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Body shaming in palestra, Marianna The Influenza: "eccovi la diet culture"

Lo sfogo dell'influencer dopo il body shaming in palestra è diventato virale.
Abbiamo intervistato Marianna The Influenza per parlare di diet culture e grassofobia

Colpa del body shaming, del fat shaming e della grassofobia: la Tiktoker Francesca Iovane posta un video di sfogo sui social. Abbiamo intervistato Marianna The Influenza, conten creator, divulgatrice e autrice del saggio autobiografico Nera con forme, che commenta "la Diet Culture è ancora radicatissima". 

Marianna the influenza: "È il momento di dimostrare che il tuo corpo in spiaggia sta benissimo"

La diet culture, letteralmente la cultura della dieta: ovvero l’idea pervasiva, la norma culturale, che associa l’essere magre e il perdere peso con la salute. La cultura della dieta ritrae quindi, costantemente e attraverso narrazioni più o meno consapevoli, la magrezza come l’ideale e considera qualsiasi altra dimensione o forma come intrinsecamente malsana o come qualcosa da evitare. 

fat shaming in palestra: francesca iovane

Per tutta la vita le hanno detto "vai in palestra, cicciona", racconta la content creator Francesca Iovane (in arte @laz3cca) in un video diventato subito virale. "Poi ci vado e mi prendono in giro. Vi dico sempre che non dobbiamo aver paura di reagire, ma a volte non ce la faccio neanche io". È in lacrime mentre racconta quanto le è capitato in una palestra di Napoli. “Ero sul tapis roulant e ad un certo punto ho iniziato a sentire caldo, mi sono tolta la t-shirt e ho continuato a correre, mi sono accorta che c’era un gruppo di ragazzi di fronte a me: mi guardavano e parlavano tra di loro e ridevano. Sono sicura che guardavano me perché non c’era tanta gente" e mimando il gesto di gonfiare le guance in segno di bodyshaming, dice "gonfiavano le guance. Mi fate veramente schifo, non mi sono neanche lavata: ho preso le mie cose e me ne sono andata a casa perché non ci volevo più stare là dentro. Ora cercherò un altro posto. Però adesso ho paura che succeda di nuovo. È possibile che non ci sia un posto dove posso stare tranquilla? Succede ovunque, al supermercato, all’università, qua sui social nei commenti. Vorrei vivere solo la mia vita senza che nessuno mi prenda in giro. A volte è troppo, non ce la faccio più”. 

Franccesca Iovane nel video sfogo 

Nel frattempo, sotto al video di Francesca Iovane si stanno moltiplicando i commenti di sostegno e solidarietà. 

Marianna the influenza, l'intervista

La divulgatrice sui temi della lotta alla grassofobia (tra gli altri) Marianna The Influenza ritiene che "i commenti sono l'ago della bilancia sui social: anni fa le persone non sarebbero state così solidali, il che significa che qualcosa si è mosso ma parliamo di poca roba. La diet culture è ancora radicatissima e non solo nell'ambiente delle palestre ma ovunque, compresa e soprattutto nella Medicina che ancora si nutre del fat bias".

Quello che è accaduto a Francesca è quindi qualcosa di comune, di diffuso?

"Lei è una content creator che ha una familiarità con il mezzo (i social). Sono molte le persone grasse o che hanno problemi con la loro immagine corporea ad avere ancora paura di entrare in questi luoghi a causa di traumi o banalmente perché le voci su questi episodi girano: le testimonianze sono tantissime", attacca Marianna. "Francesca in quanto content creator ha visto la sua denuncia diventare virale, è uscita dalla cosiddetta bolla ottenenedo l'attenzione di un pubblico ampissimo, ma non significa che il problema della lotta alla grassofobia venga effettivamente preso in carico. Spesso esplode per qualche giorno e poi torna nel silenzio".

Sono stati fatti dei passi in avanti?

"Voglio essere chiara: la situazione in Italia è drammatica. Sul piano istituzionale non esistono forze politiche che hanno fatto della lotta al bodyshaming e alla grassofobia una bandiera, i media veicolano più o meno consapevolmente messaggi ricchi di grassofobia e in ambito sanitario esistono ancora fortissimi bias grassofobici: sul sito del Ministero della Salute si può calcolare il proprio indice di massa corporea però il form richiede solo peso e altezza patologizzando l'obesità". Infatti il calcolo dell'indice di massa corporea andrà presto in pensione, alcuni studi hanno evidenziato la misoginia, il razzismo e i bias grassofobici presenti in questo metodo di calcolo (inventato nell'Ottocento!). "Sul piano del'attivismo", continua la divulgatrice, "quello per la lotta alla grassofobia è ancora un movimento acerbo se pensiamo che abbiamo iniziato a parlare di body positivity ma soprattutto di fat liberation pochissimi anni fa con le attiviste Belle di faccia".

media e body shaming: la bugia del "se vuoi puoi"

E i media?

"Sui media tradizionali è già difficile entrare con determinate lotte e ancora siamo bombardate da servizi su cosa mangiare e cosa no per essere magre spesso fruendo liberamente di consigli sull'alimentazione di persone come Adriana Lima o Elisabetta Canalis: sono articoli che non dovrebbero essere così accessibili perché i percorsi di salute e di alimentazione sono unici e dipendono dalla persona, dalla genetica e dalla vita che ciascuno di noi conduce. Questa idea di voler standardizzare i corpi e creare modelli di fisicità con il sottinteso se vuoi puoi fa dimenticare alle persone la complessità che invece deve essere il paradigma da rispettare per il benessere dell'individuo".

"Poi ultmamente abbiamo visto un breve momento di svolta in seguito alla presenza di Big Mama sul palco di Sanremo", commenta Marianna. "Allora si torna a parlare di grassofobia per una settimana - spesso oltretutto attraverso contenuti opinabili – e poi la spinta si smorza e tutto ripiomba nel silenzio. Fortunatamente ci sono piccole voci capaci di entrare nei media e produrre contenuti che facciano delle contro narrazioni, ma sappiamo bene che chi critica lo status quo deve fare il quadruplo della fatica, visto che impatta direttamente sulla gerarchia dei privilegi".

Big Mama 

Per cambare le cose quindi cosa possiamo fare, siamo almeno sulla strada giusta?

"Allora, diciamo che non siamo su strada sbagliata ma i discorsi pubblici sulla grassofobia sono limitati dalla cultura oltre che dalle regole dei social", risponde la divulgatrice. "Per parlare di grassofobia o body shaming occorre parlare anche, per esempio, di storia, di sociologia e di antropologia: saperi che attualmente non sono accessibili a tutte le persone, visto che bisogna aver frequentato l'università, nella maggior parte dei casi, e sappiamo che non tutte le persone non possono permettersi economicamente un percorsco di studi".
"Considerando però i grandi ostacoli che siamo costrette ad aggirare per far portare la conversazione su un piano mainstream è facile intuire che non c'è ancora modo di impattare realmente sulla società. I social dall'altro lato hanno delle regole e dei limiti, tra questi il potere dell'algoritmo che - ormai lo sappiamo - ha le sue logiche razziste, sessiste e naturalmente favorisce il bello. La viralità è allora un privilegio". E conclude, "Sarebbe bello che sempre più persone parlassero della propria esperienza, lanciando i propri messaggi, per sopperire anche a una mancanza di rappresentazione dei corpi grassi. Invece l'occhio umano deve abituarsi a vedere persone grasse che fanno cose normali, come andare al mare".