chimera è l’ultima gemma poetica ed indimenticabile cristallizzata dalla cinepresa di Alice Rohrwacher, regista italiana amatissima all’estero che al Festival del Cinema di Cannes, con questo film, si è conquistata una standing ovation di quindici minuti. Sulla pellicola anche i nomi della sorella Alba Rohrwacher, la leggenda del cinema Isabella Rossellini e Josh O’Connor, il sensibile e tormentato principe Carlo di The Crown. Si avvisano i gentili lettori che questo articolo conterrà spoiler dal lungometraggio, dunque di correre nel vostro cinema più vicino prima di tornare a leggere. 

"Le donne hanno bisogno di essere messe in condizione di realizzare i proprio sogni, i proprio desideri, comprese le proprie competenze", così Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale Istat, sottolinea l'importanza dell'empowerment femminile

Prospettive femminili ne La Chimera di Alice Rohrwacher 

Dopo l’astro di C’è ancora domani, che ha scalato le classifiche e rischiarato i cinema italiani con il suo messaggio limpido, cacciamo prospettive femministe ‘altre’ nei labirintici tunnel scavati nella terra da Alice Rohrwacher, carponi insieme a un gruppo di saccheggiatori di tombe etrusche sul finire degli anni ‘80. Quali sono gli sguardi femminili nella Chimera? Sono tesori che affiorano con delicatezza ma mai con marginalità, declinati in una campionatura di sfumature. La prima inquadratura del lungometraggio è proprio il taglio degli occhi di Beniamina, l’amata di Arthur, il protagonista, l’ “ultimo volto di donna” da lui reclamato. Ma ve ne sono tanti altri: quello del matriarcato di Flora insieme al coro delle sue cinque figlie ed innumerevoli nipoti, il gruppo di madri che insieme ad Italia si insidia in una stazione abbandonata, la povera Fabiana, ignorata e maltrattata dai compagni tombaroli, e l’austera e misteriosa Spartaco. Se per l’universo maschile la spaccatura avviene in due metà, tra ‘Artù’, creatura dell’Oltre ancora alla ricerca di qualcosa di bello e puro, e suoi amici, ridicoli, attaccati al denaro e prigionieri della gabbia dell’machismo dei tempi, tra le donne sbocciano legami più magmatici e complessi. 

Isabella Rossellini, Alice e Alba Rohrwacher e Carol Duarte: la sinergia femminile dietro la Chimera 

La comune femminile e la solidarietà 

Ad interessare la nostra analisi è però il filo teso in conclusione del film da Italia (Carol Duarte), la straniera che viveva nel palazzo diroccato di Flora con l’aspirazione di imparare a cantare e che, di fatto, le aveva fatto da serva: la piccola comune femminile da lei stabilita occupando la stazione in disuso di Riparbella – un luogo liminale “di tutti e di nessuno” tra campagna e città – in compagnia di Fabiana ed altre donne e la loro nidiata di figli altrettanto di tutti e di nessuno. L’idea di una simile comunità è tutt’altro che recente: già negli anni ‘70, la corrente radicale del movimento femminista aveva osato sognare un’utopia ‘separatista’, ovvero una società ideale composta di sole donne, fatta di spazi di condivisione liberi dal paradigma patriarcale (che da sempre pervadeva ogni aspetto della vita politica, sociale e privata).

Il cast de La Chimera al Festival di Cannes 
Senza recepire l’estremismo che rifiuta l’uomo in queste isole sicure, la regista di Lazzaro Felice e Le Meraviglie plasma un’immagine limpidissima per questa architettura ancora da ricostruire, insieme in cui coltivare relazioni di solidarietà e reciprocità. Insieme, la tribù di donne riqualifica l’edificio, sostiene la comunità andando al lavoro e si spartisce con naturalezza i compiti mentre i bambini hanno la possibilità di crescere in compagnia, con un solido sistema di supporto. Quando Arthur inciampa tra le rotaie di quel nido durante la somministrazione del trattamento pidocchi a tutti i più piccini (la convivenza ha pur sempre un prezzo), la porta è aperta anche a lui: certo, qualcuna scherza, ci sarebbe da riverniciare e montare delle mensole, badare ai ragazzi quando le mamme sono al lavoro o portare la colazione a letto a tutti... La suggestione di un capovolgimento rispetto alle aspettative di genere però è tanto dolce quanto una semplice richiesta di scambio: se vuoi ritagliarti il tuo posto qui, devi dare una mano.
C'è posto anche per Arthur nella comune di Italia 

I figli di Italia e la strada da percorrere 

Perché Italia è l’unica che poteva aprire la strada, colei a cui spettava indicare una direzione possibile? “Italia è come l’Italia, ed è straniera.” Racconta Alice Rohrwacher: “Da subito appare vittima, però nasconde i figli sotto il letto, che è un po’ quello che fa il mio Paese con i propri bambini.” Figli d’Italia che, per di più, sono mulatti. “Figli che occupano e rinnovano le stanze. Italia e i suoi lo fanno con una stazione abbandonata. Spero si faccia questo anche nella realtà”. Mentre tutti gli altri sono persi dietro alle loro illusioni, la giovane brasiliana fa la funambola tra lecito e illecito, “sembra che stia per cadere e non cade”. Per tutti gli altri finisce, per lei la storia inizia. 

Carol Duarte nei panni di Italia, la strana e straniera che rapisce il cuore del protagonista Arthur insegnandogli l'italiano 

Le sorelle Alice e Alba Rohrwacher: l’applicazione della solidarietà femminile 

Il tema della sinergia femminile non è un semplice pretesto di trama, ma un vero e proprio metodo di lavoro: è l’esito della sorellanza Rohrwacher, la cooperazione di due bambine cresciute insieme in campagna e divenute attrice e regista, che continuano ad affiancarsi pellicola dopo pellicola, davanti e dietro la cinepresa, come tenendo ognuna uno dei due estremi del filo rosso del loro cinema. Lavorare insieme è intessere trame di famiglia, di comunità e di bellezza: “Entro nel suo immaginario e so come muovermi, conosco i mondi che Alice racconta, mi sono vicini, sono lei, sono me.” Ha raccontato Alba, la cui carriera è passata attraverso le riprese di registi come Guadagnino, Soldini e Genovese. La maggiore ha una parte contenuta ma fondamentale nell’ultimo lavoro della più giovane: incarna l’allegoria della brama di ricchezza, un “personaggio nero da vestire d’oro e da far ringhiare”, creduto un uomo feroce e senza scrupoli e rivelatosi un altro volto di donna, il mercante più raffinato ed esigente di tutti.

La collaborazione tra Alice e Alba Rohrwacher prosegue da tre film: Lazzaro Felice, Le Meraviglie e ora La Chimera 

La rinascita della tribù come cellula della società umana 

Tornando alla stazione di Riparbella, in un film dove ciascuno è perso dietro la sua irraggiungibile chimera, la comune di Italia è l’unica concreta realtà (oltre la morte) a collocarsi sui binari del futuro. Alle donne spetta il lavoro più importante, quello della cura, quello della custodia, i valori  attribuiti all’universo femminile da sempre ma in chiave spregiativa, come se non fossero doveri fondamentali dell’umanità. Esse si prendono cura di un luogo abbandonato, infondendolo di rinnovato amore, si prendono cura dei reciproci bambini e, soprattutto, l’una dell’altra, ricostruendo un’unitàche va oltre il mito della famiglia tradizionale per recuperare molto più indietro le radici della struttura sociale, quella della tribù: il microcosmo in cui si ricostruiscono ed intersecano legami, in uguaglianza e rispetto reciproco, dandosi agli altri e ricevendo in cambio. Questa è al tempo stesso la più antica cellula di collettività e l'architrave dell'avvenire.